Out of focus eppure …

out-of-focus-blurHo una certa passione per la fotografia digitale, ma non sono di sicuro un esperto in materia. Detto ciò, riesco comunque a distinguere una foto fuori fuoco (quindi inquadrabile), da una realizzata appositamente per mettere fuori fuoco alcune porzioni (per esempio facendo panning di auto, moto, bici, atleti o animali in movimento. Spesso mi capita di osservare un fenomeno che trovo quantomeno strano, se non addirittura imbarazzante se non forse preoccupante: il posting esplicito e consapevole di primi piani fuori fuoco. Non è certo un crimine o una delle cose peggiori che si possano fare, ma proprio non la reggo.

Mi sembra un controsenso totale per molti motivi. perfettamente consapevole del fatto che non sia semplice e facile scattare foto di altissima qualità soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione come una sera al ristorante. Il tutto aggravato se è uno smartphone il dispositivo utilizzato per le limitate opzioni di interazione con le componenti fotografiche, salvo usare applicazioni diverse da quelle normalmente in dotazione standard. Quindi ci sta che le immagini siano mosse e sfuocate. Succede e succederà fino a quando la tecnologia Lytro (o soluzioni simili) non equipaggeranno gli smartphones.

Quello che on capisco, nell’ordine:

  • perché pubblicare una foto il cui contenuto è poco comprensibile proprio perché mancano i presupposti di fondo nell’immagine stessa?
  • visto che spesso (se non sempre) queste foto sono pubblicate per soddisfare una quasi maniacale esigenza di comunicare e di farsi vedere, quale il vantaggio di farlo con un’immagine che – proprio perché difettosa – non può che trasferire una percezione molto vaga e confusa. La donna nella foto è carina? È in forma? Chi lo può dire visto che non è proprio possibile arrivare ad alcuna conclusione.

Nonostante ciò, ogni giorno vedo esempi che ricadono in questa categoria: immagini fuori fuoco postate con grand orgoglio e soddisfazione per dimostrare di essere stati in un ceto posto, essersi divertiti a una cena, essere in compagnia di e altro ancora. Quali siano i ragionamenti mentali dietro simili scelte proprio non riesco a capirlo, o meglio a metterli a fuoco!

Ancora peggio la reazione delle persone. Intendo dire: non basta che ci sia un cretino/a che pensa di fare una cosa intelligente postando un’immagine inquadrabile. Ci sono anche quelli che – nonostante tutto – commentano e spesso lo fanno con toni di apprezzamento e di approvazione. Mi è capitato spesso di vedere cose del tipo: Sei bellissima xxx! (ometto i riferimenti espliciti e mi limito a un solo esempio visto che sto parlando dei miei contatti/amici su FB). No, scusate, come è possibile fare un commento così demenziale? È vero che i bugiardi si sprecano, i lecca___o sono iper presenti, i subodotati non si tirano mai indietro, ma … davvero?

Adesso mi sento meglio!

 

Personale di terra. A terra

IMG_0845Sono un abituale frequentatore di diversi aeroporti, focalizzato negli ultimi anni su London Heathrow, T5 visto che volo solo ed esclusivamente British Airways (BA). L’altro giorno mentre ero in attesa di imbarcarmi, l’attenzione è stata catturata dalle sagome controluce del personale di terra di British Airways. Le grandi vetrate di Heathrow facevano filtrare molta luce che trasformava le divise blu scuro in silhouette, quasi fosse un esercizio fotografico. Cinque persone erano in attesa di espletare i propri compiti relativi all’imbarco di forse 130 passeggeri.

Da quell’immagine è partita una riflessione circa le azioni e i passaggi necessari per arrivare a un gate. Ho mentalmente ricordato come il processo fosse gestito in passato e mi sono soffermato sulla situazione che stavo vivendo. In altri termini, ha rivisitato i passaggi e le modalità che affronto regolarmente oggi, confrontandole con il passato. Oggigiorno il tutto avviene attraverso l’iPhone e l’app di British Airways. L’intero processo inizia più o meno 24 ore prima del decollo tramite una notifica da parte di BA per avvisare dell’apertura del check-in. Una volta nell’app (credenziali memorizzate, fortunatamente), attivo la procedura di emissione del boarding pass in 3 clicks e salvo il risultato prodotto in Passbook. Faccio così da almeno 2-3 anni. Tutti i miei boarding pass sono memorizzati lì, già solo questo un grande valore e una comodità. Stato del volo e altri dettagli sono forniti ovviamente con un certo livello di approssimazione visto che in 24 ore può succedere di tutto e molto deve essere ancora definito. Carina la presenza delle previsioni meteo all’arrivo e la password della rete WiFi del lounge (per vostra info BA usa sempre e solo le stesse 4 password da almeno 4-5 anni!). Questa fase preliminare si completa con la ricezione di un messaggio di posta elettronica di ulteriore conferma dell’avvenuto check-in, ma succede altro prima che io raggiunga il gate.

Nella giornata prevista per il volo l’accesso al boarding pass compare sempre in primo piano sullo schermo dell’iPhone. Idea semplice, ma saggia: sapendo che l’imbarco avverrà a ore, giusto rendere il boarding pass elettronico facilmente accessibile. Arrivato a T5  estraggo l’iPhone dalla tasca per prepararmi ad accedere al controllo di sicurezza. È sufficiente una  scansione del codice QR presente nel boarding pass e qualche secondo di attesa affinché venga scattata una foto da una camera integrata al cancello di ingresso. Una volta presidiata da personale a terra, da qualche mese questo passaggio all’area delle partenze prevede la presenza di un solo addetto inoperoso per la maggior parte del tempo visto che la sua funzione è quella di gestire un eventuale problema. BA si aspetta che quasi la totalità dei passeggeri sia in grado di fare la scansione del proprio boarding pass – elettronico o cartaceo – e di proseguire verso il controllo di sicurezza. Non è difficile, onestamente. Dopo qualche metro mi attende il noioso, ma necessario, rituale del controllo del bagaglio a mano e degli effetti personali. Un piccolo scanner invita – non è obbligatorio – a fare nuovamente la scansione del boarding pass proprio in prossimità del nastro su cui appoggiare gli effetti personali. Mossa astuta: serve a BA per misurare il tempo intercorso tra l’accesso all’area e l’inizio del controllo. Il mio dato aggregato con quello di milioni di altri passeggeri immagino venga condiviso con BAA, l’azienda spagnola che gestisce Heathrow in modo da monitorare l’efficacia e del servizio preposto e i tempi di espletamento dei controlli di sicurezza.

In realtà tra le due scansioni arriva un SMS per invitarmi a esprimere un giudizio sul check-in, iniziativa anche questa mirata a raccogliere evidenze per valutare la qualità del servizio. Superato il controllo, la prossima tappa è il lounge BA dove l’accesso mi è garantito da un’ulteriore scansione del boarding pass sul telefono. Anche in questo caso degli agenti BA controllano l’ingresso, ma l’operazione consiste nel trasferire per qualche secondo il mio telefono e permettere loro di fare una nuova scansione. Potrei farlo da solo: vedo veramente un valore aggiunto molto limitato dalla loro presenza. Piacevole essere salutato, ma forse costoso per l’azienda nel complesso. Al momento l’uscita dalla lounge non è monitorata in alcun modo, ma consiglierei a BA qualche semplice soluzione per completare l’acquisizione dati aggiungendo anche la permanenza nella saletta tra le tante informazioni prodotte.

BA ground crewFinalmente sono giunto al gate. Non ho quasi interagito con nessun umano, salvo seguire qualche cenno con la mano e lo sguardo al controllo sicurezza e quanto appena descritto per accedere al lounge. In merito, dei cancellati automatizzati potrebbero forse rappresentare una valida alternativa. Il processo di boarding non è ancora iniziato. Appena riceverò il via libera replicherò per l’ennesima volta la medesima scansione ormai fatta in altre diverse occasioni integrata da un sempre piacevole sorriso e un saluto.

Quindi? Non sto ipotizzando Heathrow privo di personale BA di terra, ma francamente … forse non è nemmeno necessario dover completare la frase. La loro presenza è giustificata da ragioni storiche e dall’eventuale esigenza di dover gestire degli imprevisti di qualsiasi genere. Poco più o forse addirittura nulla di più. Se l’intero processo tecnologico funziona fin dalle sue primissime fasi come descritto, riesco a prender posto a bordo solo grazie al mio smartphone e a una serie di dispositivi pensati e concepiti per garantire la ripetuta verifica delle mie credenziali, elemento cardine per la sicurezza in volo.

Oltre alla ovvia conclusione che presto mi aspetto di assistere a un’ulteriore riduzione del personale a terra efficacemente sostituito da diverse soluzioni tecnologiche (ci saranno presto molti schermi agli imbarchi per eventuali interazioni con agenti remoti), è incredibile la quantità di dati e informazioni che vengono prodotti in poche centinaia di metri lineari che separano l’ingresso dell’area delle partenza dalla porta di un aereo. Se alle azioni fisiche esplicite descritte si aggiungono le riprese video che catturano pressoché ogni metro di Heathrow calpestatile, facile capire quali potranno essere le prossime evoluzioni nel rendere il posto sempre più sicuro e le operazioni di boarding più semplici e fluide. Non mi manca moltissimo ad arrivare a 2 milioni di miglia volati con BA: quindi prevedo di di essere testimone diretto di altra tecnologia applicata agli scali aeroportuali. Fra due settimane il Passenger Terminal EXPO 2015 a Parigi un’ottima occasione per conoscere le prossime evoluzioni nel settore.

PS Per gli appassionati di tecnologia in volo, intanto BA è diventata interamente paperless sui propri 787 Dreamliners, la prima al mondo.

Sempre più costoso essere obeso

24F07BA800000578-2920219-Graphic_shows_an_epidemic_of_obesity_across_most_of_the_U_S_Euro-a-18_1421927991256Per David Cameron, Primo Ministro inglese, è giunto il momento di riconsiderare la strategia legata alle gestione dell’obesità, considerato un problema sociale con impatti più ampi rispetto al semplice aspetto legato alla salute dei cittadini. Un suo recente commento ha innescato un acceso dibattito negli UK sul tema. La proposta consiste nel ridurre i sussidi pubblici alle persone sovrappeso nelle condizioni di poter fare qualcosa per migliorare la propria condizione fisica. Allo stato attuale i sussidi arrivano fino a £100 alla settimana (circa €130) e spesso sono considerati sufficienti per vivere senza lavorare beneficiando del supporto pubblico. Per molti – ovviamente non tutti i beneficiari – un’opportunità per vivere “on sickness benefits” cioè sulle spalle della collettività evitando accuratamente di impegnarsi per perdere peso, riacquistare una forma fisica compatibile con il lavoro. Può sembrare eccessivo, ma da tempo l’argomento è il soggetto di un TV Show molto seguito su Channel 5: Benefits Britain.

La proposta nel concreto consiste nel valutare di ridurre i benefici per coloro che rifiutino di collaborare nel tentativo di risolvere i propri problemi di salute (non necessariamente solo peso, ma anche dipendenze di varia natura). Quindi non necessariamente un taglio draconiano, quanto piuttosto un progetto in divenire. Recentemente il Daily Mail ha pubblicato la mappa dell’obesità mondiale. American Samoa in testa a questa particolare graduatoria con il 75% della popolazione sovrappeso. In Europa, contrariamente a quanto avrei mai immaginato, la leadership spetta alla Czech Republic.

Riprendendo alcuni dati pubblicati nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso ormai quasi 3 anni fa, ecco alcuni dati su cui riflettere sul tema in questione:

… Prendiamo come esempio la salute. Il problema dell’obesità tra i giovanissimi ha assunto negli USA livelli allarmanti interessando una percentuale pari al 33% tra i pre-teens (sotto i tredici anni) e teens (da tredici fino a diciannove). In Italia, nonostante una dieta teoricamente più bilanciata, la tendenza di fondo evolve nella medesima direzione. La gravità del problema è evidente nelle implicazioni mediche associate nel breve e nel lungo periodo. Per esempio, studi condotti su ampi campioni della popolazione hanno evidenziato come ragazzi obesi tra i 10 e i 13 anni abbiano l’80% di probabilità di diventare adulti obesi a causa delle difficoltà oggettive nel trattare questa condizione medica. Le possibili patologie comprendo alta pressione sanguigna, diabete, rischi cardiocircolatori, difficoltà di respirazione e di sonno e problemi alle ossa e alle articolazioni. Da una prospettiva economica, questa condizione medica rappresenta un costo per il sistema sanitario, le aziende, i diretti interessati e la collettività. Uno studio condotto dalla George Washington University School of Public Health ha determinato in $4.879 e $2.646 il costo individuale annuo rispettivamente per donne e uomini obesi. In generale, sempre negli USA i costi sanitari associati all’obesità ammontano a $147 miliardi annui, quasi il 10% del totale della spesa medica generale. …

A migliaia le reazioni del pubblico sul tema che – in prossimità delle elezioni generali del 7 maggio 2015 – si presta perfettamente a qualsiasi valutazione e strumentalizzazione. Il principio di fondo non sembra sbagliato, soprattutto se interpretato dal punto di vista medico e con l’obiettivo di eliminare una causa di disagio nel breve e di problemi maggiori nel lungo periodo.

 

Consumo indicizzato, non lineare di “televisione”

Left IndexTelevisione: da anni provo un certo disagio quando impiego questo termine. Ormai lo penso sinonimo di quella che si definisce la TV commerciale, cioè TV di stato e canali distribuiti prevalentemente sotto forma di digitale terrestre. Quest’ultima è una definizione limitativa e parziale, un tentativo di differenziazione rispetto alla TV ad abbonamento modulare tipica degli USA e abbastanza popolare anche in Europa da alcuni anni. Di sicuro il termine televisione non identifica il dispositivo fisico presente nelle case, ormai a tutti gli effetti uno schermo , un visualizzatore di contenuti digitale.

Sulla base di questa empirica classificazione, osservando il mio comportamento negli ultimi anni sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • il mio consumo di TV commerciale è nullo, praticamente vicino allo zero. Non fosse stato per il referendum della Scozia del scorso 18 settembre 2014, un’occasionale zapping che mi ha portato su Channel 5 dove trasmettevano Benefit Brits by the Sea (da brividi!) e 20 minuti di BBC 1 il 31 dicembre, non ricordo alcun altro momento nell’arco degli ultimi 16 mesi almeno. Stesso discorso per la televisione italiana negli anni precedenti. Credo che la mia astinenza volontaria dai primi 6 canali di un generico telecomando risalga al 2007 come minimo. Non un elemento di vanto o di distinzione, ma un dato di fatto.
  • mediamente il stop box di Sky è operativo una decina di ore alla settimana al massimo e non sempre per visualizzare contenuti, ma spesso per registrarli e basta. Solo alcuni eventi sportivi (a gennaio i Play Offs NFL e le poche partite della Premier League trasmesse localmente) costituiscono un momento di sfruttamento di questa fonte di contenuti e di intrattenimento. In aggiunta mediamente un film (2 ore?) sempre in download attingendo alla libreria di Sky. Non succede con cadenza regolare ogni settimana: forse più realisticamente ogni 2 o anche più.
  • Lo schermo di casa (quello che una volta si chiamava televisore e/o televisione) risulta acceso più spesso di quanto descritto in precedenza perché – quando si presenta l’occasione – visualizzo alcuni contenuti digitali che ho prodotto, soprattutto foto e in qualche rara occasione video.

Nonostante questo quadro quasi deprimente, consumo un’incredibile quantità di contenuti, scritti e video tralasciando la musica sempre presente e mai attraverso una radio: categoricamente mai.

Numeri alla mano – sebbene non possa presentare un’analisi quantitativa e qualitativa iper precisa – al #1 nella graduatoria dei dispositivi di consumo di contenuto si posiziona il mio iPad Air 2, incalzato dall’iPhone 6 per ovvi motivi e per una tipologia di materiale leggermente diversa (principalmente testo). Ho realizzato che i contenuti video – documentari, film e TV shows – che una volta veicolavo sullo schermo di casa, oggi sono consumati sempre e solo attraverso iPad. E ancora più sorprendente, la fonte di approvvigionamento di questi contenuti è Amazon Prime, molto di più di Sky Go, BBC iPlayer o qualsiasi altra fonte video di tipo tradizionale. Probabilmente se sottoscrivessi un abbonamento a Netflix, credo sarebbe un testa a testa con Amazon Prime per la posizione #1.

Difficile generalizzare e anche arrivare a conclusioni categoriche. Di sicuro molti ancora guardano BBC o RAI, come ITV o Canale 5. Sinceramente contento per loro e per le rispettive aziende. Ma in un mondo che si sta sempre più spostando verso la specializzazione in qualsiasi area e settore, potendo disporre di alternative e di un panorama di contenuti così ampio da riuscire a soddisfare i gusti più disparati, perché accontentarsi di una programmazione “imposta” potendo fare diversamente?

Non sono l’unico a farlo. Poche sere fa mi sono trovato su un treno in direzione sud-ovest in partenza da Waterloo Station alle 6:00pm di un giorno lavorativo. Ordinatamente pieno compresi corridoi e piattaforme di accesso, ho osservato il comportamento dei “commuter” giornalieri, essendo io un intruso e un non-professionista della categoria di chi utilizza il treno per raggiungere il posto di lavoro. Devo ammettere di aver visto 3 lettori di The Evening Standard, quotidiano gratuito distribuito ovunque nel centro di Londra. Alcuni dormivano. La maggior parte era alle prese con il consumo di contenuti. Semplicissimo individuare i professionisti della trasferta. Armati di iPad con reggi schermo per ottimizzare la visione e la comodità nel viaggio, batteria carica al 100%, una miriade di contenuti scaricati in locale.

Un trentenne si è sciroppato almeno due episodi di un TV show che io considererei illegale per la pochezza cerebrale che lo caratterizzava. Ambientato in un futuro così poco credibile da risultare sciocco, vedeva dei protagonisti alquanto strampalati combattere contro dinosauri. Immagino che il creatore della serie abbia ritenuto assolutamente vincente mixare passato e futuro, raccogliendo il consenso di un produttore che ha finanziato il “capolavoro” e almeno di quell’utente che avidamente ne consumava i frame.

Un signore vicino al pensionamento credo avesse sul suo iPad una libreria immensa di contenuti visto che in un’ora di viaggio ne ha selezionati e visti parecchi. La domanda e il dubbio che mi è sorto riguardava le fonti di approvvigionamento e se si trattasse di materiale ottenuto legalmente. Non è dato di sapere sebbene il sospetto è che a fronte di una mole simile il soggetto in questione debba aver trovato delle soluzioni particolarmente vantaggiose per potersi permettere una scelta così variegata. Sorvolando su questo punto (anche se non ci sarebbe proprio da sorvolare!), mi ha colpito l’atteggiamento sviluppato nel tempo e conseguenza diretta di una condizione clinica che definirei da “abbondanza di contenuti”. Dopo aver visionato un’epica finale di hockey su ghiaccio tra Canada e URSS vinta dai primi 6 a 5 e giocata senza elmetto (primi anni 70?), sono stati necessari almeno una dozzina di tentativi prima di trovare un altro contenuto sufficientemente interessante. In questa fase il suo indice sinistro (mancino?) ha ricoperto un ruolo da protagonista venendo utilizzato per selezionare i clip e – qui la sorpresa – per esprimere un verdetto qualitativo quasi istantaneo. Subito dopo la partenza del video, l’indice sinistro rimaneva operativo posizionandosi a pochi millimetri dal pulsante Done, quasi come se stesse per esprimere una sentenza, un verdetto definitivo sulla capacità del clip selezionato di trasferire un livello di interesse, gradimento e compagnia adeguato alla situazione. Tempo richiesto per arrivare a questa conclusione? Qualche secondo, massimo una decina.

Ho trovato questo comportamento particolarmente sintomatico di chi vive in una condizione di grande abbondanza e scelta e mi ci sono ritrovato perché faccio più o meno la stessa cosa con la musica, da diversi anni almeno. Pochi secondi e se non scatta qualcosa, passo alla canzone successiva individuata secondo criteri di selezione personale. Non sono arrivato ancora a tanto con i video, forse perché non sono su un treno ogni giorno.

Le statistiche USA indicano come il consumo lineare di contenuti (una volta avrei scritto di televisione) stia crollando e come il numero dei cord cutters (quelli che annullano l’abbonamento a canali televisivi) sia in costante aumento. Nulla di nuovo e di sorprendente. In presenza di un livello maggiore di disponibilità di banda capace di garantire una copertura pervasiva, logico prevedere un accentuarsi di un comportamento simile vista la comodità della cosa da qualsiasi punto di vista. Rimane il dubbio sulla legittimità della presenza di quei contenuti sugli iPad dei molti viaggiatori di quel treno. Mi piace pensare che fossero il risultato di azioni lecite e legali. Se così fosse, si prospettano tempi entusiasmanti per i produttori di contenuti video.

La mia eredità digitale

Seattle 02-12-2015 - 0073Nessuna intenzione di smettere di essere attivo sul fronte digitale, sia a livello professionale che personale. E godendo di ottima salute al momento (dita incrociate), non sto prefigurando scenari con connotazioni fosche. Mi riferisco semplicemente alla non trascurabile quantità di materiale digitale che produco giornalmente e che assorbe una buona parte del mio tempo libero. Rimanendo solo in ambito fotografico, ho chiuso il 2014 con 26,691 scatti archiviati, apparentemente circa 600GB di spazio disco. Tutti capolavori e testimonianze di un genio creativo e artistico di rilevanza mondiale? Ovviamente no, nemmeno lontanamente. Di sicuro molti bei ricordi e diversi momenti del tempo trascorso in varie parti del mondo e in contesti differenti. Potenzialmente un valore affettivo per i membri del ristretto nucleo familiare oggi e ancor di più in prospettiva. Ogni tanto ci capita di rivedere una buona porzione di questo abbastanza voluminoso database comodamente rilassati sui divani di casa davanti allo schermo in veloce sequenza. Indubbiamente piacevole e ripetibile nel tempo.

Qualche utilità all’esterno della stretta cerchia familiare? Probabilmente non molto. Indirettamente ho catturato e testimoniato qualcosa di Londra, dell’Arizona, delle Hawaii e dei tanti altri posti dove sono stato nel 2014. Altrettanto vale per gli anni precedenti. Nessuna pretesa di aver comunque dato corpo a qualcosa di utile. Questa riflessione mi ha però portato a pormi una domanda più generale. Di sicuro non sono l’unico ad aver prodotto dei documenti digitali – foto, video, scritti, presentazioni, … – e sono certo che considerando ampi segmenti della popolazione, oltre a quantità ci sia indubbiamente anche qualità che sarebbe un peccato perdere. Questa la domanda quindi: cosa suggerire ai singoli per fare in modo che quanto prodotto risulti accessibile in futuro e, ancor prima, non venga in qualche modo perso? Esistono delle soluzioni per assicurarsi che venga estratto il valore che sicuramente risiede nella mole di documenti digitali prodotti coscientemente e a volte per caso come uno scatto fotografico? Cosa potremmo capire meglio del 2014 fra 50 anni facendo riferimento all’incredibile quantità di documentazione prodotta da ciascuno di noi?

Sono sempre stato sorpreso dall’apparente facilità con la quale l’umanità sia riuscita in passato a dimenticare quanto di buono, di tecnologico, di utile e di avanzato prodotto in un certo periodo storico. All’organizzazione dell’Impero Romano è seguito uno sfascio in gran parte all’incapacità di trattenere tutto quanto di positivo realizzato in precedenza. Ora ci troviamo in una condizione teoricamente opposta: ogni istante delle nostre esistenze è iper documentato e lo sarà sempre di più (tra l’altro, quante telecamere mi hanno ripreso questa mattina mentre andavo in palestra oltre a quelle presenti nel palazzo in cui vivo?). Personalmente sono quasi angosciato quanto sento di persone che non salvano le tante immagini scattate sul proprio telefono. Una logica “usa e getta” dei propri ricordi – anche quelli banali e del momento – mi sembra in totale contraddizione con il mondo in cui viviamo. Da capire cosa fare invece per assicurare continuità e utilità nel tempo a tutto quanto catturato e prodotto digitalmente. Non ho risposte o proposte al momento. Nel frattempo vado di backup.

Eterna riconoscenza alla Korea del Nord

The InterviewPer Sony ormai quasi un’abitudine quella di essere vittima di attacchi ai propri sistemi informativi. Per quanto ne sappiamo, quanto successo recentemente in concomitanza con il lancio de The Interview non è che il più recente episodio di una serie di vulnerabilità che hanno colpito l’azienda giapponese negli ultimi anni. La paternità dell’accaduto è stata originariamente attribuita a un team di hackers operativi dall’interno della Korea del Nord, ipotesi che ha perso di consistenza nelle ultime ore dopo una più attenta revisione di quanto accaduto. Considerando il livello tecnologico del paese, qualche dubbio da emerito inesperto in materia di sicurezza l’ho avuto fin dall’inizio. Comunque sia, non è questo il punto.

Indipendentemente da come siano andate le cose, da tutti i proclami di attentato alla libertà di espressione e alla democrazia americana, il fatto più saliente è in realtà un altro. Mi riferisco alla decisione forzata di rilasciare un nuovo film attraverso diversi canali internet – YouTube, Google Play, Xbox e Apple iTunes solo nelle ultime ore del weekend – obbligando l’industria cinematografica a intraprendere una soluzione distributiva con anni di anticipo rispetto a quanto sarebbe successo normalmente. Realizzato in emergenza e senza un’accurata preparazione marketing come avviene normalmente per il lancio di un nuovo titolo, The Interview ha raccolto $15M al “botteghino virtuale” raccogliendo un “pubblico” stimato in 2M di streaming nella forma di acquisti e di noleggi. Il numero complessivo di persone che hanno effettivamente visto il film può quindi essere stimato in 3x o 4x volte tanto. Risultati di tutto rispetto considerando le condizioni di partenza del tutto improvvisate, il fatto che non si tratti di un capolavoro cinematografico – su questo punto sono tutti d’accordo – e che il pluripremiato Argo ha raccolto meno di $20M nel fine settimana di lancio nell’ottobre 2012.

Chi invece si è dimostrato pronto e disponibile a utilizzare un canale non tradizionale per una prima cinematografica è invece il pubblico, il vero vincitore di questa storia e l’elemento di reale sorpresa. Un’ulteriore dimostrazione, qualora fosse necessario, della totale predisposizione del consumatore a usufruire di contenuti di ogni genere – anche una prima cinematografica – attraverso una qualsiasi soluzione distributiva via Internet. Avevo ampiamente documentato questa cosa nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso oltre due anni e mezzo fa: in queste ore è successo.

Quindi, credo che collettivamente dovremmo tutti ringraziare il caro Kim Jong-un che – forse senza alcun merito – ha indotto Hollywood a fare un primo passo verso una direzione ovvia e scontata per molti, ma che nessuno aveva previsto si realizzasse entro il 2014: l’inizio delle prime cinematografiche via Internet, primo passo per la totale rivoluzione dell’industria della distribuzione cinematografica. Un altro tassello del passato che inizia a smontarsi.

Come evitare di costruire un modesto sito di ecommerce

manfrotto 01L’esempio lo fornisce Manfrotto, azienda italiana leader nel mondo per accessori per la fotografia. Adoro i loro prodotti e la maggior parte degli accessori che compro sono di loro produzione. Qualità ineccepibile e riconosciuta universalmente da chi effettivamente di fotografia se ne intende e se ne occupa professionalmente. Eppure il loro sito è a dir poco modesto e quasi scoraggiante. Tutto sommato tutto quanto possibile sbagliare in un sito di commercio elettronico è racchiuso all’indirizzo www.manfrotto.com. Valutazioni strettamente personali e soggettive, enfatizzate dal fatto che esempi di eccellenza in questo settore se ne contano a centinaia e che quindi l’ispirazione non manca. Alcuni spunti utili.

Search. La funzionalità di ricerca interna al sito lascia molto a desiderare partendo proprio da come il tutto è presentato all’utente. Una piccola finestrella nell’angolo superiore destro dello schermo. Una ricerca di pochi termini eccede lo spazio a disposizione e non risulta molto comoda. I veri problemi sono però nella risposta. I tempi di attesa sono “eterni” e la qualità del result set lascia molto perplessi. Dopo la pioggia e la neve di questi giorni, ero alla ricerca di una copertura per la macchina fotografica e quindi ho cercato camera rain cover, una combinazione di termini sufficientemente logici e validi a mio avviso. Come mostrato nella prima foto, le prime due risposte non hanno nulla a che vedere con l’obiettivo della mia ricerca. Un po’ meglio con il meno intuitivo dslr rain cover.

Fotografia. Ero interessato a capire qualcosa di più relativamente ai pannelli LED e Manfrotto ha un’ottima reputazione anche in questo settore. Molti modelli con un’ampia varietà di prezzi, ma anche tipologie differenti di utenti, sebbene per definizione la quasi totalità della gamma dei prodotti Manfortto si indirizzi ai professionisti o ai super appassionati. Avere qualche sensazione sulle funzionalità e caratteristiche di un prodotto attraverso un adeguato supporto fotografico sempre una buona cosa e un elemento di forte supporto per la vendita. Per il modello Spectra900FT-LED Light-540lx@1m-CRI>90, 3200-5600°K, Dim (bel nome, vero?) le immagini a corredo sono 4, di cui solo due effettivamente relative al pannello. Qualcosina in più? Possibile ipotizzare uno sforzo aggiuntivo per meglio documentare il prodotto compreso il retro e, magari, con un livello di accuratezza maggiore? Sebbene produrre foto possa generare dei costi di manutenzione e di gestione, tutto sommato un paio di scatti addizionali non sono certo quelli che compromettono un risultato fiscale e fanno esplodere i costi. Anzi, semplificano il processo di vendita e si ripagano all’istante. Il video a corredo è poi pura propaganda, con un valore descrittivo del prodotto e delle sue funzionalità molto limitato.

Manfrotto 02

Descrizione. Credo che il peggio sia però nella descrizione del prodotto. Sembra redatta quasi controvoglia, senza nessuna passione e forma di coinvolgimento di chi potrebbe trasformarsi in un acquirente disposto a sborsare centinaia di euro. Uno degli obiettivi della descrizione – oltre a essere esaustiva e chiara – dovrebbe consistere anche nell’incentivare all’acquisto e a educare. Questo passaggio lo trovo sublime:

The LED light can also be operated by mains, through an AC adaptor, which is optionally available. Moreover, Spectra900FT is provided with D-Tap input, which allows the operation of the fixture with various power sources utilizing D-Tap plugs (D-Tap Adapter Cable is not included).

Non solo pile/batterie, ma anche alimentazione di rete per chi – come molto spesso capita – intende utilizzare il pannello LED all’interno dove il problema di recuperare una presa di corrente è minimo nella maggior parte dei casi. Nessuna indicazione di quale tipo di adattatore possa essere utilizzato, nessuna menzione se disponibile sul sito Manfrotto e/o link a qualche rivenditore esterno in grado di fornire una soluzione compatibile. Nelle specifiche tecniche – un comodissimo PDF – viene indicata la natura dell’adattatore e un codice d’ordine che – inutile a dirsi – genera un errore se inserito nella finestra Search del sito. I codici EAN e UPC inclusi sempre nella documentazione non sono di grande aiuto.

manfrotto 03Ecommerce a 360º. Manfrotto, come molte altre aziende, non vende i propri prodotti esclusivamente attraverso il sito di e-commerce aziendale. Anzi, molto facile ritenere che le vendite dirette corrispondano solo a una minima frazione del volume complessivo di transazioni online. I vari B&H e Amazon – giusto per citare uno specializzato e un grande retailer – sono di sicuro tra i canali di vendita di questa fortissima azienda veneta. Questo significa che i contenuti digitali prodotti all’origine – foto, video e descrizioni – sono quanto realisticamente verrà visto da chiunque a livello mondiale attraverso Amazon e B&H. Se poveri all’origine, lo saranno sempre con logici ed evidenti impatti sulla propensione all’acquisto di chi potenzialmente interessato. E in assenza di un numero significativo di commenti da parte di precedenti acquirenti – situazione abbastanza a comune per prodotti di nicchie e con un tasso di obsolescenza tecnologica elevato – il rischio è di metter dil consumatore in una forte posizione di imbarazzo e di difficoltà, esattamente e l’opposto di quanto dovrebbe succedere.

Il suggerimento – non solo per Manfrotto – è di delegare a qualche esperto di comunicazione web e con un minimo di sensibilità al processo di vendita il compito di esporre le qualità e le caratteristiche del proprio catalogo di prodotti. Banale e scontato, ma apparentemente un utile consiglio da seguire per chiunque intenda vendere online.

New English blog

godaddy-2931For practical reasons I have decided to keep two blogs, one in English and one in Italian. The new English blog is thenextnext.uk where I intend to continue to share my views and comments on what I consider relevant and breakthrough in consumer electronics, science, media, photography and related fields. This blog will be targeting the Italian community, exclusively in Italian. While not ideal, I believe this is the best solution. For those interested in digital photography, smaruzzi.photography.

Da questo momento in avanti intendo pubblicare solo ed esclusivamente sin italiano su questo blog (smaruzzi.com), mentre i miei commenti in inglese sono riservati su thenextnext.uk, un nuovo esercizio di Managed WordPress che sto esplorando in questi giorni. Per chi interessato di fotografia digitale, smaruzzi.photography.

Technology is killing jobs

Looking for a jobEveryone should read The Second Machine Age to get a sense of what new generations will experience in the years to come.

While we regularly benefit from technological advances positively impacting on our lives, at the same time it is evident how technology is progressively destroying jobs that won’t return anymore. Since 2009 I came to this conclusion, but refrained from sharing my views on the relationship between technology and employment due to my role in prominent internet companies.

Earlier this year Erik Brynjolfsson and Andrew Mcafee released their latest work analyzing the impact and correlation between evolution in several industries driven by technological enhancements and the the repercussions on jobs and jobs creation. The conclusion doesn’t represent a big surprise for those who have spent some time assessing the impact of technologies in any field or sector: job losses over time.

Transport for London, the organization in charge of public transports, has planned to reduce the numbers of staff at underground stations as a consequence of the introduction of new, more efficient payment methods and a constant decrease in number of tickets sold in stations. As a consequence, a round of strikes hit the UK capital in previous months and more are expected before the Holiday season.

As software becomes more pervasive, sophisticated, and new hardware devices perform tasks only few years ago considered impossible, the combination of these two elements represents a formidable disrupting force replacing humans not only in physical activities, but overcoming our mental ones. This trend implies the constant erosion of low qualified jobs and a growing demand for talented software engineers on the opposite side of the skills and qualification spectrum. Besides this shift well summarized in the growing attention toward STEM topics, it is clear that from a quantitative point of view, it is an unbalanced equation.

The possible answer to try to ride the wave? Education, education, and education.