Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito

 

 

Da ieri vado di Apple Pay

Apple PaySemplicemente troppo comodo. Ovunque ci sia un lettore abilitato alle carte Contactless, è sufficiente avvicinare l’iPhone con il dito sul sensore Touch ID e la transazione viene approvata all’istante. Meglio rispetto ad appoggiare la carta al lettore? Direi di si per almeno due motivi:

  • Maggior sicurezza visto che è richiesto un elemento di verifica dell’identità e di autorizzazione rappresentato da un’impronta;
  • non esiste limite di spesa, almeno per quanto riguarda la mia carta. Normalmente le contactless sono autorizzate fino a un massimo di £20 (£30 da settembre), mentre sono stato piacevolmente sorpreso dalla notizia che per la mia banca una transazione effettuata con Apple Pay è equivalente all’inserimento della carta nel lettore e conseguente digitazione del PIN.

Inoltre, in termini di immediatezza e di naturalezza del gesto, non c’è confronto. iPhone è sempre un tasca a portata di mano probabilmente anche perché probabile l’abbia consultato durante l’attesa per raggiungere la cassa. Basta avvicinarsi al lettore e la “magia” si realizza.

Le operazioni di configurazione sono semplici e istantanee. Sufficiente lanciare l’applicazione Passbook, fare una scansione della carta di credito che si intende associare ad Apple Pay, inserire il codice di sicurezza e completare il tutto con un codice ricevuto via SMS. L’operazione è ovviamente ripetibile con più carte, replicando di fatto lo scenario di un tipico portafoglio.

Quello che resta è sperare in una veloce adozione di questa modalità di pagamento in un ampio numero di punti vendita. Nelle ultime 24 ore ho comprato cibo in due supermercati diversi e un ottimo gelato, tutte transazioni concluse con Apple Pay. Immagino che molti londinesi si siano già cimentati con la metropolitana, magari utilizzando Apple Watch.

Da anni si parla di pagamenti con il cellulare e dopo alcuni goffi tentativi da parte di molte aziende, questa soluzione sembra semplice, pratica, comoda e spero sicura.

 

Un MacBook … svizzero

MacBookImpressionato dalla bellezza del nuovo MacBook. Forma, colori, risoluzione, sensazione tattile e ingenierizzazione interna sono assolutamente caratteristiche sbalorditive. Mi piace l’idea di un’elevata risoluzione in un form factor compatto trasferendo l’impressione di maneggevolezza, facilità di impiego e massima portabilità. La nuova tastiera sembra offrire un sicuro vantaggio competitivo, mentre il trackpad va provato. Di sicuro non perde nulla in termini di usabilità, quasi certamente un passo in avanti nel momento in cui la nuova gestualità vedrà implementazioni concrete e diffuse.

Non credo opterei mai per la versione oro, ma aver replicato la colorazione di iPhone una mossa semplice, ma significativa per diversi aspetti. Oltre a introdurre varietà, avvicina il MacBook a iPhone, attribuendogli un’ulteriore connotazione consumer. Accoppiati i due si completano a vicenda, a questo punto anche esteticamente.

MacBook è comunque un laptop un po’ particolare. Eredita gran parte del posizionamento della versione Air anche se Apple si è guardata bene di citare il modello storicamente sottile della propria collezione. Anzi, tutti i riferimenti sono stati nei confronti di MacBook Pro. Pur essendo un concentrato di tecnologia, non è un laptop di punta. I limiti nella RAM (8GB), la risoluzione video non 5K (giustamente) e l’assenza di una porta Thunderbolt 2, fanno di questo computer la soluzione ideale per tutti coloro che non sono degli specialisti, cioè la maggior parte del pubblico. Grossi fogli di Excel, fotografie, video e qualsiasi genere di impiego che comporti frequenti e massicci backup di dati anche solo a scopo precauzionale, potrebbe trovare nella porta di comunicazione un certo limite. L’uscita USB-C, seppure eclettica ed espandibile mediante connettore esterno, suggerisce condizioni di lavoro a elevata connettività in entrambe le direzioni, scenario non sempre presente ovunque. Un mio amico di Friburgo in Svizzera ha 250Mbps con fibra ottica e per lui non vedo problemi nell’interpretare l’uso del nuovo MacBook come suggerito nella presentazione di ieri. Condivisione di documenti, distribuzione di video, creazione di backup e di copie di sicurezza su soluzioni cloud sono facilitate e incoraggiate da una connettività così performante. Senza questo contributo esterno, il nuovo gioiello Apple perde alcuni vantaggi pur restando indubbiamente il miglior Mac portatile di tutti i tempi. Proprio bello.

Bulimia di contenuti con Amazon Prime

amazon-primeDa anni sottoscrivo l’abbonamento ad Amazon Prime, originariamente per usufruire dei benefici associati alle spedizioni: velocità e costi. All’idea di partenza legata al modello di business di Amazon e alla spedizione di prodotti fisici, da diversi anni negli USA si è aggiunta una seconda dimensione ormai alternativa e per molti aspetti prevalente: l’accesso a contenuti digitali a costo zero. Tradotto significa che Amazon è una sorta di “canale televisivo” ammettendo implicitamente che questa definizione serve solo per cercare di introdurre il concetto, ma che è incompleta e sbagliata nella sostanza. Quindi una precisazione più che necessaria. L’abbonamento ad Amazon Prime implica accesso gratuito a una mole significativa di contenuti video e musicali a costo zero: una vera chicca.

Amazon Instant Video – questo il nome – è la libreria di film e di TV Shows accessibili in formato digitale, la naturale evoluzione della vendita di videocassette una volta e di DVD o dischi Blu-Ray più recentemente. Ovviamente molto più conveniente e pratico ricorrere a un download digitale, salvo per chi – un collezionista – preferisce il possesso fisico di prodotti media. Mancando di questa qualità, l’acquisto di prodotti di intrattenimento in formato digitale ha da tempo preso il sopravvento qualificandosi come un’alternativa molto vantaggiosa. Il tutto è iniziato con la musica, proseguendo poi con TV Show e film con regole differenti in relazione al mezzo. Nell’abbonamento ad Amazon Prime negli USA (ora $99 all’anno) sono quindi compresi i tradizionali benefici legati alle spedizioni, l’accesso a una veramente ampia libreria di contenuti video e altri vantaggi collaterali come la disponibilità di musica in streaming – Prime Music – concettualmente equivalente a Spotify, Pandora, iTunes Radio, dei libri gratuiti ogni mese e altre variazioni sul tema. In pratica, molto, molto meglio.

Personalmente sono abbonato a questo servizio in Inghilterra e negli USA. Sebbene questa soluzione sia economicamente conveniente per Amazon, la sensazione è che come consumatore i £79 richiesti in UK siano comunque un investimento sostenibile e, per molti aspetti, logico e sensato. Rimanendo alla parte “fisica” dei servizi inclusi, la consegna in un giorno (One-Day-Delivery) di oltre 7 milioni di prodotti un plus apprezzabile. Inoltre, il costo mensile di Amazon Prime equivale a un paio di passaggi da Starbucks.

Attraverso Prime ho avuto modo di scoprire il TV Show Suits (quattro stagioni e la quinta prevista per il 2015) che mi ha intrattenuto questo inverno, Extant, Revolution, Under The Dome, Turn, oltre a prendere contatto con serie magari un po’ vecchie, ma comunque piacevoli (The OC, per esempio) non viste all’epoca.

L’aspetto che maggiormente apprezzo di questo modo di consumo di contenuto è, genericamente, la flessibilità. La visione preferenziale, ma non obbligata, su iPad la prima parte della risposta: qualsiasi momento, posto e intervallo di tempo si configura potenzialmente come un media-moment personalizzato e gratificante. Inutile da dirsi, la disponibilità di una o più serie complete offre una prospettiva allettantissima e relativamente nuova nel consumo di TV Shows. Invece di aspettare secondo una tradizionale distribuzione centellinata su base settimanale, nulla impedisce un consumo “bulimico” qualora se ne presentino le condizioni (weekend di brutto tempo, vacanza, …). È questa una variazione apprezzata dal consumatore? Il termine apprezzata non descrive a sufficienza quanto sta accadendo in ogni latitudine dove siano presenti servizi come Amazon Prime, Netflix o alternative sul tema. Il livello di apprezzamento è stato tale da indurre Amazon (ma anche Netflix) ad abbracciare un nuovo modello distributivo che prevede la disponibilità istantanea e contemporanea di tutti gli episodi di una serie (a volte anche 20+): spettacolare di per sé e un ulteriore elemento di divergenza rispetto al modello lineare imposto per decenni dalle televisioni. Il consumatore ha già svoltato.

Out of focus eppure …

out-of-focus-blurHo una certa passione per la fotografia digitale, ma non sono di sicuro un esperto in materia. Detto ciò, riesco comunque a distinguere una foto fuori fuoco (quindi inquadrabile), da una realizzata appositamente per mettere fuori fuoco alcune porzioni (per esempio facendo panning di auto, moto, bici, atleti o animali in movimento. Spesso mi capita di osservare un fenomeno che trovo quantomeno strano, se non addirittura imbarazzante se non forse preoccupante: il posting esplicito e consapevole di primi piani fuori fuoco. Non è certo un crimine o una delle cose peggiori che si possano fare, ma proprio non la reggo.

Mi sembra un controsenso totale per molti motivi. perfettamente consapevole del fatto che non sia semplice e facile scattare foto di altissima qualità soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione come una sera al ristorante. Il tutto aggravato se è uno smartphone il dispositivo utilizzato per le limitate opzioni di interazione con le componenti fotografiche, salvo usare applicazioni diverse da quelle normalmente in dotazione standard. Quindi ci sta che le immagini siano mosse e sfuocate. Succede e succederà fino a quando la tecnologia Lytro (o soluzioni simili) non equipaggeranno gli smartphones.

Quello che on capisco, nell’ordine:

  • perché pubblicare una foto il cui contenuto è poco comprensibile proprio perché mancano i presupposti di fondo nell’immagine stessa?
  • visto che spesso (se non sempre) queste foto sono pubblicate per soddisfare una quasi maniacale esigenza di comunicare e di farsi vedere, quale il vantaggio di farlo con un’immagine che – proprio perché difettosa – non può che trasferire una percezione molto vaga e confusa. La donna nella foto è carina? È in forma? Chi lo può dire visto che non è proprio possibile arrivare ad alcuna conclusione.

Nonostante ciò, ogni giorno vedo esempi che ricadono in questa categoria: immagini fuori fuoco postate con grand orgoglio e soddisfazione per dimostrare di essere stati in un ceto posto, essersi divertiti a una cena, essere in compagnia di e altro ancora. Quali siano i ragionamenti mentali dietro simili scelte proprio non riesco a capirlo, o meglio a metterli a fuoco!

Ancora peggio la reazione delle persone. Intendo dire: non basta che ci sia un cretino/a che pensa di fare una cosa intelligente postando un’immagine inquadrabile. Ci sono anche quelli che – nonostante tutto – commentano e spesso lo fanno con toni di apprezzamento e di approvazione. Mi è capitato spesso di vedere cose del tipo: Sei bellissima xxx! (ometto i riferimenti espliciti e mi limito a un solo esempio visto che sto parlando dei miei contatti/amici su FB). No, scusate, come è possibile fare un commento così demenziale? È vero che i bugiardi si sprecano, i lecca___o sono iper presenti, i subodotati non si tirano mai indietro, ma … davvero?

Adesso mi sento meglio!

 

Personale di terra. A terra

IMG_0845Sono un abituale frequentatore di diversi aeroporti, focalizzato negli ultimi anni su London Heathrow, T5 visto che volo solo ed esclusivamente British Airways (BA). L’altro giorno mentre ero in attesa di imbarcarmi, l’attenzione è stata catturata dalle sagome controluce del personale di terra di British Airways. Le grandi vetrate di Heathrow facevano filtrare molta luce che trasformava le divise blu scuro in silhouette, quasi fosse un esercizio fotografico. Cinque persone erano in attesa di espletare i propri compiti relativi all’imbarco di forse 130 passeggeri.

Da quell’immagine è partita una riflessione circa le azioni e i passaggi necessari per arrivare a un gate. Ho mentalmente ricordato come il processo fosse gestito in passato e mi sono soffermato sulla situazione che stavo vivendo. In altri termini, ha rivisitato i passaggi e le modalità che affronto regolarmente oggi, confrontandole con il passato. Oggigiorno il tutto avviene attraverso l’iPhone e l’app di British Airways. L’intero processo inizia più o meno 24 ore prima del decollo tramite una notifica da parte di BA per avvisare dell’apertura del check-in. Una volta nell’app (credenziali memorizzate, fortunatamente), attivo la procedura di emissione del boarding pass in 3 clicks e salvo il risultato prodotto in Passbook. Faccio così da almeno 2-3 anni. Tutti i miei boarding pass sono memorizzati lì, già solo questo un grande valore e una comodità. Stato del volo e altri dettagli sono forniti ovviamente con un certo livello di approssimazione visto che in 24 ore può succedere di tutto e molto deve essere ancora definito. Carina la presenza delle previsioni meteo all’arrivo e la password della rete WiFi del lounge (per vostra info BA usa sempre e solo le stesse 4 password da almeno 4-5 anni!). Questa fase preliminare si completa con la ricezione di un messaggio di posta elettronica di ulteriore conferma dell’avvenuto check-in, ma succede altro prima che io raggiunga il gate.

Nella giornata prevista per il volo l’accesso al boarding pass compare sempre in primo piano sullo schermo dell’iPhone. Idea semplice, ma saggia: sapendo che l’imbarco avverrà a ore, giusto rendere il boarding pass elettronico facilmente accessibile. Arrivato a T5  estraggo l’iPhone dalla tasca per prepararmi ad accedere al controllo di sicurezza. È sufficiente una  scansione del codice QR presente nel boarding pass e qualche secondo di attesa affinché venga scattata una foto da una camera integrata al cancello di ingresso. Una volta presidiata da personale a terra, da qualche mese questo passaggio all’area delle partenze prevede la presenza di un solo addetto inoperoso per la maggior parte del tempo visto che la sua funzione è quella di gestire un eventuale problema. BA si aspetta che quasi la totalità dei passeggeri sia in grado di fare la scansione del proprio boarding pass – elettronico o cartaceo – e di proseguire verso il controllo di sicurezza. Non è difficile, onestamente. Dopo qualche metro mi attende il noioso, ma necessario, rituale del controllo del bagaglio a mano e degli effetti personali. Un piccolo scanner invita – non è obbligatorio – a fare nuovamente la scansione del boarding pass proprio in prossimità del nastro su cui appoggiare gli effetti personali. Mossa astuta: serve a BA per misurare il tempo intercorso tra l’accesso all’area e l’inizio del controllo. Il mio dato aggregato con quello di milioni di altri passeggeri immagino venga condiviso con BAA, l’azienda spagnola che gestisce Heathrow in modo da monitorare l’efficacia e del servizio preposto e i tempi di espletamento dei controlli di sicurezza.

In realtà tra le due scansioni arriva un SMS per invitarmi a esprimere un giudizio sul check-in, iniziativa anche questa mirata a raccogliere evidenze per valutare la qualità del servizio. Superato il controllo, la prossima tappa è il lounge BA dove l’accesso mi è garantito da un’ulteriore scansione del boarding pass sul telefono. Anche in questo caso degli agenti BA controllano l’ingresso, ma l’operazione consiste nel trasferire per qualche secondo il mio telefono e permettere loro di fare una nuova scansione. Potrei farlo da solo: vedo veramente un valore aggiunto molto limitato dalla loro presenza. Piacevole essere salutato, ma forse costoso per l’azienda nel complesso. Al momento l’uscita dalla lounge non è monitorata in alcun modo, ma consiglierei a BA qualche semplice soluzione per completare l’acquisizione dati aggiungendo anche la permanenza nella saletta tra le tante informazioni prodotte.

BA ground crewFinalmente sono giunto al gate. Non ho quasi interagito con nessun umano, salvo seguire qualche cenno con la mano e lo sguardo al controllo sicurezza e quanto appena descritto per accedere al lounge. In merito, dei cancellati automatizzati potrebbero forse rappresentare una valida alternativa. Il processo di boarding non è ancora iniziato. Appena riceverò il via libera replicherò per l’ennesima volta la medesima scansione ormai fatta in altre diverse occasioni integrata da un sempre piacevole sorriso e un saluto.

Quindi? Non sto ipotizzando Heathrow privo di personale BA di terra, ma francamente … forse non è nemmeno necessario dover completare la frase. La loro presenza è giustificata da ragioni storiche e dall’eventuale esigenza di dover gestire degli imprevisti di qualsiasi genere. Poco più o forse addirittura nulla di più. Se l’intero processo tecnologico funziona fin dalle sue primissime fasi come descritto, riesco a prender posto a bordo solo grazie al mio smartphone e a una serie di dispositivi pensati e concepiti per garantire la ripetuta verifica delle mie credenziali, elemento cardine per la sicurezza in volo.

Oltre alla ovvia conclusione che presto mi aspetto di assistere a un’ulteriore riduzione del personale a terra efficacemente sostituito da diverse soluzioni tecnologiche (ci saranno presto molti schermi agli imbarchi per eventuali interazioni con agenti remoti), è incredibile la quantità di dati e informazioni che vengono prodotti in poche centinaia di metri lineari che separano l’ingresso dell’area delle partenza dalla porta di un aereo. Se alle azioni fisiche esplicite descritte si aggiungono le riprese video che catturano pressoché ogni metro di Heathrow calpestatile, facile capire quali potranno essere le prossime evoluzioni nel rendere il posto sempre più sicuro e le operazioni di boarding più semplici e fluide. Non mi manca moltissimo ad arrivare a 2 milioni di miglia volati con BA: quindi prevedo di di essere testimone diretto di altra tecnologia applicata agli scali aeroportuali. Fra due settimane il Passenger Terminal EXPO 2015 a Parigi un’ottima occasione per conoscere le prossime evoluzioni nel settore.

PS Per gli appassionati di tecnologia in volo, intanto BA è diventata interamente paperless sui propri 787 Dreamliners, la prima al mondo.

Sempre più costoso essere obeso

24F07BA800000578-2920219-Graphic_shows_an_epidemic_of_obesity_across_most_of_the_U_S_Euro-a-18_1421927991256Per David Cameron, Primo Ministro inglese, è giunto il momento di riconsiderare la strategia legata alle gestione dell’obesità, considerato un problema sociale con impatti più ampi rispetto al semplice aspetto legato alla salute dei cittadini. Un suo recente commento ha innescato un acceso dibattito negli UK sul tema. La proposta consiste nel ridurre i sussidi pubblici alle persone sovrappeso nelle condizioni di poter fare qualcosa per migliorare la propria condizione fisica. Allo stato attuale i sussidi arrivano fino a £100 alla settimana (circa €130) e spesso sono considerati sufficienti per vivere senza lavorare beneficiando del supporto pubblico. Per molti – ovviamente non tutti i beneficiari – un’opportunità per vivere “on sickness benefits” cioè sulle spalle della collettività evitando accuratamente di impegnarsi per perdere peso, riacquistare una forma fisica compatibile con il lavoro. Può sembrare eccessivo, ma da tempo l’argomento è il soggetto di un TV Show molto seguito su Channel 5: Benefits Britain.

La proposta nel concreto consiste nel valutare di ridurre i benefici per coloro che rifiutino di collaborare nel tentativo di risolvere i propri problemi di salute (non necessariamente solo peso, ma anche dipendenze di varia natura). Quindi non necessariamente un taglio draconiano, quanto piuttosto un progetto in divenire. Recentemente il Daily Mail ha pubblicato la mappa dell’obesità mondiale. American Samoa in testa a questa particolare graduatoria con il 75% della popolazione sovrappeso. In Europa, contrariamente a quanto avrei mai immaginato, la leadership spetta alla Czech Republic.

Riprendendo alcuni dati pubblicati nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso ormai quasi 3 anni fa, ecco alcuni dati su cui riflettere sul tema in questione:

… Prendiamo come esempio la salute. Il problema dell’obesità tra i giovanissimi ha assunto negli USA livelli allarmanti interessando una percentuale pari al 33% tra i pre-teens (sotto i tredici anni) e teens (da tredici fino a diciannove). In Italia, nonostante una dieta teoricamente più bilanciata, la tendenza di fondo evolve nella medesima direzione. La gravità del problema è evidente nelle implicazioni mediche associate nel breve e nel lungo periodo. Per esempio, studi condotti su ampi campioni della popolazione hanno evidenziato come ragazzi obesi tra i 10 e i 13 anni abbiano l’80% di probabilità di diventare adulti obesi a causa delle difficoltà oggettive nel trattare questa condizione medica. Le possibili patologie comprendo alta pressione sanguigna, diabete, rischi cardiocircolatori, difficoltà di respirazione e di sonno e problemi alle ossa e alle articolazioni. Da una prospettiva economica, questa condizione medica rappresenta un costo per il sistema sanitario, le aziende, i diretti interessati e la collettività. Uno studio condotto dalla George Washington University School of Public Health ha determinato in $4.879 e $2.646 il costo individuale annuo rispettivamente per donne e uomini obesi. In generale, sempre negli USA i costi sanitari associati all’obesità ammontano a $147 miliardi annui, quasi il 10% del totale della spesa medica generale. …

A migliaia le reazioni del pubblico sul tema che – in prossimità delle elezioni generali del 7 maggio 2015 – si presta perfettamente a qualsiasi valutazione e strumentalizzazione. Il principio di fondo non sembra sbagliato, soprattutto se interpretato dal punto di vista medico e con l’obiettivo di eliminare una causa di disagio nel breve e di problemi maggiori nel lungo periodo.

 

Consumo indicizzato, non lineare di “televisione”

Left IndexTelevisione: da anni provo un certo disagio quando impiego questo termine. Ormai lo penso sinonimo di quella che si definisce la TV commerciale, cioè TV di stato e canali distribuiti prevalentemente sotto forma di digitale terrestre. Quest’ultima è una definizione limitativa e parziale, un tentativo di differenziazione rispetto alla TV ad abbonamento modulare tipica degli USA e abbastanza popolare anche in Europa da alcuni anni. Di sicuro il termine televisione non identifica il dispositivo fisico presente nelle case, ormai a tutti gli effetti uno schermo , un visualizzatore di contenuti digitale.

Sulla base di questa empirica classificazione, osservando il mio comportamento negli ultimi anni sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • il mio consumo di TV commerciale è nullo, praticamente vicino allo zero. Non fosse stato per il referendum della Scozia del scorso 18 settembre 2014, un’occasionale zapping che mi ha portato su Channel 5 dove trasmettevano Benefit Brits by the Sea (da brividi!) e 20 minuti di BBC 1 il 31 dicembre, non ricordo alcun altro momento nell’arco degli ultimi 16 mesi almeno. Stesso discorso per la televisione italiana negli anni precedenti. Credo che la mia astinenza volontaria dai primi 6 canali di un generico telecomando risalga al 2007 come minimo. Non un elemento di vanto o di distinzione, ma un dato di fatto.
  • mediamente il stop box di Sky è operativo una decina di ore alla settimana al massimo e non sempre per visualizzare contenuti, ma spesso per registrarli e basta. Solo alcuni eventi sportivi (a gennaio i Play Offs NFL e le poche partite della Premier League trasmesse localmente) costituiscono un momento di sfruttamento di questa fonte di contenuti e di intrattenimento. In aggiunta mediamente un film (2 ore?) sempre in download attingendo alla libreria di Sky. Non succede con cadenza regolare ogni settimana: forse più realisticamente ogni 2 o anche più.
  • Lo schermo di casa (quello che una volta si chiamava televisore e/o televisione) risulta acceso più spesso di quanto descritto in precedenza perché – quando si presenta l’occasione – visualizzo alcuni contenuti digitali che ho prodotto, soprattutto foto e in qualche rara occasione video.

Nonostante questo quadro quasi deprimente, consumo un’incredibile quantità di contenuti, scritti e video tralasciando la musica sempre presente e mai attraverso una radio: categoricamente mai.

Numeri alla mano – sebbene non possa presentare un’analisi quantitativa e qualitativa iper precisa – al #1 nella graduatoria dei dispositivi di consumo di contenuto si posiziona il mio iPad Air 2, incalzato dall’iPhone 6 per ovvi motivi e per una tipologia di materiale leggermente diversa (principalmente testo). Ho realizzato che i contenuti video – documentari, film e TV shows – che una volta veicolavo sullo schermo di casa, oggi sono consumati sempre e solo attraverso iPad. E ancora più sorprendente, la fonte di approvvigionamento di questi contenuti è Amazon Prime, molto di più di Sky Go, BBC iPlayer o qualsiasi altra fonte video di tipo tradizionale. Probabilmente se sottoscrivessi un abbonamento a Netflix, credo sarebbe un testa a testa con Amazon Prime per la posizione #1.

Difficile generalizzare e anche arrivare a conclusioni categoriche. Di sicuro molti ancora guardano BBC o RAI, come ITV o Canale 5. Sinceramente contento per loro e per le rispettive aziende. Ma in un mondo che si sta sempre più spostando verso la specializzazione in qualsiasi area e settore, potendo disporre di alternative e di un panorama di contenuti così ampio da riuscire a soddisfare i gusti più disparati, perché accontentarsi di una programmazione “imposta” potendo fare diversamente?

Non sono l’unico a farlo. Poche sere fa mi sono trovato su un treno in direzione sud-ovest in partenza da Waterloo Station alle 6:00pm di un giorno lavorativo. Ordinatamente pieno compresi corridoi e piattaforme di accesso, ho osservato il comportamento dei “commuter” giornalieri, essendo io un intruso e un non-professionista della categoria di chi utilizza il treno per raggiungere il posto di lavoro. Devo ammettere di aver visto 3 lettori di The Evening Standard, quotidiano gratuito distribuito ovunque nel centro di Londra. Alcuni dormivano. La maggior parte era alle prese con il consumo di contenuti. Semplicissimo individuare i professionisti della trasferta. Armati di iPad con reggi schermo per ottimizzare la visione e la comodità nel viaggio, batteria carica al 100%, una miriade di contenuti scaricati in locale.

Un trentenne si è sciroppato almeno due episodi di un TV show che io considererei illegale per la pochezza cerebrale che lo caratterizzava. Ambientato in un futuro così poco credibile da risultare sciocco, vedeva dei protagonisti alquanto strampalati combattere contro dinosauri. Immagino che il creatore della serie abbia ritenuto assolutamente vincente mixare passato e futuro, raccogliendo il consenso di un produttore che ha finanziato il “capolavoro” e almeno di quell’utente che avidamente ne consumava i frame.

Un signore vicino al pensionamento credo avesse sul suo iPad una libreria immensa di contenuti visto che in un’ora di viaggio ne ha selezionati e visti parecchi. La domanda e il dubbio che mi è sorto riguardava le fonti di approvvigionamento e se si trattasse di materiale ottenuto legalmente. Non è dato di sapere sebbene il sospetto è che a fronte di una mole simile il soggetto in questione debba aver trovato delle soluzioni particolarmente vantaggiose per potersi permettere una scelta così variegata. Sorvolando su questo punto (anche se non ci sarebbe proprio da sorvolare!), mi ha colpito l’atteggiamento sviluppato nel tempo e conseguenza diretta di una condizione clinica che definirei da “abbondanza di contenuti”. Dopo aver visionato un’epica finale di hockey su ghiaccio tra Canada e URSS vinta dai primi 6 a 5 e giocata senza elmetto (primi anni 70?), sono stati necessari almeno una dozzina di tentativi prima di trovare un altro contenuto sufficientemente interessante. In questa fase il suo indice sinistro (mancino?) ha ricoperto un ruolo da protagonista venendo utilizzato per selezionare i clip e – qui la sorpresa – per esprimere un verdetto qualitativo quasi istantaneo. Subito dopo la partenza del video, l’indice sinistro rimaneva operativo posizionandosi a pochi millimetri dal pulsante Done, quasi come se stesse per esprimere una sentenza, un verdetto definitivo sulla capacità del clip selezionato di trasferire un livello di interesse, gradimento e compagnia adeguato alla situazione. Tempo richiesto per arrivare a questa conclusione? Qualche secondo, massimo una decina.

Ho trovato questo comportamento particolarmente sintomatico di chi vive in una condizione di grande abbondanza e scelta e mi ci sono ritrovato perché faccio più o meno la stessa cosa con la musica, da diversi anni almeno. Pochi secondi e se non scatta qualcosa, passo alla canzone successiva individuata secondo criteri di selezione personale. Non sono arrivato ancora a tanto con i video, forse perché non sono su un treno ogni giorno.

Le statistiche USA indicano come il consumo lineare di contenuti (una volta avrei scritto di televisione) stia crollando e come il numero dei cord cutters (quelli che annullano l’abbonamento a canali televisivi) sia in costante aumento. Nulla di nuovo e di sorprendente. In presenza di un livello maggiore di disponibilità di banda capace di garantire una copertura pervasiva, logico prevedere un accentuarsi di un comportamento simile vista la comodità della cosa da qualsiasi punto di vista. Rimane il dubbio sulla legittimità della presenza di quei contenuti sugli iPad dei molti viaggiatori di quel treno. Mi piace pensare che fossero il risultato di azioni lecite e legali. Se così fosse, si prospettano tempi entusiasmanti per i produttori di contenuti video.

La mia eredità digitale

Seattle 02-12-2015 - 0073Nessuna intenzione di smettere di essere attivo sul fronte digitale, sia a livello professionale che personale. E godendo di ottima salute al momento (dita incrociate), non sto prefigurando scenari con connotazioni fosche. Mi riferisco semplicemente alla non trascurabile quantità di materiale digitale che produco giornalmente e che assorbe una buona parte del mio tempo libero. Rimanendo solo in ambito fotografico, ho chiuso il 2014 con 26,691 scatti archiviati, apparentemente circa 600GB di spazio disco. Tutti capolavori e testimonianze di un genio creativo e artistico di rilevanza mondiale? Ovviamente no, nemmeno lontanamente. Di sicuro molti bei ricordi e diversi momenti del tempo trascorso in varie parti del mondo e in contesti differenti. Potenzialmente un valore affettivo per i membri del ristretto nucleo familiare oggi e ancor di più in prospettiva. Ogni tanto ci capita di rivedere una buona porzione di questo abbastanza voluminoso database comodamente rilassati sui divani di casa davanti allo schermo in veloce sequenza. Indubbiamente piacevole e ripetibile nel tempo.

Qualche utilità all’esterno della stretta cerchia familiare? Probabilmente non molto. Indirettamente ho catturato e testimoniato qualcosa di Londra, dell’Arizona, delle Hawaii e dei tanti altri posti dove sono stato nel 2014. Altrettanto vale per gli anni precedenti. Nessuna pretesa di aver comunque dato corpo a qualcosa di utile. Questa riflessione mi ha però portato a pormi una domanda più generale. Di sicuro non sono l’unico ad aver prodotto dei documenti digitali – foto, video, scritti, presentazioni, … – e sono certo che considerando ampi segmenti della popolazione, oltre a quantità ci sia indubbiamente anche qualità che sarebbe un peccato perdere. Questa la domanda quindi: cosa suggerire ai singoli per fare in modo che quanto prodotto risulti accessibile in futuro e, ancor prima, non venga in qualche modo perso? Esistono delle soluzioni per assicurarsi che venga estratto il valore che sicuramente risiede nella mole di documenti digitali prodotti coscientemente e a volte per caso come uno scatto fotografico? Cosa potremmo capire meglio del 2014 fra 50 anni facendo riferimento all’incredibile quantità di documentazione prodotta da ciascuno di noi?

Sono sempre stato sorpreso dall’apparente facilità con la quale l’umanità sia riuscita in passato a dimenticare quanto di buono, di tecnologico, di utile e di avanzato prodotto in un certo periodo storico. All’organizzazione dell’Impero Romano è seguito uno sfascio in gran parte all’incapacità di trattenere tutto quanto di positivo realizzato in precedenza. Ora ci troviamo in una condizione teoricamente opposta: ogni istante delle nostre esistenze è iper documentato e lo sarà sempre di più (tra l’altro, quante telecamere mi hanno ripreso questa mattina mentre andavo in palestra oltre a quelle presenti nel palazzo in cui vivo?). Personalmente sono quasi angosciato quanto sento di persone che non salvano le tante immagini scattate sul proprio telefono. Una logica “usa e getta” dei propri ricordi – anche quelli banali e del momento – mi sembra in totale contraddizione con il mondo in cui viviamo. Da capire cosa fare invece per assicurare continuità e utilità nel tempo a tutto quanto catturato e prodotto digitalmente. Non ho risposte o proposte al momento. Nel frattempo vado di backup.

Eterna riconoscenza alla Korea del Nord

The InterviewPer Sony ormai quasi un’abitudine quella di essere vittima di attacchi ai propri sistemi informativi. Per quanto ne sappiamo, quanto successo recentemente in concomitanza con il lancio de The Interview non è che il più recente episodio di una serie di vulnerabilità che hanno colpito l’azienda giapponese negli ultimi anni. La paternità dell’accaduto è stata originariamente attribuita a un team di hackers operativi dall’interno della Korea del Nord, ipotesi che ha perso di consistenza nelle ultime ore dopo una più attenta revisione di quanto accaduto. Considerando il livello tecnologico del paese, qualche dubbio da emerito inesperto in materia di sicurezza l’ho avuto fin dall’inizio. Comunque sia, non è questo il punto.

Indipendentemente da come siano andate le cose, da tutti i proclami di attentato alla libertà di espressione e alla democrazia americana, il fatto più saliente è in realtà un altro. Mi riferisco alla decisione forzata di rilasciare un nuovo film attraverso diversi canali internet – YouTube, Google Play, Xbox e Apple iTunes solo nelle ultime ore del weekend – obbligando l’industria cinematografica a intraprendere una soluzione distributiva con anni di anticipo rispetto a quanto sarebbe successo normalmente. Realizzato in emergenza e senza un’accurata preparazione marketing come avviene normalmente per il lancio di un nuovo titolo, The Interview ha raccolto $15M al “botteghino virtuale” raccogliendo un “pubblico” stimato in 2M di streaming nella forma di acquisti e di noleggi. Il numero complessivo di persone che hanno effettivamente visto il film può quindi essere stimato in 3x o 4x volte tanto. Risultati di tutto rispetto considerando le condizioni di partenza del tutto improvvisate, il fatto che non si tratti di un capolavoro cinematografico – su questo punto sono tutti d’accordo – e che il pluripremiato Argo ha raccolto meno di $20M nel fine settimana di lancio nell’ottobre 2012.

Chi invece si è dimostrato pronto e disponibile a utilizzare un canale non tradizionale per una prima cinematografica è invece il pubblico, il vero vincitore di questa storia e l’elemento di reale sorpresa. Un’ulteriore dimostrazione, qualora fosse necessario, della totale predisposizione del consumatore a usufruire di contenuti di ogni genere – anche una prima cinematografica – attraverso una qualsiasi soluzione distributiva via Internet. Avevo ampiamente documentato questa cosa nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso oltre due anni e mezzo fa: in queste ore è successo.

Quindi, credo che collettivamente dovremmo tutti ringraziare il caro Kim Jong-un che – forse senza alcun merito – ha indotto Hollywood a fare un primo passo verso una direzione ovvia e scontata per molti, ma che nessuno aveva previsto si realizzasse entro il 2014: l’inizio delle prime cinematografiche via Internet, primo passo per la totale rivoluzione dell’industria della distribuzione cinematografica. Un altro tassello del passato che inizia a smontarsi.