Alla fine ho scelto Amazon Drive

Amazon DriveEra da un po’ di tempo che cercavo una soluzione per salvare in rete documenti, la libreria video e soprattutto il mio archivio fotografico. Molte le offerte disponibili e poco il tempo a disposizione per valutare con attenzione la soluzione più conveniente come capienza, praticità d’uso ed economicità. i servizi che comportano una copia fisica – sebbene non obbligatoria – sull’SSD locale non rispondevano e rispondono tuttora alle mie esigenze visto che ho intenzione di occupare spazio nell’ordine di alcuni terabyte. Ho provato inizialmente iCloud Drive di Apple oltre a Dropbox, ma non ho trovato nulla di sufficientemente attraente al punto che ho sensibilmente ridotto lo spazio acquistato da Apple arrivando a pagare $0.99 al mese, un investimento abbordabile e finalizzato al backup dei dispositivi iOS. Su Dropbox mi sono limitato a pochi GB, spazio che uso per noiose attività professionali come la gestione della nota spese e poco più.

OneDrive di Microsoft è in pratica la mia soluzione professionale, mentre l’utilizzo di uno spazio separato associato a un mio account personale non ha mai riscosso grande successo e generato particolare entusiasmo anche per la limitazione a 1TB introdotta successivamente al lancio che invece prevedeva spazio illimitato.

Non sono mai stato attratto dall’idea di cloud privata per aspetti di costo, affidabilità e anche di sicurezza fisica nonostante i consigli e le raccomandazioni ricevute. Il fatto che molti dei miei punti di riferimento nel settore tecnologico condividano questa scelta ha rafforzato il mio convincimento.

Fin dall’inizio ho dato fiducia a Amazon Drive (nome originario Cloud Drive), per poi quasi abbandonare il servizio a vantaggio delle altre soluzioni citate in precedenza. Recentemente – anche complice qualche secondo di tempo a disposizione – ho ripreso in esame la questione arrivando alla conclusione di partenza: Amazon Unlimited Everything – questo il nuovo nome introdotto da poco – il servizio che mi serve. I clienti Amazon Prime beneficiano del servizio Unlimited Photos (altrimenti $11.99 all’anno con un free trial iniziale di tre mesi), ma la versione che ho scelto ($59.99 o $5 al mese) offre il vantaggio di poter salvare anche illimitate quantità di video e non presenta restrizioni di alcun genere (per la prima volta in vita mia ha sfogliato con una certa attenzione l‘Amazon Drive Terms of Use e non mi sembra di aver riscontrato alcune limitazione essenziale). questo servizio è apparentemente offerto esclusivamente negli USA, ma non sembra una restrizione particolarmente vincolante. Ho iniziato quindi a caricare le migliaia di file RAW prodotti negli anni.

Il trasferimento di file è davvero semplice grazie a un client davvero essenziale nelle funzionalità, ma efficace nell’uso. e l’interfaccia web offre una visione dei file molto pulita e semplice, esattamente quello che cercavo.

Quindi ora non mi resta che consumare un’incredibile quantità di banda in upload per essere certo di avere un’ulteriore copia di foto e video.

Per piacere, aiutami ad assumerti!

CVsNella mia carriera lavorativa ho assunto almeno alcune centinaia di persone. In parte grazie all’aver operato all’interno di un’industria in costante espansione e anche per ruolo. Corretto stimare che il numero di interviste sia stato come minino 3 volte tanto. Non sono un esperto, ma qualche idea sul tema l’ho sviluppata negli anni. Ovviamente in alcune occasioni mi sono trovato dall’altra parte del tavolo e non sempre ho dato il meglio di me stesso. Anche in tempi relativamente recenti nonostante l’esperienza e la maturità. Quindi nessuna pretesa di essere una best practice in materia di CV e di colloqui, ma sono arrivato a una conclusione: spesso i candidati non hanno voglia di farsi assumere. Illogico e assurdo vero? Ovviamente le cose non stanno proprio così, ma l’impressione che ho ricavato porta in molte circostanze a questa conclusione. Il numero di errori commessi da molti candidati/e è tale da sollevare più di un dubbio sulle reali intenzioni.

Partiamo dal’inizio. Chi redige una nuova posizione ha chiaramente in mente il profilo del candidato/a ideale. Allo stesso tempo – salvo che non si tratti di uno sprovveduto – è perfettamente consapevole che quello che effettivamente ricerca è di essere piacevolmente sorpreso e riassicurato allo stesso tempo. In primissima battuta, la lettura del CV deve fornire risposte concrete, evidenti ed inequivocabili ai punti cardine della ricerca. Deve scattare immediatamente nella mente dell’hiring manager una forte associazione tra le principali qualità ricercate e quanto prospettato nel CV. Questo è l’elemento di rassicurazione. La sorpresa, invece, consiste in qualche aspetto aggiuntivo o anche semplicemente differente da quanto originariamente ipotizzato. E non mi riferisco esclusivamente a caratteristiche hard come una seconda o terza laurea, ma potrebbe trattarsi benissimo di qualcosa di soft come l’aver partecipato a livello competitivo in gare di pattinaggio sul ghiaccio, essere stato capitano della squadra di basket o di avere composto musica. Riuscire a trasferire un quadro completo della propria persona e personalità l’obiettivo da centrare sempre quando si fa application per un nuovo lavoro.

Di seguito alcuni consigli per aumentare le proprie chance di successo:

  • Leggere attentamente la job description. Chi leggerà il vostro CV? Un recruiter o l’hiring manager? Probabile la prima figura per un’azienda di medie-grandi dimensioni. In questo caso dovete catturare l’attenzione di un interlocutore non specializzato cercando di centrare i punti chiave della job description (JD). Bastano due o tre esperienze e/o qualità allineate con quanto desiderato e le probabilità di superare questa fase sono discrete. Mi aspetto che l’hiring manager abbia un maggiore sensibilità a cogliere anche elementi aggiuntivi rispetto a quelli elencati e si senta propenso a esplorare un profilo non necessariamente ideale. Personalmente includo sempre almeno uno o due CV nella mia short list selezionando profili che potrebbero piacevolmente sorprendermi se quanto intravisto fosse supportato da elementi concreti in un successivo colloquio.
  • Valutare attentamente e onestamente se il proprio profilo corrisponde a quanto richiesto. Almeno il 30% dei CV che ho letto (peraltro pre-filtrati) si sono dimostrate delle complete perdite di tempo. Lo scrivo con rispetto, ma anche in modo oggettivo.  Molto spesso si trattava di applications fatte da persone senza le corrette credenziali. Della serie: ci provo. Ha senso? Gli strumenti per la valutazione delle candidature stanno diventando sempre più sofisticati e riescono facilmente a eliminare i “professionisti dell’invio sistematico”. Ricordatevi che il processo di hiring è complesso, costoso e assorbe molto tempo. In questo momento in GoDaddy abbiamo circa 200 posizioni aperte. Ipotizzando un numero estremamente conservativo di 20 interviste da 30 minuti l’una per selezionare il candidato/a ideale, la matematica indica un investimento di 2,000 ore!!! Inevitabile che il processo venga industrializzato e la “pazienza” nei confronti di chi “spara” un CV molto bassa.
  • Non mentire. Le palle digitali hanno le gambe davvero molto corte. Non sono certo che questa espressione abbia molto senso, ma credo renda l’idea. Qualsiasi informazione può essere facilmente verificata oggigiorno. Nonostante ciò i casi di falsificazione di elementi del CV sono frequenti e non risparmiano nemmeno vertici aziendali come nel caso di Scott Thompson, CEO di Yahoo! nel 2012 e costretto a lasciare per aver menzionato nel CV una laurea mai conseguita. Un dettaglio.
  • Personalizzare il CV di risposta. Suvvia, ce la potete fare! Pensare che un documento – sebbene ben fatto – possa funzionare in qualsiasi contesto è un po’ eccessivo e indice di pigrizia mentale in prima battuta. Se i due punti – sorpresa e rassicurazione – sono validi per chi conduce la ricerca, logico aspettarsi che per ogni posizione abbia senso riorganizzare la struttura del CV per meglio sintonizzarsi sui criteri della ricerca. Veramente troppo spesso ho l’impressione che i documenti che leggo siano “piatti” e privi di qualsiasi tentativo di stimolare la curiosità di chi lo riceve. Piuttosto rispondono alla sola e un po’ miope esigenza di farsi assumere. Difficile leggere in quanto scritto – e ancora meno tra le righe – una scintilla o qualcosa che possa ispirare. Alcuni esempi:
    • quando la posizione enfatizza la perfetta conoscenza di alcune lingue, le vostre qualifiche in materia devono comparire nelle primissime righe del CV;
    • se la sede di lavoro è chiaramente indicata, non delegate al lettore il dover scoprire dove attualmente abitato lavorate. Non è raro ricevere CV con solo qualche continente di distanza rispetto a quanto richiesto;
    • non tutti lavorano per grandi aziende note in tutto il mondo. Nulla di cui vergognarsi, ma abbiate l’accortezza di spendere qualche parola per introdurre l’azienda (… leader nella produzione di valvole per impianti a gas…), l’industria di appartenenza (…mercato competitivo in costante espansione negli ultimi anni…), il vostro ruolo (… acquisito manager nel segmento B2C…) in modo da contestualizzare la candidatura. Sono tutti dettagli che permettono di meglio contestualizzare la vostra persona.
  • Mettetevi nei panni dell’intervistatore. Svelo un segreto: non sarete gli unici a inviare un CV: quasi sicuramente molti altri condivideranno la stessa idea. Molto banale, ma va ricordato per evitare di fare una brutta figura. Il file contente il vostro profilo NON PUÒ chiamarsi CV2016.docx. Una simile nomenclatura denota scarsa intelligenza e totale assenza di rispetto per il ricevente. Sforzatevi di includere il vostro nome (per esempio Stefano Maruzzi.docx) o anche aggiungete un ulteriore dettaglio di personalizzazione (Stefano Maruzzi for GoDaddy.docx). Questo permetterà a chi deve analizzare più CVs (la norma) di gestire i documenti in modo semplice, facilitando il lavoro. Inoltre, altra banalità, ricordatevi di includere nel testo la vostra email personale e magari anche il numero del cellulare. Sembra impossibile, ma non è la regola!

Insomma, scrivere un CV un bell’impegno, ma solo l’inizio di un lavoro ben più complicato perché poi segue la fase delle interviste. In questo caso, se riuscite ad avere un colloquio di persona, vi consiglio di analizzare attentamente il video che segue: praticamente perfetto!!!  Un capolavoro e da piegarsi dal ridere quando il telefono squilla. Enjoy!

Dobbiamo proprio diventare “amici”?

LinkedIn friendOgni giorno ricevo almeno una ventina di richieste di contatto su LinkedIn. Arrivano da divers parti del pianeta. Oltre che dall’Italia, le richieste pervengono da UK, USA, paesi asiatici, Medio Oriente e dal continente africano. Tutto sommato una buona copertura geografica e spesso contatti utili, interessanti. Soltanto di rado qualche evidente interazione finalizzata alla vendita di qualche servizio o prodotto. LinkedIn è una “piattaforma di lavoro” ed espandere il proprio network.

Diverso il mio atteggiamento su Facebook. In questo caso sono estremamente selettivo nell’accettare richieste (e le mie impostazioni non consentono molte interazioni con chi non è un Friend). Considero quella piattaforma limitata alle conoscenze di lunga data e con le quali avrò realisticamente qualche forma di interazione continuativa nel tempo, interessi in comune o il piacere di essere indirettamente informato su aspetti personali.

Come anticipato, su LinkedIn ho seguito fin dall’inizio un approccio molto meno restrittivo. Trattandosi di una piattaforma social per professionisti, giusto interagire anche con contatti che potrebbero manifestarsi nel giro di poco tempo come estemporanei e poco rilevanti per diversi motivi. C’è valore nella quantità, mentre percepisco utilità nella selettività su FB.

Quello che mi aspetto da chi mi contatta su LinkedIn, però, è un minimo di chiarezza e trasparenza. Essendo l’obiettivo quello di costruire dei contatti potenzialmente utili a fini professionali, farsi conoscere al meglio delle propri potenzialità quasi scontato e logico. Spesso, invece, mi imbatto in profili senza foto e descrizioni personali e professionali limitate a poche righe. Devo ammettere che in diverse occasioni ho esitato e poi deciso di non accettare richieste da profili “vuoti” di contenuto. Non riesco nemmeno a capire se mi viene proposto di interagire con un uomo o una donna, il lavoro o il settore di competenza e gli eventuali elementi comuni e di scambio. Il messaggio standard proposto da LinkedIn poi non aiuta. Sebbene molto più comodo non fare nulla, specificare in un paio di righe il motivo della richiesta (e.g. condividiamo la passione per la tecnologia, lavoro nella stessa azienda dove hai lavorato tu, sarò alla conferenza dove ho visto presenterai, …) aumenterebbe la propensione ad accettare una richiesta.

In alcune occasioni arrivo a pensare addirittura che si tratti di profili fasulli o quantomeno sospetti. Forse timore eccessivo, ma immagino che frodi e impersonificazioni siano all’ordine del giorno anche su LinkedIn. Come suggerito in questo post, esistono diversi metodi e strumenti per determinare l’autenticità di un account. Personalmente non ho sufficiente tempo a disposizione per verificare ogni richiesta o anche solo quelle sospette. In ogni situazione dubbia, semplicemente non accetto. E sono a oltre 1,000 richieste inesaudite negli ultimi mesi!!!

Non riesco più a fare a meno di Slack

SlackMeglio di uno strumento di posta elettronica. meglio di un istante messenger. Questa in sintesi la mia valutazione di Slack. Lo uso da diversi mesi ormai e in azienda è diventato uno standard accettato subito praticamente da tutti. Troppo comodo, troppo utile, troppo semplice da usare per essere considerato qualcosa di ridondante. Anzi, esattamente l’opposto: Slack aggiunge valore e produttività migliorando l’interazione all’interno di un team e di un’organizzazione. Come prima cosa, si tratta di un software di elevata qualità. Ho sperimentato esclusivamente il client Mac e quello iOS, ed entrambi sono veramente progettati con cura, attenzione per i particolari e grande stabilità. Sembrano caratteristiche scontate per qualsiasi pezzo di software, ma non raro trovare bugs o illogicità nella UI. Per Slack è esattamente l’opposto. La UI non solo è “pulitissima”, ma logica, razionale e super intuitiva. Già questo un elemento di grande apprezzamento.

Ma in quale modo Slack mi ha conquistato? Si tratta di uno strumento di comunicazione, di condivisione e di scambio di informazioni e di dati. La logica di fondo ruota attorno al concetto di creazione di un gruppo di lavoro (l’intera organizzazione aziendale o teams più ristretti) con interazioni dirette tra individui o attraverso temi definiti a piacere e denominati Channels, canali. Ecco perché mi sono permesso di definirlo una sintesi tra la posta elettronica e una soluzione di messaggistica. Combinando entrambe le funzionalità in un’interfaccia veramente elegante ed efficiente, Slack aggiunge e sottrae in modo chirurgico. Aumenta la produttività rendendo semplici e istantanee le comunicazioni mantenendo però traccia nel tempo di quanto condiviso. Allo stesso tempo induce a trasferire al proprio interno interazioni sporadiche eccessive per la posta elettronica, ma che comunque conviene memorizzare nel tempo. Insomma, razionalizza le modalità di lavoro secondo una prospettiva nuova rispetto a posta elettronica e messaggistica.

I Channels rappresentano però l’aspetto maggiormente innovativo. Immaginate di lavorare alla redazione del report relativo al quarto trimestre 2015. Il soggetto in questione si qualifica perfettamente un un nuovo canale (nome a piacere, ovviamente) al cui interno verranno convogliati commenti, richieste, documenti, immagini, link a file residenti in aree condivise in cloud e qualsiasi altra cosa pertinente all’argomento.

Particolarmente vincente la logica seguita nelle comunicazioni interpersonali. Oltre ad avere canali di comunicazione 1:1 con ogni singolo membro del gruppo (soluzione assimilabile a una conversazione privata), quando necessario è comunque possibile inviare un messaggio all’interno gruppo indicando in modo selettivo gli utenti magari direttamente coinvolti in determinate attività o richieste (la sintassi prevede @nomeutente). Tutti al corrente, ma comunicazione selettiva quando appropriato.

Slack è disponibile gratuitamente o con una griglia di soluzioni in relazione alle esigenze e alle dimensioni di un’organizzazione. Valido anche per un libero professionista per gestire in modo super efficiente le interazioni con collaboratori e partner, Slack può avere senso anche in ambito famigliare perché più ricco e comunque semplice di qualsiasi altra soluzione di messaggistica in commercio.

Da ultimo, l’applicazione iOS è davvero una gemma, ma altrettanto vale per il client Mac.

I tre paradigmi del Web

new-paradigm-aheadAll’inizio c’era solo Google. Ora sono in tre.

Fino a qualche anno fa Google era sinonimo di Internet. La nascita dell’espressione del verbo “to google” forse la migliore sintesi di questo modo di pensare e di considerare il servizio di ricerca sinonimo di Internet. Il presupposto di partenza molto semplice: tutto quello che c’è lo trovi con Google. La diffusione di questo approccio mentale è stato ampiamente meritato e ha significato per Google crescita e continua espansione.

Da un po’ di tempo – sicuramente negli USA e quasi sicuramente in UK – questa identità percepita dai consumatori che vedeva Google “coincidere” con Internet è stata scalfita dalla costante crescita e continua popolarità di Amazon. Sempre secondo questa mia teoria, il secondo paradigma mentale è diventato il seguente: Amazon vende l’intero vendibile. Quindi se sono alla ricerca di qualcosa da comprare, mi conviene farlo direttamente in Amazon. Negli USA questo “stato mentale” ha raggiunto da anni un livello tale da portare Amazon al primo posto dei rivali di Google. L’implicita sottrazione di traffico e di interrogazione significa per il motore di ricerca californiano potenziali perdite di introiti pubblicitari associati a prodotti commerciali, sicuramente delle interrogazioni più lucrative che una su Marco Antonio o sui risultati delle partite di calcio. Non a caso Google si è messa a scimmiottare – in modo peraltro abbastanza goffo – alcune iniziative nell’ambito del commercio elettronico che non hanno superato i confini dell’esperimento. Temo siano destinati a rimanere tali. Per chi opera principalmente da dispositivo mobile, la sola idea di ricorrere al browser (e quindi a Google) per fare una ricerca di un prodotto è folle e priva di senso. Molto meglio aprire l’app di Amazon e muoversi in quel contesto. Che gli acquisti da mobile stiano esplodendo non stupisce. E Google è totalmente tagliata fuori da questo flusso.

Io ho abbracciato appieno questo “secondo paradigma” che vede Amazon come protagonista. Ogni volta che cerco qualcosa con la finalità di acquistarla, la mia prima e spesso unica tappa è Amazon da web.  Il motivo è molto semplice. Faccio costante riferimento alle reviews di precedenti acquirenti e la sezione delle domande ha spesso un grande valore informativo al momento o successivamente in seguito all’esplicita formulazione di una domanda. Sono due funzionalità intrinseche della piattaforma, del valore aggiunto.

Il “terzo paradigma” si è aggiunto alla mia personale collezione nell’agosto 2015 quando Facebook ha comunicato di aver superato il miliardo di utenti in un solo giorno. In quel momento mi si è accesa una lampadina. Sono arrivato alla conclusione (quindi al terzo paradigma) che per un numero sempre maggiore di persone si stia sviluppando l’equazione mentale Facebook = qualsiasi persona, evidenziando con il servizio l’intero insieme delle singole identità digitali di ciascuno di noi. Il tutto si traduce in: se devo cercare qualcuno mi conviene farlo direttamente in Facebook perché sono tutti lì. Non una verità numericamente corretta, ma essendo il parco utenti di FB così ampio, l’approssimazione non scandalizza. Il tutto diventa ancora più particolare considerando che la maggior parte di questo consumo di tempo uomo e di contenuti digitali avviene su dispositivi mobili, quindi in una sorta di dorato walled-garden. Un corollario al “terzo paradigma” riguarda il sottoinsieme dei profili professionali. In questo caso mentalmente associo LinkedIn e faccio riferimento a questo servizio. Il corollario, per definizione, arricchisce la tesi di fondo.

I risultati finanziari di queste tre aziende (AKA paradigmi) sono in ascesa. Quindi non sembrerebbero esserci segnali di flessioni o crepe nei rispettivi modelli di business. Amazon raccoglie una minima frazione dalla pubblicità, genera transazioni, vende servizi software ad altissimo contenuto tecnologico a ritmo forsennato, sforna contenuti video originali e distribuiti al punto da competere con uno specialista come Netflix e mantiene una relazione commerciale attiva con ogni proprio cliente. Google e Facebook essenzialmente monetizzano eyeballs e si rivolgono alla clientela B2B per monetizzare la loro capacità di attrarre traffico.

Dei tre paradigmi comportamentali descritti, il primo, quello che riguarda Google, sembra quello dotato di minor slancio prospettico. Il crescente consumo di Internet via dispositivi mobili e soprattutto nella forma di apps sottrae opportunità di monetizzazione con la pubblicità. Inoltre i continui investimenti da parte di FB nell’area video hanno già portato a un superamento nell’agosto 2014 nei consumi rispetto al proprietario di YouTube da desktop. Come se non bastasse, iniziative come i libri digitalizzati, le già citate vendite di prodotti, il tentativo abortito in ambito social con Google+, il negozio media Google Play solo un discreto me too, oltre alle storiche criticità di piattaforma di Android sembrano suggerire qualche difficoltà strategica in casa Google accentuate dalla crescita esponenziale di Facebook più o meno nello stesso spazio. E Amazon prosegue per la sua strada.

Lower and Upper Antelope Canyons: vanno visitati

Page, AZ 04-03-2015 - 1155La parte superiore dell’Arizona riserva paesaggi ed escursioni mozzafiato. Antelope Canyons – Lower and Upper – una delle mete più affascinanti e gettonate della zona sebbene meno nota di Grand Canyon. Entrambi i canyon si trovano a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria e sono il soggetto di shooting fotografici mozzafiato. Oltre a essere particolarmente affascinanti e unici, anche i soggetti ideali per scatenarsi con la macchina fotografica. Nulla di meglio, no? La località è Page, AZ, dotata di un piccolo aeroporto. per la maggior parte dei turisti il percorso più logico consiste nel risalire da Phoenix sfiorando Sedona, toccando Flagstaff (entrambe località molto carine e da visitare) per poi proseguire sempre verso corso per raggiungere Page a poche miglia a sud del confine con Utah. Sono oltre 4 ore in auto estremamente piacevoli per un paesaggio vario, dal desertico a quello alpino per poi arrivare in una zona ideale per Beep-beep e gli altri personaggi dei cartoons Looney Tunes.

Upper AntelopeOnline ho trovato alcuni consigli e commenti su come prepararsi per la visita in queste località, ma l’esperienza mi suggerisce che ci sia spazio per una visione maggiormente strutturata soprattutto per chi intende visitarli con lo scopo di scattare qualche foto, possibilmente memorabile. Come anticipato, i due canyons sono decisamente diversi e richiedono un “approccio fotografico” differente.

In generale, queste le considerazioni di fondo:

  • Entrambi i canyons sono in Navajo Nations e possono essere visitati esclusivamente attraverso tour organizzati;
  • Esistono almeno una mezza dozzina di organizzazioni dedicate allo scopo, tutte più o meno con siti web decisamente modesti e al di sotto delle aspettative o di quello che servirebbe per avere un’idea chiara e precisa del tipo di esperienza offerto;
  • Esistono due tipologie di tours: quello generico e quello fotografico. Il secondo va generalmente prenotato con un certo anticipo per posti limitati e orari chiave da assicurarsi.  Già su questo aspetto la quasi totalità dei siti lascia a desiderare per le poche informazioni esposte e il modo. Inoltre, non è nemmeno garantito che rispondano al telefono. Detto ciò, non bisogna demordere e valutare con attenzione. Il momento dell’anno gioca anche un ruolo non trascurabile. Per Upper Antelope Canyon l’orario migliore è sicuramente quello di mezzogiorno con il sole in posizione verticale. I tour fotografici in questa fascia orario sono iper gettonati e il motivo lo illustrerò a breve;
  • Sempre riguardo alle agenzie, molti commenti di precedenti visitatori sono estremamente negativi e contraddittori tra loro. Difficile quindi farsi un’idea precisa su come procedere. Avendo prenotato all’ultimo momento, la scelta è stata limitata e condizionata dalle poche disponibilità residue. ancora una volta, muoversi in anticipo è un suggerimento banale, ma particolarmente utile in questo caso;
  • Ho visitato Lower Antelope Canyon con Ken’s Tour e Upper Antelope Canyon con Antelope Slot Canyon. In entrambi i casi esperienze positive, ma non ho termini di confronto;
  • Diverse le modalità per raggiungere i due canyons. Nel caso di Lower si arriva in auto dove un ampio parcheggio risolve qualsiasi problema. L’agenzia si trova in loco e il tour a piedi inizia direttamente sul posto. Per Upper, invece, il trasporto dalla città avviene attraverso appositi veicoli visto che le ultime miglia sono tutte in una zona protetta e con fondo sabbioso;
  • I prezzi dei tour variano parecchio da agenzia ad agenzie. Anche questa una variabile non trascurabile e – in qualche modo – fuori controllo;
  • Per quanto riguarda gli appassionati di foto, scordatevi di poter beneficiare di condizioni di scatto ideali. Anzi, il contrario. I canyons sono sempre affollati e nonostante la durata di due ore per i tour fotografici, lo spazio microscopico va condiviso con almeno una dozzina di apprendisti fotografi e con tutti gli altri “peones” presenti nello stesso momento. Quindi caos come elemento permanente salvo particolari giorni dell’anno di limitata presenza di turisti che – peraltro – non saprei indicare;
  • Esiste un significativo gradiente termico rispetto all’esterno. Indossare una giacca decisamente consigliabile. In aggiunta, nonostante lo spazio limitato, spostarsi con un piccolo zainetto sulle spalle non crea problemi.

Upper Antelope Canyon (UAC)

  • Il sito può essere raggiunto esclusivamente con i mezzi dei tour operator. Si tratta mediamente di un tragitto di una quindicina di minuti, metà su strada e altra metà su sabbia. La polvere/sabbia sarà la vostra compagna dell’esperienza presso UAC ponendo non pochi problemi alle apparecchiature fotografiche;
  • L’orario migliore per Upper Antelope Canyon è a ridosso del mezzogiorno. In quel momento i raggi del sole verticali creano l’effetto di “trave di luce” alquanto spettacolare e fotograficamente quasi unico;
  • La sabbia cade in continuazione dall’alto. Se la giornata è particolarmente ventilata, aspettatevi una “pioggia di sabbia” continua per tutta la durata della visita. Indossare un cappellino con visiera un buon consiglio, anche se gran parte del tempo lo trascorrerete con il naso verso l’alto. Alcuni si proteggono con mascherina sulla bocca e con occhiali trasparenti;
  • Per quanto riguarda la macchina fotografica, soprattutto se si tratta di una DSLR, questi i miei consigli:
    • Proteggerla l’intero corpo e la lente con un sacchetto di plastica leggero e trasparente bloccando l’estremità frontale con un elastico e lasciando spazio per l’eventuale sviluppo in lunghezza della lente;
    • Bloccare il sacchetto con un elastico sul copri lente. Prima di farlo, consiglio alcune prove;
    • Assicurarsi che il sacchetto sia sufficientemente lungo e ampio per permettere di accedere ai comandi della macchina mantenendola sempre protetta. Il rischio di danneggiare lente o corpo sono realmente elevati soprattutto in condizioni di elevata presenza di sabbia nell’aria;
    • Pensare di cambiare lente dentro il canyon pura follia. Assolutamente da evitare;
    • Circa la lente da usare, difficile fornire una risposta precisa. La sensazione è che la maggior parte degli scatti stia intorno ai 20mm su una full frame. Quindi un 11-24mm potrebbe essere la lente ideale;
    • Considerando la limitata illuminazione interna e l’assenza di cavalletto (vietato nei tour normali, obbligatorio per quelli fotografici), difficile che vengano delle belle foto salvo macchine capaci di ottima resa anche con ISO elevati;
    • Per far apparire le rocce arancioni, occorre impostare WB su Cloud;
    • Cavalletto indispensabile per tenere ISO bassi, apertura 11+ e tempi che possono raggiungere facilmente i 5 secondi. Il tutto sapendo che il posto è iper frequentato e il rischio di bombing fotografico elevato.

Una visita normale dura un’ora, quella fotografica il doppio. Esperienza notevole, ma – ripeto – preparatevi a condividere lo spazio con almeno una quarantina di persone allo stesso tempo. Occorre essere veloci, pronti e rispettare le regole e i tempiese guide.

Lower Antilope Canyon

Page, AZ 04-03-2015 - 1175A me è piaciuto molto, forse addirittura di più del celebrato Upper. Teoricamente meno scenico, in realtà decisamente più tranquillo e per questo più gradevole da visitare e apprezzare. L’accesso richiede di scendere su una scala metallica di almeno una ventina di metri per poi proseguire all’interno del canyon, risalendolo dolcemente fino a emergere quasi allo stesso livello del parcheggio auto sfruttando una fessura nella roccia. Colpisce l’uscita: sembra impossibile che lì sotto si cieli uno spazio comunque ampio per ospitare molte persone e lungo centinaia di metri. Ma il meglio è chiaramente all’interno. Qui una galleria di alcuni scatti fatti in occasione di una recente visita.

Penso di tornare perché l’esperienza vale una seconda visita, considerando anche che tutt’intorno esistono altre dozzine di posti spettacolari da visitare.

La lezione di Twitter

Twitter layoffsAll’inizio della settimana Twitter ha ridotto significativamente il proprio organico (8%) procedendo a una serie di licenziamenti (336), soprattutto nell’area tecnica. Succede nelle aziende più blasonate e anche in rappresentati dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Quindi non una sorpresa – indiscrezioni erano trapelate la settimana precedente – ma di sicuro la notizia sta nelle modalità seguite per comunicare il licenziamento ai diretti interessati. Si è trattato di un esercizio di RIF (Reduction in Force) eseguito in modo molto sistematico e repentino. Diversi diretti interessati hanno raccontato di aver ricevuto una comunicazione telefonica e quando ritornati al proprio laptop, l’account aziendale xxx@twitter.com era stato disabilitato. Una sorta si licenziamento in tempo reale esteso a tutte le manifestazioni dell’appartenere a un’azienda. E per una corporation che opera nel settore Internet forse l’elemento più impattante è proprio la recessione istantanea e totale delle credenziali aziendali con tutto quello che ne consegue.

La lezione da questa vicenda? Evito qualsiasi commento sullo stile e le modalità perché in realtà quanto appena successo è forse solo un’anomalia per chi è ancorato a concezioni aziendali alla Fantozzi. Il mondo gira così ed è bene saperlo ed essere pronti a ogni evenienza. Piuttosto voglio soffermarmi sulle implicazioni  digitali di una dismissione così netta e repentina. Perdere l’account di posta e le credenziali di autenticazione a qualsiasi risorsa aziendale (spazio cloud, share interne, intranet, …) significa trovarsi all’improvviso totalmente tagliati fuori dal mondo lavorativo al quale si apparteneva fino a qualche secondo prima. Cosa fare? Ecco alcuni consigli:

  • Contatti lavorativi. Mi riferisco principalmente agli interlocutori esterni incontrati e conosciuti nel tempo. Spesso tra questi nominativi potrebbe trovarsi il prossimo datore di lavoro o comunque un punto di riferimento utile e interessante per diversi motivi. Sebbene siano relazioni sviluppate in nome e per conto dell’azienda, in ultima battuta si tratta di interazioni interpersonali dove la componente umana svolge un ruolo chiave. Quindi le ritengo informazioni legittimamente di proprietà di entrambi i soggetti, dipendente ed azienda. Perdere questo insieme di relazioni un vero peccato. Consiglio quindi di aggiungere sistematicamente ogni nuovo contatto in un proprio address book, idealmente salvato in cloud e quindi sempre raggiungibile e da qualsiasi dispositivo.
  • Informazioni digitali personali. Avete usato il computer aziendale come se fosse vostro? Male, molto male. Bisogna tracciare una riga netta tra i dispositivi messi a disposizione dall’azienda e i propri, non potendo in alcun modo prescindere da questi ultimi. Anzi, sono proprio i dispositivi personali sui quali si deve fare affidamento e non quelli aziendali. Nulla di personale sta sul Mac aziendale che uso. Qualsiasi informazione digitale – come password e simili – è associata a un mio account personale che controllo e gestisco sempre e solo io. Inutile dire che nessun mio file fisico risiede sul disco fisso del computer che uso per lavoro.
  • Foto, video e musica. Immagino soprattuto foto. Se presenti sui computer aziendali, recuperarle non impossibile, ma nemmeno istantaneo. Non ho elementi per commentare in modo esplicito la situazione venutasi a creare in Twitter, ma non illogico ipotizzare la presenza di procedure software di gestione remota per provvedere al “freeze” del computer o anche alla cancellazione del contenuto (succede in casi di terminazioni per gravi violazioni di regole interne o anche per crimini di vario genere). Se fosse, tutto quanto risiede sul disco fisso (o SSD) del “vostro” laptop risulta inaccessibile e forse perso per sempre.

Rigore nella gestione di dati e file personali salvandoli sempre e solo in location remote. Evitare di usare un asset aziendale per qualsiasi cosa di personale. Questi i due principi da seguire.

In molte aziende americane è fatto espresso divieto di trasferire un file all’esterno attraverso porte di comunicazione (come USB) e appositi software controllano che ciò non avvenga. Molto semplicemente potrebbe trattarsi di una violazione del codice di condotta comportamentale, parte degli accordi in vigore tra azienda e dipendente. Stesso discorso per la WiFi.

L’augurio che chiunque possa sempre essere in controllo dei momenti in entrata e in uscita da un’azienda, ma non sempre è così. E considerando quanto digitali siano le nostre vite quotidiane, il rischio di confondere tra quanto sia personale e quanto aziendale forte e comune. Non fatelo: 336 dipendenti di Twitter si sono trovati fuori dall’azienda in “tempo reale” andando incontro ai problemi descritti in questo post. Il rischio giustifica un investimento in hardware e in cloud per stare al sicuro. Parte degli oneri e delle responsabilità del vivere in un’epoca digitale.

Connettività: mai abbastanza

GigabitLuogo comune e “verità” abbastanza scontata. Nonostante gli innegabili progressi degli ultimi anni, le opportunità di miglioramento sono comunque consistenti e oggettive ovunque. In Central London la fibra non esiste e la migliore ADSL difficilmente raggiunge i 20MBps con velocità di upload irrisorie. Quest’ultimo parametro impedisce di sfruttare in modo conveniente servizi di video conferenza, ma anche qualsiasi forma di cloud storage visti i templi biblici di caricamento di immagini e file di vario genere. I teorici 20MBps si riducono drasticamente in specifiche fasce orarie della giornata quando lo streaming di contenuti coinvolge un numero elevato di utenti. Lavorare da casa una vera sfida, così come supportare con successo attività commerciali. Non è un caso che nella zona di Soho/Westminster il numero di start-up tecnologiche sia praticamente inesistente causa la mancanza del prerequisito di fondo: la connettività.

Paradossalmente una parziale soluzione al problema può arrivare dalla connettività mobile, sebbene negli ultimi due anni le prestazioni in download e upload in un’area fortemente congestionata da turisti e shoppers siano drasticamente peggiorate. Il 4G spesso fornisce prestazioni solo nominalmente da quarta generazione, ma all’orizzonte si delineano soluzioni che potrebbero davvero rappresentare una svolta.

Personalmente sono interessato a soluzioni simmetriche o dove la velocità di caricamento – in passato considerata quasi irrilevante – raggiunge livelli accettabili (>20MBps) per lavorare in modo produttivo ed efficiente. Con la nuova suite Office 2016 per Mac, per esempio, trovo comodo gestire tutti i documenti direttamente da oneDrive piuttosto che in locale.  Evidentemente è la velocità di connessione che fa la differenza in termini assoluti e oggettivi. Attendere secondi per fare il browsing della struttura gerarchica delle cartelle o decine di secondi per salvare un file può risultare inaccettabile soprattutto se il tutto avviene su base continuativa, molte ore al giorno come nel mio caso. La fibra l’unica soluzione accettabile e adeguata. Anche lo sviluppo e l’utilizzo di nuovi servizi partendo da una basilare esigenza di back-up su cloud, trovano nella velocità di connessione un fattore abilitatore o un collo di bottiglia. Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte: serve banda in quantità al punto da arrivare a influenzare in modo diretto ed esplicito i valori commerciali degli immobili.

Un recente studio condotto negli USA ha evidenziato come la disponibilità di fibra in un quartiere agisca direttamente su valore degli immobili. Stessa cose in UK. Correlazione ovvia e scontata che mi sta portando a selezionare le zone della città da prendere in considerazione proprio in funzione delle soluzioni di connettività disponibili. Stesso discorso per un’eventuale località di vacanza: indipendentemente dalle bellezze del posto, senza un’adeguata copertura impossibile prenderla in considerazione seriamente.

Browsing su iPad con AdBlock Fast: piacevole e consigliabile

Repubblica withoutHo installato l’app AdBlock Fast per liberarmi di una quantità inutile e quasi sempre invasiva di pubblicità. Mi sento molto meglio adesso. La nuova funzionalità Content Blockers di iOS 9 al centro di molte polemiche è per me – in qualità di utente – una vera manna e una soluzione davvero apprezzabile. Molto spesso infatti la navigazione nel browser (questo blocker non agisce sulle apps) risultava incredibilmente noiosa e irrazionale a casa di video in auto esecuzione, popup multiple, auto refresh e altre forme di invasione non richieste impattando sulla velocità e i tempi di rendering di una pagina. Davvero la navigazione ne beneficia e – al momento almeno – il layout delle pagine non sembra subire alcuna penalizzazione o difetto di visualizzazione. Un piacere scorrere in modo veloce e “pulito” le componenti editoriali apprezzandole per quello che sono senza essere obbligato ad ascoltare i messaggi spesso irrilevanti di aziende energetiche, case automobilistiche, assicurazioni varie e molto altro ancora.

Repubblica withMolti obietteranno che i contenuti sono spesso forniti gratuitamente e che per i produttori (gli editori) assumere un atteggiamento un po’ aggressivo nella spinta dei messaggi pubblicitari rappresenti un’esigenza quasi obbligatoria. Tesi a mio avviso che non regge molto per diversi motivi, essendo un convinto assertore del modello di subscription. Il livello di invasività raggiunto negli ultimi tempi è tale da aver indotto una sensazione di rigetto e di rifiuto che immagino molti condividano. I contenuti sono spesso “sommersi” da elementi di adv talmente aggressivi da vere la sensazione di dover procedere con un machete per farsi largo attraverso una giungla quasi impenetrabile e soffocante.

NYTOltre a questi aspetti, un’interessante analisi condotta dal New York Times ha messo in evidenza come la velocità di caricamento di una pagina sia strutturata all’origine con il chiaro intento di ottimizzare la visualizzazione della pubblicità a scapito dei contenuti.  Per esempio, nel casa di boston.com il tempo di caricamento della home page su dispositivo mobile con connessione 4G (definita LTE negli USA) ha richiesto oltre 30 secondi per la componente pubblicitaria e 8 per quella editoriale. questi valori corrispondono anche a un costo di connessione di 32 centesimi di dollaro ogni volta che viene visualizzata la home page di questo quotidiano online (selezionate sui tre pulsanti della scheda interattiva del NYT per visualizzare le diverse analisi). Questo significa tra l’altro che l’utilizzo degli ad blockers accelera in modo significato i tempi di risposta e di visualizzazione dei contenuti su un dispositivo mobile.

Favorire o anche solo caldeggiare l’adozione di ad blockers chiaramente presenta delle controindicazioni per le aziende impegnate nella promozione dei propri prodotti o nell’acquisizione di nuovi clienti. Diversi esperti del settore hanno calcolato che l’impatto della scelta di Apple potrà avere sui conti di Google, arrivando anche a ipotizzare che si tratti di una decisione espressamente mirata a minare i conti dell’azienda una volta alleata e più recentemente considerata da Steve Jobs come un’acerrima rivale. Nonostante tutto, vedo solo in modo positivo l’impatto e l’adozione degli ad bloccare perché forzeranno l’industria a rivedere i propri modelli di comunicazione, in interazione con i consumatori e porteranno inevitabilmente a delle esperienze di navigazione più bilanciate.

Sulla legalità di questo genere di soluzioni e più specificatamente di Adblock Plus si è pronunciata in più occasioni una corte tedesca riaffermando la legalità della soluzione e il conseguente utilizzo da parte degli utenti. Un motivo in più per approvare il problema della produzione di contenuti e dei costi connessi con un approccio meno invasivo e penalizzante del modello attuale.

 

PS Le immagini si riferiscono alla versione Web di Repubblica.it. Quella su tabelet era molto più invasiva con popup di vario genere e refresh continui della home page. Tutto sparito con Adblock Fast.

 

Domini personali: idea semplice e carina

Personal domainsI miei “assets digitali” sono ormai ben delineati e consolidati nel tempo. Questo blog – sebbene bistrattato ultimamente – un repository fotografico, un blog in inglese oltre a presenze personalizzate su diversi social media, da Facebook a LinkedIn.

Negli anni si sono sviluppati e sedimentati diversi concetti e abitudini ormai condivisi da molti a livello planetario. LinkedIn, per esempio, è di fatto sinonimo di informazioni aggiornate e puntuali sul profilo professionale di ciascuno di noi. Sempre più spesso, prima di un meeting mi documento sulle persone che andrò a incontrare per avere una prospettiva più completa. Esercizio banale e semplice che potrebbe essere reso molto più scientifico estendendolo ad altre fonti digitali, ma che noto molti altri eseguono ormai quasi in modo regolare.

Da qualche giorno GoDaddy – azienda per la quale lavoro – ha introdotto un servizio molto semplice, ma concettualmente carino e tutto sommato utile: Personal Domains. Si tratta di associare (o puntare) un dominio verso una propria presenza social in modo da poterla raggiungere facilmente. Ritornando a LinkedIn, il mio profilo è in qualche modo equivalente al mio curriculum professionale. Ho pensato quindi di acquistare il dominio smaruzzi.info e di puntarlo direttamente alla mia pagina LinkedIn. Visto che la motivazione prevalente per andare su LinkedIn consiste nel recuperare le informazioni relative a un soggetto, il dominio con estensione .info mi è sembrato il più appropriato tra le centinaia disponibili al momento. Ho acquistato il dominio e ho provveduto ad associarlo al mio profilo LinkedIn. Ora digitando smaruzzi.info l’accesso è diretto. Nulla di sbalorditivo, ma ci può stare.

Quando penso di usare questo URL? In generale in qualsiasi occasione dove devo introdurmi e presentarmi a qualcuno. Spesso mi capita scrivendo email rivolgendomi a nuovi contatti internazionali. Da questo momento in poi includerò il dominio personale (facile e veloce da digitare oltre che sufficientemente auto esplicativo) direttamente nel testo. Un secondo scenario potrebbe essere la firma digitale contenente i miei contatti, magari sempre e solo quella utilizzata verso riferimenti esterni.