Non riesco più a fare a meno di Slack

SlackMeglio di uno strumento di posta elettronica. meglio di un istante messenger. Questa in sintesi la mia valutazione di Slack. Lo uso da diversi mesi ormai e in azienda è diventato uno standard accettato subito praticamente da tutti. Troppo comodo, troppo utile, troppo semplice da usare per essere considerato qualcosa di ridondante. Anzi, esattamente l’opposto: Slack aggiunge valore e produttività migliorando l’interazione all’interno di un team e di un’organizzazione. Come prima cosa, si tratta di un software di elevata qualità. Ho sperimentato esclusivamente il client Mac e quello iOS, ed entrambi sono veramente progettati con cura, attenzione per i particolari e grande stabilità. Sembrano caratteristiche scontate per qualsiasi pezzo di software, ma non raro trovare bugs o illogicità nella UI. Per Slack è esattamente l’opposto. La UI non solo è “pulitissima”, ma logica, razionale e super intuitiva. Già questo un elemento di grande apprezzamento.

Ma in quale modo Slack mi ha conquistato? Si tratta di uno strumento di comunicazione, di condivisione e di scambio di informazioni e di dati. La logica di fondo ruota attorno al concetto di creazione di un gruppo di lavoro (l’intera organizzazione aziendale o teams più ristretti) con interazioni dirette tra individui o attraverso temi definiti a piacere e denominati Channels, canali. Ecco perché mi sono permesso di definirlo una sintesi tra la posta elettronica e una soluzione di messaggistica. Combinando entrambe le funzionalità in un’interfaccia veramente elegante ed efficiente, Slack aggiunge e sottrae in modo chirurgico. Aumenta la produttività rendendo semplici e istantanee le comunicazioni mantenendo però traccia nel tempo di quanto condiviso. Allo stesso tempo induce a trasferire al proprio interno interazioni sporadiche eccessive per la posta elettronica, ma che comunque conviene memorizzare nel tempo. Insomma, razionalizza le modalità di lavoro secondo una prospettiva nuova rispetto a posta elettronica e messaggistica.

I Channels rappresentano però l’aspetto maggiormente innovativo. Immaginate di lavorare alla redazione del report relativo al quarto trimestre 2015. Il soggetto in questione si qualifica perfettamente un un nuovo canale (nome a piacere, ovviamente) al cui interno verranno convogliati commenti, richieste, documenti, immagini, link a file residenti in aree condivise in cloud e qualsiasi altra cosa pertinente all’argomento.

Particolarmente vincente la logica seguita nelle comunicazioni interpersonali. Oltre ad avere canali di comunicazione 1:1 con ogni singolo membro del gruppo (soluzione assimilabile a una conversazione privata), quando necessario è comunque possibile inviare un messaggio all’interno gruppo indicando in modo selettivo gli utenti magari direttamente coinvolti in determinate attività o richieste (la sintassi prevede @nomeutente). Tutti al corrente, ma comunicazione selettiva quando appropriato.

Slack è disponibile gratuitamente o con una griglia di soluzioni in relazione alle esigenze e alle dimensioni di un’organizzazione. Valido anche per un libero professionista per gestire in modo super efficiente le interazioni con collaboratori e partner, Slack può avere senso anche in ambito famigliare perché più ricco e comunque semplice di qualsiasi altra soluzione di messaggistica in commercio.

Da ultimo, l’applicazione iOS è davvero una gemma, ma altrettanto vale per il client Mac.

I tre paradigmi del Web

new-paradigm-aheadAll’inizio c’era solo Google. Ora sono in tre.

Fino a qualche anno fa Google era sinonimo di Internet. La nascita dell’espressione del verbo “to google” forse la migliore sintesi di questo modo di pensare e di considerare il servizio di ricerca sinonimo di Internet. Il presupposto di partenza molto semplice: tutto quello che c’è lo trovi con Google. La diffusione di questo approccio mentale è stato ampiamente meritato e ha significato per Google crescita e continua espansione.

Da un po’ di tempo – sicuramente negli USA e quasi sicuramente in UK – questa identità percepita dai consumatori che vedeva Google “coincidere” con Internet è stata scalfita dalla costante crescita e continua popolarità di Amazon. Sempre secondo questa mia teoria, il secondo paradigma mentale è diventato il seguente: Amazon vende l’intero vendibile. Quindi se sono alla ricerca di qualcosa da comprare, mi conviene farlo direttamente in Amazon. Negli USA questo “stato mentale” ha raggiunto da anni un livello tale da portare Amazon al primo posto dei rivali di Google. L’implicita sottrazione di traffico e di interrogazione significa per il motore di ricerca californiano potenziali perdite di introiti pubblicitari associati a prodotti commerciali, sicuramente delle interrogazioni più lucrative che una su Marco Antonio o sui risultati delle partite di calcio. Non a caso Google si è messa a scimmiottare – in modo peraltro abbastanza goffo – alcune iniziative nell’ambito del commercio elettronico che non hanno superato i confini dell’esperimento. Temo siano destinati a rimanere tali. Per chi opera principalmente da dispositivo mobile, la sola idea di ricorrere al browser (e quindi a Google) per fare una ricerca di un prodotto è folle e priva di senso. Molto meglio aprire l’app di Amazon e muoversi in quel contesto. Che gli acquisti da mobile stiano esplodendo non stupisce. E Google è totalmente tagliata fuori da questo flusso.

Io ho abbracciato appieno questo “secondo paradigma” che vede Amazon come protagonista. Ogni volta che cerco qualcosa con la finalità di acquistarla, la mia prima e spesso unica tappa è Amazon da web.  Il motivo è molto semplice. Faccio costante riferimento alle reviews di precedenti acquirenti e la sezione delle domande ha spesso un grande valore informativo al momento o successivamente in seguito all’esplicita formulazione di una domanda. Sono due funzionalità intrinseche della piattaforma, del valore aggiunto.

Il “terzo paradigma” si è aggiunto alla mia personale collezione nell’agosto 2015 quando Facebook ha comunicato di aver superato il miliardo di utenti in un solo giorno. In quel momento mi si è accesa una lampadina. Sono arrivato alla conclusione (quindi al terzo paradigma) che per un numero sempre maggiore di persone si stia sviluppando l’equazione mentale Facebook = qualsiasi persona, evidenziando con il servizio l’intero insieme delle singole identità digitali di ciascuno di noi. Il tutto si traduce in: se devo cercare qualcuno mi conviene farlo direttamente in Facebook perché sono tutti lì. Non una verità numericamente corretta, ma essendo il parco utenti di FB così ampio, l’approssimazione non scandalizza. Il tutto diventa ancora più particolare considerando che la maggior parte di questo consumo di tempo uomo e di contenuti digitali avviene su dispositivi mobili, quindi in una sorta di dorato walled-garden. Un corollario al “terzo paradigma” riguarda il sottoinsieme dei profili professionali. In questo caso mentalmente associo LinkedIn e faccio riferimento a questo servizio. Il corollario, per definizione, arricchisce la tesi di fondo.

I risultati finanziari di queste tre aziende (AKA paradigmi) sono in ascesa. Quindi non sembrerebbero esserci segnali di flessioni o crepe nei rispettivi modelli di business. Amazon raccoglie una minima frazione dalla pubblicità, genera transazioni, vende servizi software ad altissimo contenuto tecnologico a ritmo forsennato, sforna contenuti video originali e distribuiti al punto da competere con uno specialista come Netflix e mantiene una relazione commerciale attiva con ogni proprio cliente. Google e Facebook essenzialmente monetizzano eyeballs e si rivolgono alla clientela B2B per monetizzare la loro capacità di attrarre traffico.

Dei tre paradigmi comportamentali descritti, il primo, quello che riguarda Google, sembra quello dotato di minor slancio prospettico. Il crescente consumo di Internet via dispositivi mobili e soprattutto nella forma di apps sottrae opportunità di monetizzazione con la pubblicità. Inoltre i continui investimenti da parte di FB nell’area video hanno già portato a un superamento nell’agosto 2014 nei consumi rispetto al proprietario di YouTube da desktop. Come se non bastasse, iniziative come i libri digitalizzati, le già citate vendite di prodotti, il tentativo abortito in ambito social con Google+, il negozio media Google Play solo un discreto me too, oltre alle storiche criticità di piattaforma di Android sembrano suggerire qualche difficoltà strategica in casa Google accentuate dalla crescita esponenziale di Facebook più o meno nello stesso spazio. E Amazon prosegue per la sua strada.

Lower and Upper Antelope Canyons: vanno visitati

Page, AZ 04-03-2015 - 1155La parte superiore dell’Arizona riserva paesaggi ed escursioni mozzafiato. Antelope Canyons – Lower and Upper – una delle mete più affascinanti e gettonate della zona sebbene meno nota di Grand Canyon. Entrambi i canyon si trovano a poche centinaia di metri di distanza in linea d’aria e sono il soggetto di shooting fotografici mozzafiato. Oltre a essere particolarmente affascinanti e unici, anche i soggetti ideali per scatenarsi con la macchina fotografica. Nulla di meglio, no? La località è Page, AZ, dotata di un piccolo aeroporto. per la maggior parte dei turisti il percorso più logico consiste nel risalire da Phoenix sfiorando Sedona, toccando Flagstaff (entrambe località molto carine e da visitare) per poi proseguire sempre verso corso per raggiungere Page a poche miglia a sud del confine con Utah. Sono oltre 4 ore in auto estremamente piacevoli per un paesaggio vario, dal desertico a quello alpino per poi arrivare in una zona ideale per Beep-beep e gli altri personaggi dei cartoons Looney Tunes.

Upper AntelopeOnline ho trovato alcuni consigli e commenti su come prepararsi per la visita in queste località, ma l’esperienza mi suggerisce che ci sia spazio per una visione maggiormente strutturata soprattutto per chi intende visitarli con lo scopo di scattare qualche foto, possibilmente memorabile. Come anticipato, i due canyons sono decisamente diversi e richiedono un “approccio fotografico” differente.

In generale, queste le considerazioni di fondo:

  • Entrambi i canyons sono in Navajo Nations e possono essere visitati esclusivamente attraverso tour organizzati;
  • Esistono almeno una mezza dozzina di organizzazioni dedicate allo scopo, tutte più o meno con siti web decisamente modesti e al di sotto delle aspettative o di quello che servirebbe per avere un’idea chiara e precisa del tipo di esperienza offerto;
  • Esistono due tipologie di tours: quello generico e quello fotografico. Il secondo va generalmente prenotato con un certo anticipo per posti limitati e orari chiave da assicurarsi.  Già su questo aspetto la quasi totalità dei siti lascia a desiderare per le poche informazioni esposte e il modo. Inoltre, non è nemmeno garantito che rispondano al telefono. Detto ciò, non bisogna demordere e valutare con attenzione. Il momento dell’anno gioca anche un ruolo non trascurabile. Per Upper Antelope Canyon l’orario migliore è sicuramente quello di mezzogiorno con il sole in posizione verticale. I tour fotografici in questa fascia orario sono iper gettonati e il motivo lo illustrerò a breve;
  • Sempre riguardo alle agenzie, molti commenti di precedenti visitatori sono estremamente negativi e contraddittori tra loro. Difficile quindi farsi un’idea precisa su come procedere. Avendo prenotato all’ultimo momento, la scelta è stata limitata e condizionata dalle poche disponibilità residue. ancora una volta, muoversi in anticipo è un suggerimento banale, ma particolarmente utile in questo caso;
  • Ho visitato Lower Antelope Canyon con Ken’s Tour e Upper Antelope Canyon con Antelope Slot Canyon. In entrambi i casi esperienze positive, ma non ho termini di confronto;
  • Diverse le modalità per raggiungere i due canyons. Nel caso di Lower si arriva in auto dove un ampio parcheggio risolve qualsiasi problema. L’agenzia si trova in loco e il tour a piedi inizia direttamente sul posto. Per Upper, invece, il trasporto dalla città avviene attraverso appositi veicoli visto che le ultime miglia sono tutte in una zona protetta e con fondo sabbioso;
  • I prezzi dei tour variano parecchio da agenzia ad agenzie. Anche questa una variabile non trascurabile e – in qualche modo – fuori controllo;
  • Per quanto riguarda gli appassionati di foto, scordatevi di poter beneficiare di condizioni di scatto ideali. Anzi, il contrario. I canyons sono sempre affollati e nonostante la durata di due ore per i tour fotografici, lo spazio microscopico va condiviso con almeno una dozzina di apprendisti fotografi e con tutti gli altri “peones” presenti nello stesso momento. Quindi caos come elemento permanente salvo particolari giorni dell’anno di limitata presenza di turisti che – peraltro – non saprei indicare;
  • Esiste un significativo gradiente termico rispetto all’esterno. Indossare una giacca decisamente consigliabile. In aggiunta, nonostante lo spazio limitato, spostarsi con un piccolo zainetto sulle spalle non crea problemi.

Upper Antelope Canyon (UAC)

  • Il sito può essere raggiunto esclusivamente con i mezzi dei tour operator. Si tratta mediamente di un tragitto di una quindicina di minuti, metà su strada e altra metà su sabbia. La polvere/sabbia sarà la vostra compagna dell’esperienza presso UAC ponendo non pochi problemi alle apparecchiature fotografiche;
  • L’orario migliore per Upper Antelope Canyon è a ridosso del mezzogiorno. In quel momento i raggi del sole verticali creano l’effetto di “trave di luce” alquanto spettacolare e fotograficamente quasi unico;
  • La sabbia cade in continuazione dall’alto. Se la giornata è particolarmente ventilata, aspettatevi una “pioggia di sabbia” continua per tutta la durata della visita. Indossare un cappellino con visiera un buon consiglio, anche se gran parte del tempo lo trascorrerete con il naso verso l’alto. Alcuni si proteggono con mascherina sulla bocca e con occhiali trasparenti;
  • Per quanto riguarda la macchina fotografica, soprattutto se si tratta di una DSLR, questi i miei consigli:
    • Proteggerla l’intero corpo e la lente con un sacchetto di plastica leggero e trasparente bloccando l’estremità frontale con un elastico e lasciando spazio per l’eventuale sviluppo in lunghezza della lente;
    • Bloccare il sacchetto con un elastico sul copri lente. Prima di farlo, consiglio alcune prove;
    • Assicurarsi che il sacchetto sia sufficientemente lungo e ampio per permettere di accedere ai comandi della macchina mantenendola sempre protetta. Il rischio di danneggiare lente o corpo sono realmente elevati soprattutto in condizioni di elevata presenza di sabbia nell’aria;
    • Pensare di cambiare lente dentro il canyon pura follia. Assolutamente da evitare;
    • Circa la lente da usare, difficile fornire una risposta precisa. La sensazione è che la maggior parte degli scatti stia intorno ai 20mm su una full frame. Quindi un 11-24mm potrebbe essere la lente ideale;
    • Considerando la limitata illuminazione interna e l’assenza di cavalletto (vietato nei tour normali, obbligatorio per quelli fotografici), difficile che vengano delle belle foto salvo macchine capaci di ottima resa anche con ISO elevati;
    • Per far apparire le rocce arancioni, occorre impostare WB su Cloud;
    • Cavalletto indispensabile per tenere ISO bassi, apertura 11+ e tempi che possono raggiungere facilmente i 5 secondi. Il tutto sapendo che il posto è iper frequentato e il rischio di bombing fotografico elevato.

Una visita normale dura un’ora, quella fotografica il doppio. Esperienza notevole, ma – ripeto – preparatevi a condividere lo spazio con almeno una quarantina di persone allo stesso tempo. Occorre essere veloci, pronti e rispettare le regole e i tempiese guide.

Lower Antilope Canyon

Page, AZ 04-03-2015 - 1175A me è piaciuto molto, forse addirittura di più del celebrato Upper. Teoricamente meno scenico, in realtà decisamente più tranquillo e per questo più gradevole da visitare e apprezzare. L’accesso richiede di scendere su una scala metallica di almeno una ventina di metri per poi proseguire all’interno del canyon, risalendolo dolcemente fino a emergere quasi allo stesso livello del parcheggio auto sfruttando una fessura nella roccia. Colpisce l’uscita: sembra impossibile che lì sotto si cieli uno spazio comunque ampio per ospitare molte persone e lungo centinaia di metri. Ma il meglio è chiaramente all’interno. Qui una galleria di alcuni scatti fatti in occasione di una recente visita.

Penso di tornare perché l’esperienza vale una seconda visita, considerando anche che tutt’intorno esistono altre dozzine di posti spettacolari da visitare.

La lezione di Twitter

Twitter layoffsAll’inizio della settimana Twitter ha ridotto significativamente il proprio organico (8%) procedendo a una serie di licenziamenti (336), soprattutto nell’area tecnica. Succede nelle aziende più blasonate e anche in rappresentati dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Quindi non una sorpresa – indiscrezioni erano trapelate la settimana precedente – ma di sicuro la notizia sta nelle modalità seguite per comunicare il licenziamento ai diretti interessati. Si è trattato di un esercizio di RIF (Reduction in Force) eseguito in modo molto sistematico e repentino. Diversi diretti interessati hanno raccontato di aver ricevuto una comunicazione telefonica e quando ritornati al proprio laptop, l’account aziendale xxx@twitter.com era stato disabilitato. Una sorta si licenziamento in tempo reale esteso a tutte le manifestazioni dell’appartenere a un’azienda. E per una corporation che opera nel settore Internet forse l’elemento più impattante è proprio la recessione istantanea e totale delle credenziali aziendali con tutto quello che ne consegue.

La lezione da questa vicenda? Evito qualsiasi commento sullo stile e le modalità perché in realtà quanto appena successo è forse solo un’anomalia per chi è ancorato a concezioni aziendali alla Fantozzi. Il mondo gira così ed è bene saperlo ed essere pronti a ogni evenienza. Piuttosto voglio soffermarmi sulle implicazioni  digitali di una dismissione così netta e repentina. Perdere l’account di posta e le credenziali di autenticazione a qualsiasi risorsa aziendale (spazio cloud, share interne, intranet, …) significa trovarsi all’improvviso totalmente tagliati fuori dal mondo lavorativo al quale si apparteneva fino a qualche secondo prima. Cosa fare? Ecco alcuni consigli:

  • Contatti lavorativi. Mi riferisco principalmente agli interlocutori esterni incontrati e conosciuti nel tempo. Spesso tra questi nominativi potrebbe trovarsi il prossimo datore di lavoro o comunque un punto di riferimento utile e interessante per diversi motivi. Sebbene siano relazioni sviluppate in nome e per conto dell’azienda, in ultima battuta si tratta di interazioni interpersonali dove la componente umana svolge un ruolo chiave. Quindi le ritengo informazioni legittimamente di proprietà di entrambi i soggetti, dipendente ed azienda. Perdere questo insieme di relazioni un vero peccato. Consiglio quindi di aggiungere sistematicamente ogni nuovo contatto in un proprio address book, idealmente salvato in cloud e quindi sempre raggiungibile e da qualsiasi dispositivo.
  • Informazioni digitali personali. Avete usato il computer aziendale come se fosse vostro? Male, molto male. Bisogna tracciare una riga netta tra i dispositivi messi a disposizione dall’azienda e i propri, non potendo in alcun modo prescindere da questi ultimi. Anzi, sono proprio i dispositivi personali sui quali si deve fare affidamento e non quelli aziendali. Nulla di personale sta sul Mac aziendale che uso. Qualsiasi informazione digitale – come password e simili – è associata a un mio account personale che controllo e gestisco sempre e solo io. Inutile dire che nessun mio file fisico risiede sul disco fisso del computer che uso per lavoro.
  • Foto, video e musica. Immagino soprattuto foto. Se presenti sui computer aziendali, recuperarle non impossibile, ma nemmeno istantaneo. Non ho elementi per commentare in modo esplicito la situazione venutasi a creare in Twitter, ma non illogico ipotizzare la presenza di procedure software di gestione remota per provvedere al “freeze” del computer o anche alla cancellazione del contenuto (succede in casi di terminazioni per gravi violazioni di regole interne o anche per crimini di vario genere). Se fosse, tutto quanto risiede sul disco fisso (o SSD) del “vostro” laptop risulta inaccessibile e forse perso per sempre.

Rigore nella gestione di dati e file personali salvandoli sempre e solo in location remote. Evitare di usare un asset aziendale per qualsiasi cosa di personale. Questi i due principi da seguire.

In molte aziende americane è fatto espresso divieto di trasferire un file all’esterno attraverso porte di comunicazione (come USB) e appositi software controllano che ciò non avvenga. Molto semplicemente potrebbe trattarsi di una violazione del codice di condotta comportamentale, parte degli accordi in vigore tra azienda e dipendente. Stesso discorso per la WiFi.

L’augurio che chiunque possa sempre essere in controllo dei momenti in entrata e in uscita da un’azienda, ma non sempre è così. E considerando quanto digitali siano le nostre vite quotidiane, il rischio di confondere tra quanto sia personale e quanto aziendale forte e comune. Non fatelo: 336 dipendenti di Twitter si sono trovati fuori dall’azienda in “tempo reale” andando incontro ai problemi descritti in questo post. Il rischio giustifica un investimento in hardware e in cloud per stare al sicuro. Parte degli oneri e delle responsabilità del vivere in un’epoca digitale.

Connettività: mai abbastanza

GigabitLuogo comune e “verità” abbastanza scontata. Nonostante gli innegabili progressi degli ultimi anni, le opportunità di miglioramento sono comunque consistenti e oggettive ovunque. In Central London la fibra non esiste e la migliore ADSL difficilmente raggiunge i 20MBps con velocità di upload irrisorie. Quest’ultimo parametro impedisce di sfruttare in modo conveniente servizi di video conferenza, ma anche qualsiasi forma di cloud storage visti i templi biblici di caricamento di immagini e file di vario genere. I teorici 20MBps si riducono drasticamente in specifiche fasce orarie della giornata quando lo streaming di contenuti coinvolge un numero elevato di utenti. Lavorare da casa una vera sfida, così come supportare con successo attività commerciali. Non è un caso che nella zona di Soho/Westminster il numero di start-up tecnologiche sia praticamente inesistente causa la mancanza del prerequisito di fondo: la connettività.

Paradossalmente una parziale soluzione al problema può arrivare dalla connettività mobile, sebbene negli ultimi due anni le prestazioni in download e upload in un’area fortemente congestionata da turisti e shoppers siano drasticamente peggiorate. Il 4G spesso fornisce prestazioni solo nominalmente da quarta generazione, ma all’orizzonte si delineano soluzioni che potrebbero davvero rappresentare una svolta.

Personalmente sono interessato a soluzioni simmetriche o dove la velocità di caricamento – in passato considerata quasi irrilevante – raggiunge livelli accettabili (>20MBps) per lavorare in modo produttivo ed efficiente. Con la nuova suite Office 2016 per Mac, per esempio, trovo comodo gestire tutti i documenti direttamente da oneDrive piuttosto che in locale.  Evidentemente è la velocità di connessione che fa la differenza in termini assoluti e oggettivi. Attendere secondi per fare il browsing della struttura gerarchica delle cartelle o decine di secondi per salvare un file può risultare inaccettabile soprattutto se il tutto avviene su base continuativa, molte ore al giorno come nel mio caso. La fibra l’unica soluzione accettabile e adeguata. Anche lo sviluppo e l’utilizzo di nuovi servizi partendo da una basilare esigenza di back-up su cloud, trovano nella velocità di connessione un fattore abilitatore o un collo di bottiglia. Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte: serve banda in quantità al punto da arrivare a influenzare in modo diretto ed esplicito i valori commerciali degli immobili.

Un recente studio condotto negli USA ha evidenziato come la disponibilità di fibra in un quartiere agisca direttamente su valore degli immobili. Stessa cose in UK. Correlazione ovvia e scontata che mi sta portando a selezionare le zone della città da prendere in considerazione proprio in funzione delle soluzioni di connettività disponibili. Stesso discorso per un’eventuale località di vacanza: indipendentemente dalle bellezze del posto, senza un’adeguata copertura impossibile prenderla in considerazione seriamente.

Browsing su iPad con AdBlock Fast: piacevole e consigliabile

Repubblica withoutHo installato l’app AdBlock Fast per liberarmi di una quantità inutile e quasi sempre invasiva di pubblicità. Mi sento molto meglio adesso. La nuova funzionalità Content Blockers di iOS 9 al centro di molte polemiche è per me – in qualità di utente – una vera manna e una soluzione davvero apprezzabile. Molto spesso infatti la navigazione nel browser (questo blocker non agisce sulle apps) risultava incredibilmente noiosa e irrazionale a casa di video in auto esecuzione, popup multiple, auto refresh e altre forme di invasione non richieste impattando sulla velocità e i tempi di rendering di una pagina. Davvero la navigazione ne beneficia e – al momento almeno – il layout delle pagine non sembra subire alcuna penalizzazione o difetto di visualizzazione. Un piacere scorrere in modo veloce e “pulito” le componenti editoriali apprezzandole per quello che sono senza essere obbligato ad ascoltare i messaggi spesso irrilevanti di aziende energetiche, case automobilistiche, assicurazioni varie e molto altro ancora.

Repubblica withMolti obietteranno che i contenuti sono spesso forniti gratuitamente e che per i produttori (gli editori) assumere un atteggiamento un po’ aggressivo nella spinta dei messaggi pubblicitari rappresenti un’esigenza quasi obbligatoria. Tesi a mio avviso che non regge molto per diversi motivi, essendo un convinto assertore del modello di subscription. Il livello di invasività raggiunto negli ultimi tempi è tale da aver indotto una sensazione di rigetto e di rifiuto che immagino molti condividano. I contenuti sono spesso “sommersi” da elementi di adv talmente aggressivi da vere la sensazione di dover procedere con un machete per farsi largo attraverso una giungla quasi impenetrabile e soffocante.

NYTOltre a questi aspetti, un’interessante analisi condotta dal New York Times ha messo in evidenza come la velocità di caricamento di una pagina sia strutturata all’origine con il chiaro intento di ottimizzare la visualizzazione della pubblicità a scapito dei contenuti.  Per esempio, nel casa di boston.com il tempo di caricamento della home page su dispositivo mobile con connessione 4G (definita LTE negli USA) ha richiesto oltre 30 secondi per la componente pubblicitaria e 8 per quella editoriale. questi valori corrispondono anche a un costo di connessione di 32 centesimi di dollaro ogni volta che viene visualizzata la home page di questo quotidiano online (selezionate sui tre pulsanti della scheda interattiva del NYT per visualizzare le diverse analisi). Questo significa tra l’altro che l’utilizzo degli ad blockers accelera in modo significato i tempi di risposta e di visualizzazione dei contenuti su un dispositivo mobile.

Favorire o anche solo caldeggiare l’adozione di ad blockers chiaramente presenta delle controindicazioni per le aziende impegnate nella promozione dei propri prodotti o nell’acquisizione di nuovi clienti. Diversi esperti del settore hanno calcolato che l’impatto della scelta di Apple potrà avere sui conti di Google, arrivando anche a ipotizzare che si tratti di una decisione espressamente mirata a minare i conti dell’azienda una volta alleata e più recentemente considerata da Steve Jobs come un’acerrima rivale. Nonostante tutto, vedo solo in modo positivo l’impatto e l’adozione degli ad bloccare perché forzeranno l’industria a rivedere i propri modelli di comunicazione, in interazione con i consumatori e porteranno inevitabilmente a delle esperienze di navigazione più bilanciate.

Sulla legalità di questo genere di soluzioni e più specificatamente di Adblock Plus si è pronunciata in più occasioni una corte tedesca riaffermando la legalità della soluzione e il conseguente utilizzo da parte degli utenti. Un motivo in più per approvare il problema della produzione di contenuti e dei costi connessi con un approccio meno invasivo e penalizzante del modello attuale.

 

PS Le immagini si riferiscono alla versione Web di Repubblica.it. Quella su tabelet era molto più invasiva con popup di vario genere e refresh continui della home page. Tutto sparito con Adblock Fast.

 

Domini personali: idea semplice e carina

Personal domainsI miei “assets digitali” sono ormai ben delineati e consolidati nel tempo. Questo blog – sebbene bistrattato ultimamente – un repository fotografico, un blog in inglese oltre a presenze personalizzate su diversi social media, da Facebook a LinkedIn.

Negli anni si sono sviluppati e sedimentati diversi concetti e abitudini ormai condivisi da molti a livello planetario. LinkedIn, per esempio, è di fatto sinonimo di informazioni aggiornate e puntuali sul profilo professionale di ciascuno di noi. Sempre più spesso, prima di un meeting mi documento sulle persone che andrò a incontrare per avere una prospettiva più completa. Esercizio banale e semplice che potrebbe essere reso molto più scientifico estendendolo ad altre fonti digitali, ma che noto molti altri eseguono ormai quasi in modo regolare.

Da qualche giorno GoDaddy – azienda per la quale lavoro – ha introdotto un servizio molto semplice, ma concettualmente carino e tutto sommato utile: Personal Domains. Si tratta di associare (o puntare) un dominio verso una propria presenza social in modo da poterla raggiungere facilmente. Ritornando a LinkedIn, il mio profilo è in qualche modo equivalente al mio curriculum professionale. Ho pensato quindi di acquistare il dominio smaruzzi.info e di puntarlo direttamente alla mia pagina LinkedIn. Visto che la motivazione prevalente per andare su LinkedIn consiste nel recuperare le informazioni relative a un soggetto, il dominio con estensione .info mi è sembrato il più appropriato tra le centinaia disponibili al momento. Ho acquistato il dominio e ho provveduto ad associarlo al mio profilo LinkedIn. Ora digitando smaruzzi.info l’accesso è diretto. Nulla di sbalorditivo, ma ci può stare.

Quando penso di usare questo URL? In generale in qualsiasi occasione dove devo introdurmi e presentarmi a qualcuno. Spesso mi capita scrivendo email rivolgendomi a nuovi contatti internazionali. Da questo momento in poi includerò il dominio personale (facile e veloce da digitare oltre che sufficientemente auto esplicativo) direttamente nel testo. Un secondo scenario potrebbe essere la firma digitale contenente i miei contatti, magari sempre e solo quella utilizzata verso riferimenti esterni.

 

Il video che verrà. Oggi o al massimo dopodomani

canon8k-728x410L’alta definizione ci accompagna da alcuni anni, ma non è infrequente – soprattutto in ambito televisivo – assistere a trasmissioni nella molto più modesta e quasi anacronistica Standard Definition (SD). Di risoluzione 4K se ne parla da almeno 2 anni grazie alla disponibilità di un’ampia gamma di prodotti a partire dalle telecamere GoPro e ultimamente con i nuovi iPhone 6s e 6s Plus. Molte videocamere di fascia amatoriale e semi professionale registrano a questa risoluzione. Inoltre, nel comparto degli schermi, le soluzioni abbondano con prezzi progressivamente in calo. Il treno in atto è evidente è logico per molti aspetti. Risoluzioni sempre maggiori a portata di chiunque, partendo da uno smartphone.

Crescono in parallelo le dimensioni dei file prodotti, ma lo spazio di memorizzazione sembra evolvere nella stessa direzione senza penalizzare troppo il consumatore sul fronte dei costi. Inoltre, lo spazio su cloud segue la solita traiettoria in discesa con costanti riduzioni di prezzo (50GB di spazio iCloud costano ora $0.99 al mese).

Immagini e video a risoluzioni sempre maggiori e spazio cloud  a costi irrisori. Tutto bene quindi? I due colli di bottiglia sono connettività e porte di comunicazione, due elementi “hardware” sul quale il consumatore ha poco controllo o addirittura nulla. Canon ha appena annunciato un nuovo sensore fotografico con risoluzione da 120 mega pixel. Non ancora in commercio, rappresenta comunque un incredibile passo in avanti rispetto ai 50MP della nuovissima Canon 5Ds Mark III, sufficientemente esagerato da risultare spiazzante. Un file in formato RAW prodotto da questo nuovo super sensore raggiunge la dimensione di 210MB, più o meno 10x lo spazio occupato da un file nello stesso formato prodotto con una Canon 1D X. Immagino indispensabile ricorrere a schede di memoria Compact Flash da almeno 128GB per avere una discreta capacità fotografica (600+ immagini), ma il vero punto critico è la velocità di connessione di periferiche o di file verso spazi di post-produzione e di memorizzazione permanente. Sotto USB 3.0 probabilmente il trasferimento di uno shooting risulta un investimento di tempo non trascurabile. E questo valore minimo vale sia per un card reader che per la porta di comunicazione per tethering a bordo della fotocamera. Qualsiasi soluzione più performante solo ben accetta.

big-picture-with-text_updateStesse considerazioni per le porte di comunicazione installate sui computer. Anche in questo caso USB 3.0 il minimo indispensabile. Personalmente mi auguro che USB Type-C diventi pervasivo e sia seguito dall’introduzione di dispositivi di varia natura secondo le specifiche Thunderbolt III capaci di gestire un monitor esterno 5K o superiore (attualmente Thunderbolt II non dispone di canali di comunicazione sufficientemente potenti ed è per questo che Apple non ha ancora rinnovato il proprio monitor esterno ad alta risoluzione) e velocità di trasferimento pari a 40GBps oltre ad altre funzionalità interessanti sempre con connettori USB Type-C. I prossimi MacBook Pro con il processore Skylake auspicabilmente previsti entro la fine dell’anno dovrebbero seguire l’esempio del recente MacBook, ma con prestazioni superiori in qualsiasi ambito.

Upload speedPassiamo alla banda. Senza una velocità di upload decente lo spazio cloud risulta solo un mezza vittoria (o forse una mezza sconfitta). Qualsiasi prestazione sotto i 10MBps comporta investi di tempo stratosferici e complicate pianificazioni notturne, l’opposto di quanto serve per gestire con naturalezza e semplicità archivi video e/o fotografici, ma anche banalmente grandi quantità di dati. Non a caso Google Cloud Storage ha introdotto negli USA, EMEA e APAC un nuovo servizio di upload di grandi archivi proponendo ai clienti l’invio fisico di un disco contenente le informazioni da trasferire avendo realizzato (calcoli molto semplici e banali) che per trasferire 1TB di dati serve oltre un giorno con una velocità di upload di 100MBs (in questa pagina si possono fare alcune simulazioni), durata che sale esponenzialmente al decrescere della banda arrivando anche a decine di giorni con tutte le conseguenze del caso. Quindi, anche in contesti super professionali risulta evidente come la banda costituisca un collo di bottiglia rispetto alle dimensioni dei dati prodotti con estrema facilità e naturalezza e non solo da parte di grandi organizzazioni. La prossima esplosione di wearables inevitabilmente porterà anche comuni mortali a produrre e conseguentemente memorizzare volumi di informazioni sempre crescenti. Basta pensare al comparto health per comprendere come questa ipotesi non sia particolarmente utopica.

Screen-Shot-2015-09-08-at-3.37.26-PM-600x329Gli elementi di “tensione” in questa contrapposizione tra qualità video e soluzioni di memorizzazione non ha ancora raggiunto un punto di equilibrio con l’esponenziale crescita legata a 4K che si parla già di 8K come del prossimo imminente passo. Sempre Canon ha recentemente introdotto una prima soluzione cinematica a questo livello risolutivo capace di generare immagini da 8,192 x 4,320 pixel (circa 35.39 milioni di pixel effettivi).

Senza avventurarsi troppo nel futuro e in soluzioni indirizzate al segmento dei professionisti, come anticipato, la nuova linea di iPhone 6s introduce una fotocamera da 12MP e video con risoluzione 4K. Questo significa che realisticamente i 5GB di spazio iCloud forniti in dotazione gratuita saranno insufficienti per un numero crescente di utenti. Allo stesso tempo, la velocità di upload giocherà sempre più un ruolo chiave anche per il generico Joe intento a immortalare con costanza encomiabile ogni pietanza a portata di scatto. Servono fibra, computer “muscolosi” e periferiche veloci come gazzelle.

 

 

 

 

 

 

 

Contento di Apple Watch

Apple WatchDa qualche settimana quasi distrattamente al mio polso. Ultimamente  ho avuto pochissimo tempo per dedicarmi a qualsiasi cosa che non fosse il lavoro o trasferimenti di vario genere. Mi sono limitato a indossare l’orologio, giocherellare qualche istante e poco più.  Quindi giudizio superficiale, ma vissuto in prima persona anche se le componenti meno emozionati tipo la ricarica quotidiana le ho ovviamente vissute fin dal primo giorno. In generale mi trovo bene. Mi serviva un orologio dopo tanti anni di Nike+ Fuel Band, qualcosa a metà strada tra un orologio rudimentale e uno strumento per la misurazione delle attività fisiche, ma esteticamente piacevole e di ingombro limitato. Watch è semelicemente un altro pianeta.

Ho letto pareri discordi su Watch, ma francamente dalle poche indicazioni emerse dalla trimestrale Apple difficile arrivare a una conclusione definitiva sui volumi di vendita nelle prime settimane. È di sicuro una v1 (prima versione) e inevitabilmente i modelli successivi saranno migliori. Sarà proprio la componente hardware quella che potrà beneficiare maggiormente di riduzione di ingombri, limitazione nel consumo di energia e altre funzionalità. Difficile che un upgrade software possa fare la differenza, ma è sicuramente prematuro al momento parlarne.

Perché mi trovo bene? Forse perché ho/avevo aspettative limitate e il mio ecosistema Apple in cui si è inserito Watch è consolidato negli anni e ben diffuso attorno a me. Cosa mi piace? Probabilmente il mio elenco comprende banalità per molti, ma utili miglioramenti per me. In ordine rigorosamente sparso e casuale:

  • Uso regolarmente iMessage di Apple. Mi sono ritrovato spesso a dettare i messaggi direttamente all’orologio, rimanendo piacevolmente sorpreso dalla qualità della capacità di interpretare correttamente quanto comunicato. Con il telefono in tasca o nelle vicinanze, una soluzione comoda e pratica;
  • Nella visualizzazione delle mappe è ora Watch a guidarmi piuttosto che iPhone. Le vibrazioni generate in prossimità di un cambiamento di direzione sono quantomai opportune e utili;
  • Nelle mie sessioni mattutine in bicicletta l’applicazione Strava su Watch mi consente di interrompere la misurazione appena obbligato a fermarmi a un semaforo per poi riprendere subito dopo;
  • Notifiche in generale, ma soprattutto posta. Lo schermo di Watch visualizza sia notifiche che contenuti veri e propri come una mail, di fatto generando un’esperienza che su iPhone è parzializzata tra iOS e le varie applicazioni.

In ultima battuta, l’elemento realmente distintivo presente in Apple Watch è quanto definirei con il termine di sintesi. Il dispositivo concentra in modo succinto, ma efficace, un flusso eterogeneo di informazioni normalmente accessibile da Mac o da dispositivi iOS in modo sparpagliato. Nel caso di Watch, il tutto risulta ancora più efficiente ed efficace. Ho l’impressione di risultare maggiormente produttivo, più in controllo e in grado di accedere a informazioni presentate in modo più utile e rilevante rispetto a quanto succeda su iPhone. Per esempio in questo momento ho appena ricevuto una notifica a tutto schermo con le previsioni del tempo per le prossime 12 ore. Sarà sempre mediamente coperto e nuvoloso qui in Florida, condizione ideale per un po’ di palestra e anche magari un altro post.

 

Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito