Per piacere, aiutami ad assumerti!

CVsNella mia carriera lavorativa ho assunto almeno alcune centinaia di persone. In parte grazie all’aver operato all’interno di un’industria in costante espansione e anche per ruolo. Corretto stimare che il numero di interviste sia stato come minino 3 volte tanto. Non sono un esperto, ma qualche idea sul tema l’ho sviluppata negli anni. Ovviamente in alcune occasioni mi sono trovato dall’altra parte del tavolo e non sempre ho dato il meglio di me stesso. Anche in tempi relativamente recenti nonostante l’esperienza e la maturità. Quindi nessuna pretesa di essere una best practice in materia di CV e di colloqui, ma sono arrivato a una conclusione: spesso i candidati non hanno voglia di farsi assumere. Illogico e assurdo vero? Ovviamente le cose non stanno proprio così, ma l’impressione che ho ricavato porta in molte circostanze a questa conclusione. Il numero di errori commessi da molti candidati/e è tale da sollevare più di un dubbio sulle reali intenzioni.

Partiamo dal’inizio. Chi redige una nuova posizione ha chiaramente in mente il profilo del candidato/a ideale. Allo stesso tempo – salvo che non si tratti di uno sprovveduto – è perfettamente consapevole che quello che effettivamente ricerca è di essere piacevolmente sorpreso e riassicurato allo stesso tempo. In primissima battuta, la lettura del CV deve fornire risposte concrete, evidenti ed inequivocabili ai punti cardine della ricerca. Deve scattare immediatamente nella mente dell’hiring manager una forte associazione tra le principali qualità ricercate e quanto prospettato nel CV. Questo è l’elemento di rassicurazione. La sorpresa, invece, consiste in qualche aspetto aggiuntivo o anche semplicemente differente da quanto originariamente ipotizzato. E non mi riferisco esclusivamente a caratteristiche hard come una seconda o terza laurea, ma potrebbe trattarsi benissimo di qualcosa di soft come l’aver partecipato a livello competitivo in gare di pattinaggio sul ghiaccio, essere stato capitano della squadra di basket o di avere composto musica. Riuscire a trasferire un quadro completo della propria persona e personalità l’obiettivo da centrare sempre quando si fa application per un nuovo lavoro.

Di seguito alcuni consigli per aumentare le proprie chance di successo:

  • Leggere attentamente la job description. Chi leggerà il vostro CV? Un recruiter o l’hiring manager? Probabile la prima figura per un’azienda di medie-grandi dimensioni. In questo caso dovete catturare l’attenzione di un interlocutore non specializzato cercando di centrare i punti chiave della job description (JD). Bastano due o tre esperienze e/o qualità allineate con quanto desiderato e le probabilità di superare questa fase sono discrete. Mi aspetto che l’hiring manager abbia un maggiore sensibilità a cogliere anche elementi aggiuntivi rispetto a quelli elencati e si senta propenso a esplorare un profilo non necessariamente ideale. Personalmente includo sempre almeno uno o due CV nella mia short list selezionando profili che potrebbero piacevolmente sorprendermi se quanto intravisto fosse supportato da elementi concreti in un successivo colloquio.
  • Valutare attentamente e onestamente se il proprio profilo corrisponde a quanto richiesto. Almeno il 30% dei CV che ho letto (peraltro pre-filtrati) si sono dimostrate delle complete perdite di tempo. Lo scrivo con rispetto, ma anche in modo oggettivo.  Molto spesso si trattava di applications fatte da persone senza le corrette credenziali. Della serie: ci provo. Ha senso? Gli strumenti per la valutazione delle candidature stanno diventando sempre più sofisticati e riescono facilmente a eliminare i “professionisti dell’invio sistematico”. Ricordatevi che il processo di hiring è complesso, costoso e assorbe molto tempo. In questo momento in GoDaddy abbiamo circa 200 posizioni aperte. Ipotizzando un numero estremamente conservativo di 20 interviste da 30 minuti l’una per selezionare il candidato/a ideale, la matematica indica un investimento di 2,000 ore!!! Inevitabile che il processo venga industrializzato e la “pazienza” nei confronti di chi “spara” un CV molto bassa.
  • Non mentire. Le palle digitali hanno le gambe davvero molto corte. Non sono certo che questa espressione abbia molto senso, ma credo renda l’idea. Qualsiasi informazione può essere facilmente verificata oggigiorno. Nonostante ciò i casi di falsificazione di elementi del CV sono frequenti e non risparmiano nemmeno vertici aziendali come nel caso di Scott Thompson, CEO di Yahoo! nel 2012 e costretto a lasciare per aver menzionato nel CV una laurea mai conseguita. Un dettaglio.
  • Personalizzare il CV di risposta. Suvvia, ce la potete fare! Pensare che un documento – sebbene ben fatto – possa funzionare in qualsiasi contesto è un po’ eccessivo e indice di pigrizia mentale in prima battuta. Se i due punti – sorpresa e rassicurazione – sono validi per chi conduce la ricerca, logico aspettarsi che per ogni posizione abbia senso riorganizzare la struttura del CV per meglio sintonizzarsi sui criteri della ricerca. Veramente troppo spesso ho l’impressione che i documenti che leggo siano “piatti” e privi di qualsiasi tentativo di stimolare la curiosità di chi lo riceve. Piuttosto rispondono alla sola e un po’ miope esigenza di farsi assumere. Difficile leggere in quanto scritto – e ancora meno tra le righe – una scintilla o qualcosa che possa ispirare. Alcuni esempi:
    • quando la posizione enfatizza la perfetta conoscenza di alcune lingue, le vostre qualifiche in materia devono comparire nelle primissime righe del CV;
    • se la sede di lavoro è chiaramente indicata, non delegate al lettore il dover scoprire dove attualmente abitato lavorate. Non è raro ricevere CV con solo qualche continente di distanza rispetto a quanto richiesto;
    • non tutti lavorano per grandi aziende note in tutto il mondo. Nulla di cui vergognarsi, ma abbiate l’accortezza di spendere qualche parola per introdurre l’azienda (… leader nella produzione di valvole per impianti a gas…), l’industria di appartenenza (…mercato competitivo in costante espansione negli ultimi anni…), il vostro ruolo (… acquisito manager nel segmento B2C…) in modo da contestualizzare la candidatura. Sono tutti dettagli che permettono di meglio contestualizzare la vostra persona.
  • Mettetevi nei panni dell’intervistatore. Svelo un segreto: non sarete gli unici a inviare un CV: quasi sicuramente molti altri condivideranno la stessa idea. Molto banale, ma va ricordato per evitare di fare una brutta figura. Il file contente il vostro profilo NON PUÒ chiamarsi CV2016.docx. Una simile nomenclatura denota scarsa intelligenza e totale assenza di rispetto per il ricevente. Sforzatevi di includere il vostro nome (per esempio Stefano Maruzzi.docx) o anche aggiungete un ulteriore dettaglio di personalizzazione (Stefano Maruzzi for GoDaddy.docx). Questo permetterà a chi deve analizzare più CVs (la norma) di gestire i documenti in modo semplice, facilitando il lavoro. Inoltre, altra banalità, ricordatevi di includere nel testo la vostra email personale e magari anche il numero del cellulare. Sembra impossibile, ma non è la regola!

Insomma, scrivere un CV un bell’impegno, ma solo l’inizio di un lavoro ben più complicato perché poi segue la fase delle interviste. In questo caso, se riuscite ad avere un colloquio di persona, vi consiglio di analizzare attentamente il video che segue: praticamente perfetto!!!  Un capolavoro e da piegarsi dal ridere quando il telefono squilla. Enjoy!

Dobbiamo proprio diventare “amici”?

LinkedIn friendOgni giorno ricevo almeno una ventina di richieste di contatto su LinkedIn. Arrivano da divers parti del pianeta. Oltre che dall’Italia, le richieste pervengono da UK, USA, paesi asiatici, Medio Oriente e dal continente africano. Tutto sommato una buona copertura geografica e spesso contatti utili, interessanti. Soltanto di rado qualche evidente interazione finalizzata alla vendita di qualche servizio o prodotto. LinkedIn è una “piattaforma di lavoro” ed espandere il proprio network.

Diverso il mio atteggiamento su Facebook. In questo caso sono estremamente selettivo nell’accettare richieste (e le mie impostazioni non consentono molte interazioni con chi non è un Friend). Considero quella piattaforma limitata alle conoscenze di lunga data e con le quali avrò realisticamente qualche forma di interazione continuativa nel tempo, interessi in comune o il piacere di essere indirettamente informato su aspetti personali.

Come anticipato, su LinkedIn ho seguito fin dall’inizio un approccio molto meno restrittivo. Trattandosi di una piattaforma social per professionisti, giusto interagire anche con contatti che potrebbero manifestarsi nel giro di poco tempo come estemporanei e poco rilevanti per diversi motivi. C’è valore nella quantità, mentre percepisco utilità nella selettività su FB.

Quello che mi aspetto da chi mi contatta su LinkedIn, però, è un minimo di chiarezza e trasparenza. Essendo l’obiettivo quello di costruire dei contatti potenzialmente utili a fini professionali, farsi conoscere al meglio delle propri potenzialità quasi scontato e logico. Spesso, invece, mi imbatto in profili senza foto e descrizioni personali e professionali limitate a poche righe. Devo ammettere che in diverse occasioni ho esitato e poi deciso di non accettare richieste da profili “vuoti” di contenuto. Non riesco nemmeno a capire se mi viene proposto di interagire con un uomo o una donna, il lavoro o il settore di competenza e gli eventuali elementi comuni e di scambio. Il messaggio standard proposto da LinkedIn poi non aiuta. Sebbene molto più comodo non fare nulla, specificare in un paio di righe il motivo della richiesta (e.g. condividiamo la passione per la tecnologia, lavoro nella stessa azienda dove hai lavorato tu, sarò alla conferenza dove ho visto presenterai, …) aumenterebbe la propensione ad accettare una richiesta.

In alcune occasioni arrivo a pensare addirittura che si tratti di profili fasulli o quantomeno sospetti. Forse timore eccessivo, ma immagino che frodi e impersonificazioni siano all’ordine del giorno anche su LinkedIn. Come suggerito in questo post, esistono diversi metodi e strumenti per determinare l’autenticità di un account. Personalmente non ho sufficiente tempo a disposizione per verificare ogni richiesta o anche solo quelle sospette. In ogni situazione dubbia, semplicemente non accetto. E sono a oltre 1,000 richieste inesaudite negli ultimi mesi!!!

Da ieri vado di Apple Pay

Apple PaySemplicemente troppo comodo. Ovunque ci sia un lettore abilitato alle carte Contactless, è sufficiente avvicinare l’iPhone con il dito sul sensore Touch ID e la transazione viene approvata all’istante. Meglio rispetto ad appoggiare la carta al lettore? Direi di si per almeno due motivi:

  • Maggior sicurezza visto che è richiesto un elemento di verifica dell’identità e di autorizzazione rappresentato da un’impronta;
  • non esiste limite di spesa, almeno per quanto riguarda la mia carta. Normalmente le contactless sono autorizzate fino a un massimo di £20 (£30 da settembre), mentre sono stato piacevolmente sorpreso dalla notizia che per la mia banca una transazione effettuata con Apple Pay è equivalente all’inserimento della carta nel lettore e conseguente digitazione del PIN.

Inoltre, in termini di immediatezza e di naturalezza del gesto, non c’è confronto. iPhone è sempre un tasca a portata di mano probabilmente anche perché probabile l’abbia consultato durante l’attesa per raggiungere la cassa. Basta avvicinarsi al lettore e la “magia” si realizza.

Le operazioni di configurazione sono semplici e istantanee. Sufficiente lanciare l’applicazione Passbook, fare una scansione della carta di credito che si intende associare ad Apple Pay, inserire il codice di sicurezza e completare il tutto con un codice ricevuto via SMS. L’operazione è ovviamente ripetibile con più carte, replicando di fatto lo scenario di un tipico portafoglio.

Quello che resta è sperare in una veloce adozione di questa modalità di pagamento in un ampio numero di punti vendita. Nelle ultime 24 ore ho comprato cibo in due supermercati diversi e un ottimo gelato, tutte transazioni concluse con Apple Pay. Immagino che molti londinesi si siano già cimentati con la metropolitana, magari utilizzando Apple Watch.

Da anni si parla di pagamenti con il cellulare e dopo alcuni goffi tentativi da parte di molte aziende, questa soluzione sembra semplice, pratica, comoda e spero sicura.

 

William il Digitale: la mia versione di Shakespeare

William450 anni fa nasceva più o meno da queste parti (sto scrivendo da Londra) William Shakespeare. Non me ne intendo molto di letteratura (zero per essere precisi) e non sono mai stato un grande appassionato di questo genere di letture. Quel poco che ho letto risale ai tempi della scuola dell’obbligo e quindi non certo per scelta.

Qualche mese fa mi sono posto una semplice domanda: come si sarebbe comportato il buon Will ai nostri giorni, considerando l’incredibile quantità di strumenti disponibili per produrre contenuto e per distribuirlo istantaneamente in ogni angolo del pianeta? Come avrebbe interpretato i tempi moderni in qualità di autore e come si sarebbe mosso in un contesto digitale?

Spunto semplice e banale, ma a mio avviso sufficientemente carino per le molteplici prospettive con cui articolare questo progetto di comunicazione. Ho presentato l’idea  all’agenzia PR inglese che mi segue e la risposta è stata entusiastica. Per appassionati di contenuti, potersi confrontare su un tema simile avendo come soggetto un signore che sapeva sicuramente maneggiare la penna, una sfida stimolante. L’idea di fondo consisteva anche nel dimostrare come fosse semplice costruire una propria identità digitale utilizzando strumenti e soluzioni disponibili off-the-shelf facendo ricorso a un minimo di creatività e un pizzico di dimestichezza digitale.

Dominio. Il primo passo concreto è consistito nel definire il nome del domino per rappresentare Will nel mondo digitale, ipotizzando di essere lui. Dall’inizio di quest’anno sono state introdotte decine e decine di stringhe alternative rispetto ai tradizionali .com, .net e simili, ampliando di fatto la scelta e rendendo il namespace di Internet in prospettiva molto più attraente e divertente. Dopo un brainstorming iniziale, la scelta è ricaduta su .today visto che uno degli obiettivi dell’esercizio consisteva proprio nel posizionare William Shakespeare ai nostri giorni. È così nato, shakespeare.today, lo spazio digitale di Will per interagire con lettori, media e promuovere le proprie attività letterarie, performance teatrali e pubblicazioni.

Contenuto. L’esercizio di documentare il lavoro di Will è oggettivamente semplice vista la mole di sonetti e opere di successo scritti nella sua quasi trentennale vena creativa. Considerando la popolarità del personaggio, il contenuto che ruota attorno a Will è veramente vasto e supera i confini della letteratura. Le mugs con Will – quasi fosse una star – sono l’ultima mia scoperta in ordine di tempo. per un libero professionista o una PMI, l’esercizio non è altrettanto spontaneo e semplice, ma le regole di fondo da seguire sono assimilabili all’esercizio che abbiamo sviluppato qui in UK per Will.

Ovviamente, Will è anche su Twitter all’account @ReturnoftheBard: va seguito.