Personale di terra. A terra

IMG_0845Sono un abituale frequentatore di diversi aeroporti, focalizzato negli ultimi anni su London Heathrow, T5 visto che volo solo ed esclusivamente British Airways (BA). L’altro giorno mentre ero in attesa di imbarcarmi, l’attenzione è stata catturata dalle sagome controluce del personale di terra di British Airways. Le grandi vetrate di Heathrow facevano filtrare molta luce che trasformava le divise blu scuro in silhouette, quasi fosse un esercizio fotografico. Cinque persone erano in attesa di espletare i propri compiti relativi all’imbarco di forse 130 passeggeri.

Da quell’immagine è partita una riflessione circa le azioni e i passaggi necessari per arrivare a un gate. Ho mentalmente ricordato come il processo fosse gestito in passato e mi sono soffermato sulla situazione che stavo vivendo. In altri termini, ha rivisitato i passaggi e le modalità che affronto regolarmente oggi, confrontandole con il passato. Oggigiorno il tutto avviene attraverso l’iPhone e l’app di British Airways. L’intero processo inizia più o meno 24 ore prima del decollo tramite una notifica da parte di BA per avvisare dell’apertura del check-in. Una volta nell’app (credenziali memorizzate, fortunatamente), attivo la procedura di emissione del boarding pass in 3 clicks e salvo il risultato prodotto in Passbook. Faccio così da almeno 2-3 anni. Tutti i miei boarding pass sono memorizzati lì, già solo questo un grande valore e una comodità. Stato del volo e altri dettagli sono forniti ovviamente con un certo livello di approssimazione visto che in 24 ore può succedere di tutto e molto deve essere ancora definito. Carina la presenza delle previsioni meteo all’arrivo e la password della rete WiFi del lounge (per vostra info BA usa sempre e solo le stesse 4 password da almeno 4-5 anni!). Questa fase preliminare si completa con la ricezione di un messaggio di posta elettronica di ulteriore conferma dell’avvenuto check-in, ma succede altro prima che io raggiunga il gate.

Nella giornata prevista per il volo l’accesso al boarding pass compare sempre in primo piano sullo schermo dell’iPhone. Idea semplice, ma saggia: sapendo che l’imbarco avverrà a ore, giusto rendere il boarding pass elettronico facilmente accessibile. Arrivato a T5  estraggo l’iPhone dalla tasca per prepararmi ad accedere al controllo di sicurezza. È sufficiente una  scansione del codice QR presente nel boarding pass e qualche secondo di attesa affinché venga scattata una foto da una camera integrata al cancello di ingresso. Una volta presidiata da personale a terra, da qualche mese questo passaggio all’area delle partenze prevede la presenza di un solo addetto inoperoso per la maggior parte del tempo visto che la sua funzione è quella di gestire un eventuale problema. BA si aspetta che quasi la totalità dei passeggeri sia in grado di fare la scansione del proprio boarding pass – elettronico o cartaceo – e di proseguire verso il controllo di sicurezza. Non è difficile, onestamente. Dopo qualche metro mi attende il noioso, ma necessario, rituale del controllo del bagaglio a mano e degli effetti personali. Un piccolo scanner invita – non è obbligatorio – a fare nuovamente la scansione del boarding pass proprio in prossimità del nastro su cui appoggiare gli effetti personali. Mossa astuta: serve a BA per misurare il tempo intercorso tra l’accesso all’area e l’inizio del controllo. Il mio dato aggregato con quello di milioni di altri passeggeri immagino venga condiviso con BAA, l’azienda spagnola che gestisce Heathrow in modo da monitorare l’efficacia e del servizio preposto e i tempi di espletamento dei controlli di sicurezza.

In realtà tra le due scansioni arriva un SMS per invitarmi a esprimere un giudizio sul check-in, iniziativa anche questa mirata a raccogliere evidenze per valutare la qualità del servizio. Superato il controllo, la prossima tappa è il lounge BA dove l’accesso mi è garantito da un’ulteriore scansione del boarding pass sul telefono. Anche in questo caso degli agenti BA controllano l’ingresso, ma l’operazione consiste nel trasferire per qualche secondo il mio telefono e permettere loro di fare una nuova scansione. Potrei farlo da solo: vedo veramente un valore aggiunto molto limitato dalla loro presenza. Piacevole essere salutato, ma forse costoso per l’azienda nel complesso. Al momento l’uscita dalla lounge non è monitorata in alcun modo, ma consiglierei a BA qualche semplice soluzione per completare l’acquisizione dati aggiungendo anche la permanenza nella saletta tra le tante informazioni prodotte.

BA ground crewFinalmente sono giunto al gate. Non ho quasi interagito con nessun umano, salvo seguire qualche cenno con la mano e lo sguardo al controllo sicurezza e quanto appena descritto per accedere al lounge. In merito, dei cancellati automatizzati potrebbero forse rappresentare una valida alternativa. Il processo di boarding non è ancora iniziato. Appena riceverò il via libera replicherò per l’ennesima volta la medesima scansione ormai fatta in altre diverse occasioni integrata da un sempre piacevole sorriso e un saluto.

Quindi? Non sto ipotizzando Heathrow privo di personale BA di terra, ma francamente … forse non è nemmeno necessario dover completare la frase. La loro presenza è giustificata da ragioni storiche e dall’eventuale esigenza di dover gestire degli imprevisti di qualsiasi genere. Poco più o forse addirittura nulla di più. Se l’intero processo tecnologico funziona fin dalle sue primissime fasi come descritto, riesco a prender posto a bordo solo grazie al mio smartphone e a una serie di dispositivi pensati e concepiti per garantire la ripetuta verifica delle mie credenziali, elemento cardine per la sicurezza in volo.

Oltre alla ovvia conclusione che presto mi aspetto di assistere a un’ulteriore riduzione del personale a terra efficacemente sostituito da diverse soluzioni tecnologiche (ci saranno presto molti schermi agli imbarchi per eventuali interazioni con agenti remoti), è incredibile la quantità di dati e informazioni che vengono prodotti in poche centinaia di metri lineari che separano l’ingresso dell’area delle partenza dalla porta di un aereo. Se alle azioni fisiche esplicite descritte si aggiungono le riprese video che catturano pressoché ogni metro di Heathrow calpestatile, facile capire quali potranno essere le prossime evoluzioni nel rendere il posto sempre più sicuro e le operazioni di boarding più semplici e fluide. Non mi manca moltissimo ad arrivare a 2 milioni di miglia volati con BA: quindi prevedo di di essere testimone diretto di altra tecnologia applicata agli scali aeroportuali. Fra due settimane il Passenger Terminal EXPO 2015 a Parigi un’ottima occasione per conoscere le prossime evoluzioni nel settore.

PS Per gli appassionati di tecnologia in volo, intanto BA è diventata interamente paperless sui propri 787 Dreamliners, la prima al mondo.

Eterna riconoscenza alla Korea del Nord

The InterviewPer Sony ormai quasi un’abitudine quella di essere vittima di attacchi ai propri sistemi informativi. Per quanto ne sappiamo, quanto successo recentemente in concomitanza con il lancio de The Interview non è che il più recente episodio di una serie di vulnerabilità che hanno colpito l’azienda giapponese negli ultimi anni. La paternità dell’accaduto è stata originariamente attribuita a un team di hackers operativi dall’interno della Korea del Nord, ipotesi che ha perso di consistenza nelle ultime ore dopo una più attenta revisione di quanto accaduto. Considerando il livello tecnologico del paese, qualche dubbio da emerito inesperto in materia di sicurezza l’ho avuto fin dall’inizio. Comunque sia, non è questo il punto.

Indipendentemente da come siano andate le cose, da tutti i proclami di attentato alla libertà di espressione e alla democrazia americana, il fatto più saliente è in realtà un altro. Mi riferisco alla decisione forzata di rilasciare un nuovo film attraverso diversi canali internet – YouTube, Google Play, Xbox e Apple iTunes solo nelle ultime ore del weekend – obbligando l’industria cinematografica a intraprendere una soluzione distributiva con anni di anticipo rispetto a quanto sarebbe successo normalmente. Realizzato in emergenza e senza un’accurata preparazione marketing come avviene normalmente per il lancio di un nuovo titolo, The Interview ha raccolto $15M al “botteghino virtuale” raccogliendo un “pubblico” stimato in 2M di streaming nella forma di acquisti e di noleggi. Il numero complessivo di persone che hanno effettivamente visto il film può quindi essere stimato in 3x o 4x volte tanto. Risultati di tutto rispetto considerando le condizioni di partenza del tutto improvvisate, il fatto che non si tratti di un capolavoro cinematografico – su questo punto sono tutti d’accordo – e che il pluripremiato Argo ha raccolto meno di $20M nel fine settimana di lancio nell’ottobre 2012.

Chi invece si è dimostrato pronto e disponibile a utilizzare un canale non tradizionale per una prima cinematografica è invece il pubblico, il vero vincitore di questa storia e l’elemento di reale sorpresa. Un’ulteriore dimostrazione, qualora fosse necessario, della totale predisposizione del consumatore a usufruire di contenuti di ogni genere – anche una prima cinematografica – attraverso una qualsiasi soluzione distributiva via Internet. Avevo ampiamente documentato questa cosa nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso oltre due anni e mezzo fa: in queste ore è successo.

Quindi, credo che collettivamente dovremmo tutti ringraziare il caro Kim Jong-un che – forse senza alcun merito – ha indotto Hollywood a fare un primo passo verso una direzione ovvia e scontata per molti, ma che nessuno aveva previsto si realizzasse entro il 2014: l’inizio delle prime cinematografiche via Internet, primo passo per la totale rivoluzione dell’industria della distribuzione cinematografica. Un altro tassello del passato che inizia a smontarsi.

Technology is killing jobs

Looking for a jobEveryone should read The Second Machine Age to get a sense of what new generations will experience in the years to come.

While we regularly benefit from technological advances positively impacting on our lives, at the same time it is evident how technology is progressively destroying jobs that won’t return anymore. Since 2009 I came to this conclusion, but refrained from sharing my views on the relationship between technology and employment due to my role in prominent internet companies.

Earlier this year Erik Brynjolfsson and Andrew Mcafee released their latest work analyzing the impact and correlation between evolution in several industries driven by technological enhancements and the the repercussions on jobs and jobs creation. The conclusion doesn’t represent a big surprise for those who have spent some time assessing the impact of technologies in any field or sector: job losses over time.

Transport for London, the organization in charge of public transports, has planned to reduce the numbers of staff at underground stations as a consequence of the introduction of new, more efficient payment methods and a constant decrease in number of tickets sold in stations. As a consequence, a round of strikes hit the UK capital in previous months and more are expected before the Holiday season.

As software becomes more pervasive, sophisticated, and new hardware devices perform tasks only few years ago considered impossible, the combination of these two elements represents a formidable disrupting force replacing humans not only in physical activities, but overcoming our mental ones. This trend implies the constant erosion of low qualified jobs and a growing demand for talented software engineers on the opposite side of the skills and qualification spectrum. Besides this shift well summarized in the growing attention toward STEM topics, it is clear that from a quantitative point of view, it is an unbalanced equation.

The possible answer to try to ride the wave? Education, education, and education.

 

 

WWDC 2014: Apple will unveil …

wwdc_banner_promoThe event will be live-stremed on the Apple website starting at 6:00pm, BST, tomorrow, June 2nd. Big moment for Apple’s fans, competitors and detractors as well. Lot of expectations with an endless list of rumors and speculations re to what will be presented by Tim Cook in the keynote address.

iOS 8 and Mac OS X version 10.10 two certainties among lot of expectations on both the software and hardware sides. The agenda of the event hasn’t been fully disclosed, another indications that during the keynote address Apple’s top management will make some break thru announcements. Despite its tradition as a software event, this year experts, commentators and analysts expect Apple to pre announce new products and services after completing the acquisition of Beats last week for $3B.

One week after the stock will go thru an historic 7:1 split, as announced three months ago. Analysts will have one week to assess and dissect what the future will be for the Cupertino company

 

Millennials and innovation

innovazioneLast week I had the pleasure and honor to share some of my views on upcoming, breakthrough innovations with the best audience I ever had in my entire career as a public speaker. Standing in front of 100+ millennials i shared some videos to illustrate what they could experience in the years to come. Here’s a selection of what shared and discussed thanks to dozens and dozens of smart questions.

 

Microsoft e i consumatori: si potrebbe fare di meglio

zune2_0Finalmente arrivano le prime conferme che le vendite di Windows 8 e del tablet Surface sono state molto al di sotto delle aspettative di Microsoft. Scrivo finalmente non perché la cosa mi faccia piacere. Semplicemente perché sarebbe stato sorprendente un esisto differente. Riprogettando la frase, difficile condividere l’entusiasmo di Steve Ballmer – CEO di Microsoft da ormai troppo tempo – avendo un minimo di senso della realtà. Cambiare l’inerzia di anni e anni di errori grossolani nel segmento consumer è un’operazione difficile anche per un’azienda di grande successo come Microsoft. Ci vuole tempo, prodotti innovativi, un’esecuzione impeccabile, grande costanza e disciplina, risorse in quantità. Microsoft ha forse tutto ciò, ma manca sicuramente ormai da troppo tempo della capacità di capire il segmento consumer. La sua strategia di me too in costante e goffo ritardo è un po’ triste e patetica, sicuramente goffa in molti passaggi. Zune e Kin due esempi concreti. Immagino che per molti questi due nomi non significhino nulla. Appunto: la prova del teorema. Il primo era un lettore musicale che – secondo le aspettative di Ballmer – avrebbe dovuto “massacrare iPod. Senza ripercorrere una tristissima storia, ricordo solo che al momento del lancio la genialità marketing di maggior spessore di la seguente: brown is the new black. Mentre iPod nero impazzava in tutto il mondo, i creativi di Microsoft scelsero il marrone come colore distintivo generando ilarità in tutto il mondo (ricercando brown zune e Images su Google troverete alcune foto molto carine). Il povero Bill Gates fu coinvolto nel lancio e oggetto di scherno e di ilarità molto giustificata. Vendite disastrose rispetto a piani super ambiziosi. Del ridicolo e dallo sviluppo molto costoso telefono Kin avevo scritto anni fa. Lasciamo perder eil passato e concentriamoci sul presente. Alcune luci e altrettante ombre.

Il nuovo outlook.com è carino e funziona bene. Si tratta dell’erede di Hotmail, soluzione di posta acquistata da Microsoft molti anni fa e sviluppata su tecnologia non Microsoft. I tentativi di conversione si dimostrarono sempre molto complessi, costosi e spesso fallimentari. Outlook.com è piacevole e facile da usare e l’integrazione con SkyDrive eccellente. Il pricing di quest’ultimo servizio decisamente aggressivo e il funzionamento dell’apposita app per iOS una necessità ma un esercizio ben eseguito. Non sono un grande amante di console giochi, ma XBOX e soprattutto il servizio Live sono apprezzati negli USA, così come Kinect. Passi in avanti, ma la strada è lunga, soprattutto se percorsa da una prospettiva di inseguitore tecnologico. Dopo un decennio abbondante e qualche miliardo di canzoni vendute da Apple, Microsoft ha lanciato un proprio servizio musicale e di streaming video, elementi che completano la propria offerta, ma ancora una volta con una prospettiva da ritardatario piuttosto che da innovatore. Queste alcune note positive e incoraggianti.

Meno stellari gli andamenti degli investimenti nell’ambito dei sistemi operativi. Tornando a Suface, le vendite della versione RT hanno superato di poco il milione, mentre la versione Pro – disponibile da qualche settimana – sta per raggiungere quota 400.000 pezzi. Non particolarmente eclatanti nemmeno le vendite di Windows 8, nonostante la spinta in comunicazione e i proclami di grandezza al momento del lancio. Non sono una rarità aziende che reinstallano Windows 7 sui nuovi computer o presentano come alternative iPad o Mac. I dati del primo trimestre 2013 che verranno comunicati verso l’ultima decade di aprile forniranno indicazioni più precise e dettagliate. L’aver deciso di vendere Surface solo ed esclusivamente nei propri punti vendita al momento del lancio deve essere sembrata una grandissima idea a qualcuno dalle parti di Redmond, WA. Avendo però una quarantina di negozi in tutti gli USA, difficile pensare che l’impatto su consumatori potesse essere travolgente sebbene indotto da una campagna di comunicazione molto accattivante e intensa. E anche questo punto della distribuzione fisica è un’altra manifestazione dei tentennamenti e delle incertezze che hanno attanagliato Microsoft praticamente da un decennio. I loro negozi sono gradevoli da vedersi, ma mancano di una vera ragion d’essere, come spesso succede alle copie (un altro esempio di me too). Esistono diverse imitazioni di Starbucks, ma il confronto non è sostenibile. Difficile da immaginarsi che qualcuno decida di comprare un computer o un tablet Windows perché il negozio è vicino a casa o dove ci si trova in questo momento, mentre la fedeltà a Starbucks può essere tradita anche solo causa un temporale, il desiderio di bere qualcosa di caldo o il disperato bisogno di connettività WiFi gratuita. E forse in questo ambito Microsoft potrebbe agire in modo creativo e coraggioso. Il tutto in un prossimo post.

Passaggio al digitale: tutto subito, in tempi lunghi

Tutti sognano la disruption, l’innovazione, la scalabilità e i volumi: questi gli ingredienti spesso sinonimo di successo per nuovi business digitali. Instagram e Pinterest due recenti esempi di come si possa passare dall’anonimato più totale a visibilità mondiale nel volgere di poche stagioni. L’economia digitale ha introdotto nella vita di tutti i giorni la percezione di cambiamento continuo e repentino, a volte facendo addirittura ritenere obsoleti prodotti e servizi considerati innovativi fino al giorno prima. L’ascesa e la caduta di MySpace, MSN Messenger, Napster e Netscape solo alcuni esempi vittime di proprie scelte sbagliate o di forti e repentini attacchi dalla concorrenza.

Il settore musicale è stato il primo a subire l’attacco – lo tsunami – del passaggio dalla distribuzione fisica al digitale. Qui le vittime hanno i nomi di tutte le catene di negozi specializzati – Tower Records, Sam Goody, Borders e molte altre – con le etichette discografiche per diversi anni spettatrici passive e incapaci di gestire il cambiamento. Dal 1999 si è assistito a un continuo declino delle vendite di CD e di musica nel suo complesso, complice la facilità di scambiare file musicali acquisiti illegalmente, la disgregazione del supporto fisico che ha scardinato il modello della pacchettizzazione di 10+ brani per lasciare posto a una singola canzone e l’inizio della distribuzione di musica in formato digitale. Tutti questi fattori hanno giocato contro le vendite di CD. Apple iTunes, la maggiore piattaforma al mondo per la distribuzione di musica digitale oggi, ha quasi dieci anni di vita avendo aperto i battenti il 28 aprile 2003.

Music 01La contrazione del comparto è ben sintetizzata in queste due cifre: $38B alla fine degli anni novanta rispetto a $16.5B nel 2012 di cui $5.6B provenienti dalla vendita o streaming in formato digitale con una crescita del 9% rispetto al 2011. Non molto, onestamente. Questi alcuni dati riportati da IFPI nel Digital Music Report 2013.

Il settore musicale è stato il primo tra i media a sperimentare sulla propria pelle i “benefici” del passaggio alla digitalizzazione. Due le considerazioni evidenti che emergono dalla retrospettiva di questi ultimi 12+ anni:

  • come considerare la perdita di valore registrata in questo periodo
  • i tempi lunghi dell’accettazione di nuove piattaforme distributive.

Sembrerebbe lecito arrivare alla conclusione che nel passaggio dal fisico al digitale ci sia un’oggettiva perdita di valore. La contrazione del fatturato complessivo dell’industria musicale la prova più evidente. Questo significa che digitalizzare i contenuti corrisponde a evaporare fatturati e limitare la ricchezza prodotta? In parte è proprio così. La torta si restringe consistentemente un po’ per maggiore efficienza nei processi. Risparmio di costi lungo tutto il processo produttivo, dalla stampa dei CD, al loro trasporto, distribuzione ed esposizione nei punti vendita. Costi assorbiti in ultima battuta dal consumatore che rendevano felici trasportatori e altri addetti alla produzione e hanno consentito per anni la crescita, diffusione e sviluppo di punti vendita specializzati. Spariti tutti, gente a casa e spazi commerciali vuoti, ma – in ultima battuta – “pulizia” del processo produttivo, capillarità nemmeno paragonabile al passato per quanto concerne l’aspetto distributivo e grande vantaggio per il consumatore. Per molti suppliers una sventura l’evoluzione al digitale, ma è una costante alla quale occorre abituarsi e anche velocemente.

Music 02Il secondo aspetto addirittura più sorprendente. Personalmente credo di aver abbandonato l’acquisto di CD ormai da una decina d’anni e di spendere almeno una decina di dollari alla settimana in musica. Nessun rimpianto per la mancanza del cofanetto fisico che molti adorano tutt’oggi, soddisfazione nel’investire mediamente $1 a canzone vista la fecondità ripetuta del bene e il piacere che ne consegue. Analizzando i prezzi dei CD sul mercato USA negli anni si scopre qualcosa di interessante. Nel 2003 un CD audio negli USA aveva un prezzo medio di $15.06 riconducibile a $1.5 per canzone nell’ipotesi di contenere una decina di brani come la regola in quei tempi. Questo valore si è mantenuto inalterato per diversi anni, anche se recentemente le cose sono cambiate, addirittura ribaltate. Acquistare oggo un CD Audio su Amazon.com di una band di successo come Fun costa solo $8.99 per 11 brani pari a 81 centesimi a pezzo. Rimane la monoliticità della soluzione, ma il costo è comunque veramente basso, un’altra giustificazione al calo del fatturato complessivo dell’industria musicale.

Ma lasciamo perdere la variabile fatturato che sappiamo essere influenzata da un prezzo per canzone molto elevato in passato rispetto a oggi, capace quindi di gonfiare i fatturati di 10+ anni fa. Quello che sorprende è la contrazione complessiva nei volumi, quanto la RIAA (Recording Industry Association of America) definisce con il termine shipment. I brani digitali più venduti nel 2012 non superano di molto i dieci milioni di pezzi, un buon 40% in meno rispetto alle hits di un decennio fa. Parte di questa contrazione va imputata alla crescente diffusione del modello di streaming ben interpretato da Spotify, Pandora e qualche altro player. Sembra comunque paradossale che in uno scenario di elevata comodità e convenienza per il consumatore, di successi globali e istantanei come il coreano PSY (ha di poco mancato la soglia dei 10 milioni di pezzi venduti) e di varietà dell’offerta come formati e prezzi, le vendite in formato digitali crescano a una cifra anno su anno e non raggiungano nel complesso nemmeno $6B. Sul mio iPhone oltre 2GB di spazio sono occupati da file audio, una selezione della mia libreria iTunes. Negli ultimi 12 mesi sono stati venduti 170 milioni di iPhone, più un numero incredibilmente grande di smartphone equipaggiati con altri sistemi operativi. Se la sola comunità di iPhone rispecchiasse la quantità di musica presente nel mio telefono (circa 250 brani considerando un’occupazione media di 8MB per canzone), il totale sarebbe di oltre 42 miliardi di pezzi, molti dei quali potrebbe provenire da ripping di CD nuovi e vecchi. Detto ciò, o io sono un grande divoratore di musica o il fenomeno dell’illegalità è ancora decisamente ampio.

Signor Colombo lei si sbaglia: il mondo è piatto. Piattissimo

Oil rigAnche oggi la reputazione e la credibilità giocano un ruolo non trascurabile nel mondo economico, sociale, scientifico e politico. Cristoforo Colombo (CC)  se l’è costruita andando contro corrente e dimostrando – forse a sua insaputa – che le teorie sulla natura piatta del pianeta fossero sbagliate. Questo post dimostrerà in modo inequivocabile che – nonostante tutto – CC avesse torto.

La prendo un po’ alla larga. Recentemente si è parlato in termini profetici dei phablets, nuovo termine nato dalla fusione di phone e tablet sottintendendo telefoni con schermi di dimensioni superiori alle medie attuali. A ben vedere l’allargamento del visore è un trend in atto da almeno un decennio, non una grandissima sorpresa, né una novità. Ipotizzare oggi e nel prossimo futuro dispositivi elettronici con una superficie interattiva più ampia (quello che nell’antichità si chiamava schermo) è molto logico perché i telefoni portatili sono sempre meno telefoni e sempre più qualcosa di diverso. Già da oltre un anno le misurazioni sull’uso degli smartphone indicano nell’utilizzo delle apps installate l’impiego principale, superiore al tempo dedicato a fare e ricevere telefonate. Se un telefono si allontana sempre più dall’idea originaria di telefono, comprensibile e accettabile che anche il form factor viri rispetto alle aspettative. La superficie multitouch piatta di smartphones e tablet è l’area di interazione tra il dispositivo e il terrestre che lo possiede. Visto che i polpastrelli hanno un certo ingombro e che la vista in molti soggetti richiede degli interventi correttivi di vario genere, consentire l’interazione umano-dispositvo in condizioni vantaggiose per il primo è sensato e logico. Ma nemmeno questo dimostra la fallacità di CC.

Subito sotto questo strato trasparente  risiedono dozzine e dozzine di piattaforme di sviluppo software, totalmente invisibili e ignote alla maggior parte delle persone. Ma è proprio sfruttando queste piattaforme (collezioni di API) che si forma e si definisce il prossimo futuro evolutivo dei prodotti della consumer electronics. Ciascuna di queste piattaforme è una soluzione specializzata per portare a termine azioni utili a definire nel loro insieme l’esperienza trasferita al consumatore. Riprendendo il dato precedente e rileggendolo da una prospettiva solo leggermente diversa, ogni possessore di smartphone passa più tempo a interagire con del software piuttosto che in piacevoli o movimentate conversazioni telefoniche.

Piattaforme e software sono sinonimi. Procedendo in questa direzione, software significa intelligenza o anche valore aggiunto. Più software, più intelligenza. I nuovi televisori non a caso si definiscono smart: dopo decenni e decenni di vita da tubo catodico o poco più, solo recentemente con l’aggiunta di servizi software sono diventati qualcosa di più che un passivo visualizzatore di contenuto video. Stessa considerazione per le automobili, anche se in questo caso occorrerà attendere ancora qualche anno con un progressivo rinnovo del parco auto per permettere a molti guidatori di sviluppare un’esperienza in prima persona a bordo di veicoli super computerizzati. Visto che il software sta permeando anche frigoriferi, forni a microonde, bilance e dozzine di altri prodotti e generi, è evidente che presto ci troveremo a operare circondati da dispositivi che giustamente amano definirsi smart. E per ogni aspetto di questo attributo smart, esiste una o più piattaforme software specializzate.

Un’opportunità incredibile. Gigantesca. Non unica, ma sicuramente la prima di questa portata nella storia dell’umanità. Mai in passato si sono presentate le condizioni per una disruption su qualsiasi fronte grazie alla diffusione di tecnologia e alla facilità di condivisione delle informazioni e all’elaborazione delle stesse. È quindi abbastanza semplice ipotizzare per il prossimo futuro la nascita di una miriade di servizi e di app indirizzate alle più svariate esigenze e necessità. Ciascuna di queste trae beneficio dalla disponibilità di altre piattaforme, potenzialmente dando origine ad altre sfruttabili da terze parti. Un enorme ecosistema in continua espansione, evoluzione e perfezionamento.

Un esempio tra i meno spontanei e naturali da citare ma alquanto pertinente, è mySociety.org, una charity inglese che si è data la missione di rendere disponibili soluzioni digitali per migliorare la società civile attraverso la condivisione di dati e di informazioni per aziende, autorità locali e governative. A loro volta operano come fornitore di servizi software per terze parti – una piattaforma, quindi – creando le condizioni ad altri di sviluppare soluzioni utili ai cittadini. Google espone un’incredibile quantità di API, spesso accessibili gratuitamente a volte a condizioni economiche super vantaggiose considerando l’affidabilità e i problemi che risolvono. Basti pensare alle mappe. Stesso discorso per la  Graph API di Facebook, in pratica il verbo del mondo social. Ma ne esistono moltissime altre di nicchia, super specializzate e capaci di risolvere problemi di ogni genere.

Per gli sviluppatori, ma anche per chi ha idee, una vera meraviglia. Le condizioni e gli strumenti per creare soluzioni innovative esistono e sono alla portata di tutti. Per sfruttarle serve competenza, formazione e fantasia visto che quasi non esistono limiti a quanto si possa e si potrà ipotizzare. Tante piattaforme super piatte dalle quali partire per edificare una nuovo mondo. Caro dott. Colombo, un modo totalmente piatto, trasparente, aperto e incastrabile a piacere. Non resta che scatenare la creatività!

Che ne direste di un Dagen H per l’Italia?

Dagen HImmagino ci sia voluta una buona dose di coraggio per orchestrare quanto successo il 3 settembre 1967, oltre 45 anni anni fa. Dagen H, appunto. Riflettevo che forse servirebbe qualcosa di simile anche al paese Italia e c’è sicuramente da trarre ispirazione e da imparare da quell’evento. Che ne direste se un’intera nazione decidesse di cambiare il senso di percorrenza di tutte le proprie strade, passando dalla guida a sinistra e quella a destra. Folle? Eroico? Impossibile? Dagen H, appunto. Prima di proseguire, provate a immaginarvi in un simile scenario e le complessità associate a sensi unici, tram, porte degli autobus, segnaletica, rampe autostradali senza sottovalutare l’esigenza di riconvertire il “fattore umano” abituato a regole diverse.

Il tutto è avvenuto in Svezia, paese con oggi una popolazione di poco più di 9 milioni e mezzo di abitanti. Nel 1967 erano meno di 8 milioni. Dopo aver vinto molte resistenze e passando attraverso una votazione popolare, il paese decise di intraprendere un passaggio di corsia di proporzioni non trascurabili, bloccandosi per un intero weekend, dandosi nuove regole – più logiche, moderne, razionali e coerenti con quanto accadeva nei paesi limitrofi – e ripartendo con slancio. Dagen H, appunto.

I fatti. La Svezia aveva adottato le regole di guida inglesi fin dall’inizio. Due grossi problemi però caratterizzavano la circolazione stradale nel dopoguerra. In primo luogo la maggior parte del parco circolante – quasi la totalità – era costituito da vetture con guida a sinistra (come da noi, per intenderci) condizione che generava un elevato numero di incidenti stradali. Secondariamente, i paesi limitrofi quali Norvegia e Danimarca in primis (ma anche Finlandia e tutta l’Europa continentale) avevano un sistema stradale con guida a destra. Solo nel 1963 fu approvato il cambiamento, iniziativa supportata da un intenso programma di 4 anni per preparare la popolazione a “guidare e ragionare diversamente”.  Guidatori e pedoni, tutti coinvolti in questo massiccio programma di cambiamento. E sabato 3 settembre 1967 è stato Dagen H.

Dagen H logo

Il tutto è avvenuto in condizioni tecnologiche primordiali se confrontate con lo scenario attuale (lo sbarco sulla Luna sarebbe avvenuto 22 mesi dopo). Questo valeva sia per la preparazione, l’organizzazione, ma anche l’informazione del pubblico.

Immaginare come orchestrare una simile iniziativa non è semplice. Richiede non solo pianificazione, ma anche rispetto per le regole in generale, comprensione dei benefici indotti dal cambiamento e grande disciplina. Nella mattina del 3 settembre tutto il traffico non indispensabile è stato bloccato dall’1:00am alle 6:00am per permettere a squadre di addetti di rimuovere i vecchi cartelli, scoprire quelli nuovi, cancellare con vernice nera le vecchie strisce stradali originariamente in giallo e lasciare solo la nuova segnaletica in bianco. Il passaggio vero e proprio era stato stabilito per le 4:50am. Tutte le vetture avrebbero dovuto fermarsi all’istante per poi procedere lentamente a un cambio di corsia nei dieci minuti successivi. La ripresa della circolazione secondo le nuove norme era consentita dalle 5:00am. Nelle grandi metropoli il blocco alla circolazione fu più prolungato estendendosi anche a domenica 4 settembre. Vi immaginate vivere quei momenti? Nella giornata di lunedì, il numero complessivo di incidenti raggiunse il numero di 125 rispetto a valori storici minimi e massimi di 130 e 198 rispettivamente. Per i due anni successivi il limite di velocità venne abbassato di 10km/h.

Qualche insegnamento da Dagen H? Forse che in determinati momenti si possono prendere decisioni complesse, difficili, apparentemente illogiche e inutili avendo coraggio e un po’ di lungimiranza. Condizione di fondo la buona fede, il rispetto e l’accettazione delle regole e la volontà di cambiare e di migliorare.