Per piacere, aiutami ad assumerti!

CVsNella mia carriera lavorativa ho assunto almeno alcune centinaia di persone. In parte grazie all’aver operato all’interno di un’industria in costante espansione e anche per ruolo. Corretto stimare che il numero di interviste sia stato come minino 3 volte tanto. Non sono un esperto, ma qualche idea sul tema l’ho sviluppata negli anni. Ovviamente in alcune occasioni mi sono trovato dall’altra parte del tavolo e non sempre ho dato il meglio di me stesso. Anche in tempi relativamente recenti nonostante l’esperienza e la maturità. Quindi nessuna pretesa di essere una best practice in materia di CV e di colloqui, ma sono arrivato a una conclusione: spesso i candidati non hanno voglia di farsi assumere. Illogico e assurdo vero? Ovviamente le cose non stanno proprio così, ma l’impressione che ho ricavato porta in molte circostanze a questa conclusione. Il numero di errori commessi da molti candidati/e è tale da sollevare più di un dubbio sulle reali intenzioni.

Partiamo dal’inizio. Chi redige una nuova posizione ha chiaramente in mente il profilo del candidato/a ideale. Allo stesso tempo – salvo che non si tratti di uno sprovveduto – è perfettamente consapevole che quello che effettivamente ricerca è di essere piacevolmente sorpreso e riassicurato allo stesso tempo. In primissima battuta, la lettura del CV deve fornire risposte concrete, evidenti ed inequivocabili ai punti cardine della ricerca. Deve scattare immediatamente nella mente dell’hiring manager una forte associazione tra le principali qualità ricercate e quanto prospettato nel CV. Questo è l’elemento di rassicurazione. La sorpresa, invece, consiste in qualche aspetto aggiuntivo o anche semplicemente differente da quanto originariamente ipotizzato. E non mi riferisco esclusivamente a caratteristiche hard come una seconda o terza laurea, ma potrebbe trattarsi benissimo di qualcosa di soft come l’aver partecipato a livello competitivo in gare di pattinaggio sul ghiaccio, essere stato capitano della squadra di basket o di avere composto musica. Riuscire a trasferire un quadro completo della propria persona e personalità l’obiettivo da centrare sempre quando si fa application per un nuovo lavoro.

Di seguito alcuni consigli per aumentare le proprie chance di successo:

  • Leggere attentamente la job description. Chi leggerà il vostro CV? Un recruiter o l’hiring manager? Probabile la prima figura per un’azienda di medie-grandi dimensioni. In questo caso dovete catturare l’attenzione di un interlocutore non specializzato cercando di centrare i punti chiave della job description (JD). Bastano due o tre esperienze e/o qualità allineate con quanto desiderato e le probabilità di superare questa fase sono discrete. Mi aspetto che l’hiring manager abbia un maggiore sensibilità a cogliere anche elementi aggiuntivi rispetto a quelli elencati e si senta propenso a esplorare un profilo non necessariamente ideale. Personalmente includo sempre almeno uno o due CV nella mia short list selezionando profili che potrebbero piacevolmente sorprendermi se quanto intravisto fosse supportato da elementi concreti in un successivo colloquio.
  • Valutare attentamente e onestamente se il proprio profilo corrisponde a quanto richiesto. Almeno il 30% dei CV che ho letto (peraltro pre-filtrati) si sono dimostrate delle complete perdite di tempo. Lo scrivo con rispetto, ma anche in modo oggettivo.  Molto spesso si trattava di applications fatte da persone senza le corrette credenziali. Della serie: ci provo. Ha senso? Gli strumenti per la valutazione delle candidature stanno diventando sempre più sofisticati e riescono facilmente a eliminare i “professionisti dell’invio sistematico”. Ricordatevi che il processo di hiring è complesso, costoso e assorbe molto tempo. In questo momento in GoDaddy abbiamo circa 200 posizioni aperte. Ipotizzando un numero estremamente conservativo di 20 interviste da 30 minuti l’una per selezionare il candidato/a ideale, la matematica indica un investimento di 2,000 ore!!! Inevitabile che il processo venga industrializzato e la “pazienza” nei confronti di chi “spara” un CV molto bassa.
  • Non mentire. Le palle digitali hanno le gambe davvero molto corte. Non sono certo che questa espressione abbia molto senso, ma credo renda l’idea. Qualsiasi informazione può essere facilmente verificata oggigiorno. Nonostante ciò i casi di falsificazione di elementi del CV sono frequenti e non risparmiano nemmeno vertici aziendali come nel caso di Scott Thompson, CEO di Yahoo! nel 2012 e costretto a lasciare per aver menzionato nel CV una laurea mai conseguita. Un dettaglio.
  • Personalizzare il CV di risposta. Suvvia, ce la potete fare! Pensare che un documento – sebbene ben fatto – possa funzionare in qualsiasi contesto è un po’ eccessivo e indice di pigrizia mentale in prima battuta. Se i due punti – sorpresa e rassicurazione – sono validi per chi conduce la ricerca, logico aspettarsi che per ogni posizione abbia senso riorganizzare la struttura del CV per meglio sintonizzarsi sui criteri della ricerca. Veramente troppo spesso ho l’impressione che i documenti che leggo siano “piatti” e privi di qualsiasi tentativo di stimolare la curiosità di chi lo riceve. Piuttosto rispondono alla sola e un po’ miope esigenza di farsi assumere. Difficile leggere in quanto scritto – e ancora meno tra le righe – una scintilla o qualcosa che possa ispirare. Alcuni esempi:
    • quando la posizione enfatizza la perfetta conoscenza di alcune lingue, le vostre qualifiche in materia devono comparire nelle primissime righe del CV;
    • se la sede di lavoro è chiaramente indicata, non delegate al lettore il dover scoprire dove attualmente abitato lavorate. Non è raro ricevere CV con solo qualche continente di distanza rispetto a quanto richiesto;
    • non tutti lavorano per grandi aziende note in tutto il mondo. Nulla di cui vergognarsi, ma abbiate l’accortezza di spendere qualche parola per introdurre l’azienda (… leader nella produzione di valvole per impianti a gas…), l’industria di appartenenza (…mercato competitivo in costante espansione negli ultimi anni…), il vostro ruolo (… acquisito manager nel segmento B2C…) in modo da contestualizzare la candidatura. Sono tutti dettagli che permettono di meglio contestualizzare la vostra persona.
  • Mettetevi nei panni dell’intervistatore. Svelo un segreto: non sarete gli unici a inviare un CV: quasi sicuramente molti altri condivideranno la stessa idea. Molto banale, ma va ricordato per evitare di fare una brutta figura. Il file contente il vostro profilo NON PUÒ chiamarsi CV2016.docx. Una simile nomenclatura denota scarsa intelligenza e totale assenza di rispetto per il ricevente. Sforzatevi di includere il vostro nome (per esempio Stefano Maruzzi.docx) o anche aggiungete un ulteriore dettaglio di personalizzazione (Stefano Maruzzi for GoDaddy.docx). Questo permetterà a chi deve analizzare più CVs (la norma) di gestire i documenti in modo semplice, facilitando il lavoro. Inoltre, altra banalità, ricordatevi di includere nel testo la vostra email personale e magari anche il numero del cellulare. Sembra impossibile, ma non è la regola!

Insomma, scrivere un CV un bell’impegno, ma solo l’inizio di un lavoro ben più complicato perché poi segue la fase delle interviste. In questo caso, se riuscite ad avere un colloquio di persona, vi consiglio di analizzare attentamente il video che segue: praticamente perfetto!!!  Un capolavoro e da piegarsi dal ridere quando il telefono squilla. Enjoy!

Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito

 

 

Personale di terra. A terra

IMG_0845Sono un abituale frequentatore di diversi aeroporti, focalizzato negli ultimi anni su London Heathrow, T5 visto che volo solo ed esclusivamente British Airways (BA). L’altro giorno mentre ero in attesa di imbarcarmi, l’attenzione è stata catturata dalle sagome controluce del personale di terra di British Airways. Le grandi vetrate di Heathrow facevano filtrare molta luce che trasformava le divise blu scuro in silhouette, quasi fosse un esercizio fotografico. Cinque persone erano in attesa di espletare i propri compiti relativi all’imbarco di forse 130 passeggeri.

Da quell’immagine è partita una riflessione circa le azioni e i passaggi necessari per arrivare a un gate. Ho mentalmente ricordato come il processo fosse gestito in passato e mi sono soffermato sulla situazione che stavo vivendo. In altri termini, ha rivisitato i passaggi e le modalità che affronto regolarmente oggi, confrontandole con il passato. Oggigiorno il tutto avviene attraverso l’iPhone e l’app di British Airways. L’intero processo inizia più o meno 24 ore prima del decollo tramite una notifica da parte di BA per avvisare dell’apertura del check-in. Una volta nell’app (credenziali memorizzate, fortunatamente), attivo la procedura di emissione del boarding pass in 3 clicks e salvo il risultato prodotto in Passbook. Faccio così da almeno 2-3 anni. Tutti i miei boarding pass sono memorizzati lì, già solo questo un grande valore e una comodità. Stato del volo e altri dettagli sono forniti ovviamente con un certo livello di approssimazione visto che in 24 ore può succedere di tutto e molto deve essere ancora definito. Carina la presenza delle previsioni meteo all’arrivo e la password della rete WiFi del lounge (per vostra info BA usa sempre e solo le stesse 4 password da almeno 4-5 anni!). Questa fase preliminare si completa con la ricezione di un messaggio di posta elettronica di ulteriore conferma dell’avvenuto check-in, ma succede altro prima che io raggiunga il gate.

Nella giornata prevista per il volo l’accesso al boarding pass compare sempre in primo piano sullo schermo dell’iPhone. Idea semplice, ma saggia: sapendo che l’imbarco avverrà a ore, giusto rendere il boarding pass elettronico facilmente accessibile. Arrivato a T5  estraggo l’iPhone dalla tasca per prepararmi ad accedere al controllo di sicurezza. È sufficiente una  scansione del codice QR presente nel boarding pass e qualche secondo di attesa affinché venga scattata una foto da una camera integrata al cancello di ingresso. Una volta presidiata da personale a terra, da qualche mese questo passaggio all’area delle partenze prevede la presenza di un solo addetto inoperoso per la maggior parte del tempo visto che la sua funzione è quella di gestire un eventuale problema. BA si aspetta che quasi la totalità dei passeggeri sia in grado di fare la scansione del proprio boarding pass – elettronico o cartaceo – e di proseguire verso il controllo di sicurezza. Non è difficile, onestamente. Dopo qualche metro mi attende il noioso, ma necessario, rituale del controllo del bagaglio a mano e degli effetti personali. Un piccolo scanner invita – non è obbligatorio – a fare nuovamente la scansione del boarding pass proprio in prossimità del nastro su cui appoggiare gli effetti personali. Mossa astuta: serve a BA per misurare il tempo intercorso tra l’accesso all’area e l’inizio del controllo. Il mio dato aggregato con quello di milioni di altri passeggeri immagino venga condiviso con BAA, l’azienda spagnola che gestisce Heathrow in modo da monitorare l’efficacia e del servizio preposto e i tempi di espletamento dei controlli di sicurezza.

In realtà tra le due scansioni arriva un SMS per invitarmi a esprimere un giudizio sul check-in, iniziativa anche questa mirata a raccogliere evidenze per valutare la qualità del servizio. Superato il controllo, la prossima tappa è il lounge BA dove l’accesso mi è garantito da un’ulteriore scansione del boarding pass sul telefono. Anche in questo caso degli agenti BA controllano l’ingresso, ma l’operazione consiste nel trasferire per qualche secondo il mio telefono e permettere loro di fare una nuova scansione. Potrei farlo da solo: vedo veramente un valore aggiunto molto limitato dalla loro presenza. Piacevole essere salutato, ma forse costoso per l’azienda nel complesso. Al momento l’uscita dalla lounge non è monitorata in alcun modo, ma consiglierei a BA qualche semplice soluzione per completare l’acquisizione dati aggiungendo anche la permanenza nella saletta tra le tante informazioni prodotte.

BA ground crewFinalmente sono giunto al gate. Non ho quasi interagito con nessun umano, salvo seguire qualche cenno con la mano e lo sguardo al controllo sicurezza e quanto appena descritto per accedere al lounge. In merito, dei cancellati automatizzati potrebbero forse rappresentare una valida alternativa. Il processo di boarding non è ancora iniziato. Appena riceverò il via libera replicherò per l’ennesima volta la medesima scansione ormai fatta in altre diverse occasioni integrata da un sempre piacevole sorriso e un saluto.

Quindi? Non sto ipotizzando Heathrow privo di personale BA di terra, ma francamente … forse non è nemmeno necessario dover completare la frase. La loro presenza è giustificata da ragioni storiche e dall’eventuale esigenza di dover gestire degli imprevisti di qualsiasi genere. Poco più o forse addirittura nulla di più. Se l’intero processo tecnologico funziona fin dalle sue primissime fasi come descritto, riesco a prender posto a bordo solo grazie al mio smartphone e a una serie di dispositivi pensati e concepiti per garantire la ripetuta verifica delle mie credenziali, elemento cardine per la sicurezza in volo.

Oltre alla ovvia conclusione che presto mi aspetto di assistere a un’ulteriore riduzione del personale a terra efficacemente sostituito da diverse soluzioni tecnologiche (ci saranno presto molti schermi agli imbarchi per eventuali interazioni con agenti remoti), è incredibile la quantità di dati e informazioni che vengono prodotti in poche centinaia di metri lineari che separano l’ingresso dell’area delle partenza dalla porta di un aereo. Se alle azioni fisiche esplicite descritte si aggiungono le riprese video che catturano pressoché ogni metro di Heathrow calpestatile, facile capire quali potranno essere le prossime evoluzioni nel rendere il posto sempre più sicuro e le operazioni di boarding più semplici e fluide. Non mi manca moltissimo ad arrivare a 2 milioni di miglia volati con BA: quindi prevedo di di essere testimone diretto di altra tecnologia applicata agli scali aeroportuali. Fra due settimane il Passenger Terminal EXPO 2015 a Parigi un’ottima occasione per conoscere le prossime evoluzioni nel settore.

PS Per gli appassionati di tecnologia in volo, intanto BA è diventata interamente paperless sui propri 787 Dreamliners, la prima al mondo.

Sempre più costoso essere obeso

24F07BA800000578-2920219-Graphic_shows_an_epidemic_of_obesity_across_most_of_the_U_S_Euro-a-18_1421927991256Per David Cameron, Primo Ministro inglese, è giunto il momento di riconsiderare la strategia legata alle gestione dell’obesità, considerato un problema sociale con impatti più ampi rispetto al semplice aspetto legato alla salute dei cittadini. Un suo recente commento ha innescato un acceso dibattito negli UK sul tema. La proposta consiste nel ridurre i sussidi pubblici alle persone sovrappeso nelle condizioni di poter fare qualcosa per migliorare la propria condizione fisica. Allo stato attuale i sussidi arrivano fino a £100 alla settimana (circa €130) e spesso sono considerati sufficienti per vivere senza lavorare beneficiando del supporto pubblico. Per molti – ovviamente non tutti i beneficiari – un’opportunità per vivere “on sickness benefits” cioè sulle spalle della collettività evitando accuratamente di impegnarsi per perdere peso, riacquistare una forma fisica compatibile con il lavoro. Può sembrare eccessivo, ma da tempo l’argomento è il soggetto di un TV Show molto seguito su Channel 5: Benefits Britain.

La proposta nel concreto consiste nel valutare di ridurre i benefici per coloro che rifiutino di collaborare nel tentativo di risolvere i propri problemi di salute (non necessariamente solo peso, ma anche dipendenze di varia natura). Quindi non necessariamente un taglio draconiano, quanto piuttosto un progetto in divenire. Recentemente il Daily Mail ha pubblicato la mappa dell’obesità mondiale. American Samoa in testa a questa particolare graduatoria con il 75% della popolazione sovrappeso. In Europa, contrariamente a quanto avrei mai immaginato, la leadership spetta alla Czech Republic.

Riprendendo alcuni dati pubblicati nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso ormai quasi 3 anni fa, ecco alcuni dati su cui riflettere sul tema in questione:

… Prendiamo come esempio la salute. Il problema dell’obesità tra i giovanissimi ha assunto negli USA livelli allarmanti interessando una percentuale pari al 33% tra i pre-teens (sotto i tredici anni) e teens (da tredici fino a diciannove). In Italia, nonostante una dieta teoricamente più bilanciata, la tendenza di fondo evolve nella medesima direzione. La gravità del problema è evidente nelle implicazioni mediche associate nel breve e nel lungo periodo. Per esempio, studi condotti su ampi campioni della popolazione hanno evidenziato come ragazzi obesi tra i 10 e i 13 anni abbiano l’80% di probabilità di diventare adulti obesi a causa delle difficoltà oggettive nel trattare questa condizione medica. Le possibili patologie comprendo alta pressione sanguigna, diabete, rischi cardiocircolatori, difficoltà di respirazione e di sonno e problemi alle ossa e alle articolazioni. Da una prospettiva economica, questa condizione medica rappresenta un costo per il sistema sanitario, le aziende, i diretti interessati e la collettività. Uno studio condotto dalla George Washington University School of Public Health ha determinato in $4.879 e $2.646 il costo individuale annuo rispettivamente per donne e uomini obesi. In generale, sempre negli USA i costi sanitari associati all’obesità ammontano a $147 miliardi annui, quasi il 10% del totale della spesa medica generale. …

A migliaia le reazioni del pubblico sul tema che – in prossimità delle elezioni generali del 7 maggio 2015 – si presta perfettamente a qualsiasi valutazione e strumentalizzazione. Il principio di fondo non sembra sbagliato, soprattutto se interpretato dal punto di vista medico e con l’obiettivo di eliminare una causa di disagio nel breve e di problemi maggiori nel lungo periodo.

 

Consumo indicizzato, non lineare di “televisione”

Left IndexTelevisione: da anni provo un certo disagio quando impiego questo termine. Ormai lo penso sinonimo di quella che si definisce la TV commerciale, cioè TV di stato e canali distribuiti prevalentemente sotto forma di digitale terrestre. Quest’ultima è una definizione limitativa e parziale, un tentativo di differenziazione rispetto alla TV ad abbonamento modulare tipica degli USA e abbastanza popolare anche in Europa da alcuni anni. Di sicuro il termine televisione non identifica il dispositivo fisico presente nelle case, ormai a tutti gli effetti uno schermo , un visualizzatore di contenuti digitale.

Sulla base di questa empirica classificazione, osservando il mio comportamento negli ultimi anni sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • il mio consumo di TV commerciale è nullo, praticamente vicino allo zero. Non fosse stato per il referendum della Scozia del scorso 18 settembre 2014, un’occasionale zapping che mi ha portato su Channel 5 dove trasmettevano Benefit Brits by the Sea (da brividi!) e 20 minuti di BBC 1 il 31 dicembre, non ricordo alcun altro momento nell’arco degli ultimi 16 mesi almeno. Stesso discorso per la televisione italiana negli anni precedenti. Credo che la mia astinenza volontaria dai primi 6 canali di un generico telecomando risalga al 2007 come minimo. Non un elemento di vanto o di distinzione, ma un dato di fatto.
  • mediamente il stop box di Sky è operativo una decina di ore alla settimana al massimo e non sempre per visualizzare contenuti, ma spesso per registrarli e basta. Solo alcuni eventi sportivi (a gennaio i Play Offs NFL e le poche partite della Premier League trasmesse localmente) costituiscono un momento di sfruttamento di questa fonte di contenuti e di intrattenimento. In aggiunta mediamente un film (2 ore?) sempre in download attingendo alla libreria di Sky. Non succede con cadenza regolare ogni settimana: forse più realisticamente ogni 2 o anche più.
  • Lo schermo di casa (quello che una volta si chiamava televisore e/o televisione) risulta acceso più spesso di quanto descritto in precedenza perché – quando si presenta l’occasione – visualizzo alcuni contenuti digitali che ho prodotto, soprattutto foto e in qualche rara occasione video.

Nonostante questo quadro quasi deprimente, consumo un’incredibile quantità di contenuti, scritti e video tralasciando la musica sempre presente e mai attraverso una radio: categoricamente mai.

Numeri alla mano – sebbene non possa presentare un’analisi quantitativa e qualitativa iper precisa – al #1 nella graduatoria dei dispositivi di consumo di contenuto si posiziona il mio iPad Air 2, incalzato dall’iPhone 6 per ovvi motivi e per una tipologia di materiale leggermente diversa (principalmente testo). Ho realizzato che i contenuti video – documentari, film e TV shows – che una volta veicolavo sullo schermo di casa, oggi sono consumati sempre e solo attraverso iPad. E ancora più sorprendente, la fonte di approvvigionamento di questi contenuti è Amazon Prime, molto di più di Sky Go, BBC iPlayer o qualsiasi altra fonte video di tipo tradizionale. Probabilmente se sottoscrivessi un abbonamento a Netflix, credo sarebbe un testa a testa con Amazon Prime per la posizione #1.

Difficile generalizzare e anche arrivare a conclusioni categoriche. Di sicuro molti ancora guardano BBC o RAI, come ITV o Canale 5. Sinceramente contento per loro e per le rispettive aziende. Ma in un mondo che si sta sempre più spostando verso la specializzazione in qualsiasi area e settore, potendo disporre di alternative e di un panorama di contenuti così ampio da riuscire a soddisfare i gusti più disparati, perché accontentarsi di una programmazione “imposta” potendo fare diversamente?

Non sono l’unico a farlo. Poche sere fa mi sono trovato su un treno in direzione sud-ovest in partenza da Waterloo Station alle 6:00pm di un giorno lavorativo. Ordinatamente pieno compresi corridoi e piattaforme di accesso, ho osservato il comportamento dei “commuter” giornalieri, essendo io un intruso e un non-professionista della categoria di chi utilizza il treno per raggiungere il posto di lavoro. Devo ammettere di aver visto 3 lettori di The Evening Standard, quotidiano gratuito distribuito ovunque nel centro di Londra. Alcuni dormivano. La maggior parte era alle prese con il consumo di contenuti. Semplicissimo individuare i professionisti della trasferta. Armati di iPad con reggi schermo per ottimizzare la visione e la comodità nel viaggio, batteria carica al 100%, una miriade di contenuti scaricati in locale.

Un trentenne si è sciroppato almeno due episodi di un TV show che io considererei illegale per la pochezza cerebrale che lo caratterizzava. Ambientato in un futuro così poco credibile da risultare sciocco, vedeva dei protagonisti alquanto strampalati combattere contro dinosauri. Immagino che il creatore della serie abbia ritenuto assolutamente vincente mixare passato e futuro, raccogliendo il consenso di un produttore che ha finanziato il “capolavoro” e almeno di quell’utente che avidamente ne consumava i frame.

Un signore vicino al pensionamento credo avesse sul suo iPad una libreria immensa di contenuti visto che in un’ora di viaggio ne ha selezionati e visti parecchi. La domanda e il dubbio che mi è sorto riguardava le fonti di approvvigionamento e se si trattasse di materiale ottenuto legalmente. Non è dato di sapere sebbene il sospetto è che a fronte di una mole simile il soggetto in questione debba aver trovato delle soluzioni particolarmente vantaggiose per potersi permettere una scelta così variegata. Sorvolando su questo punto (anche se non ci sarebbe proprio da sorvolare!), mi ha colpito l’atteggiamento sviluppato nel tempo e conseguenza diretta di una condizione clinica che definirei da “abbondanza di contenuti”. Dopo aver visionato un’epica finale di hockey su ghiaccio tra Canada e URSS vinta dai primi 6 a 5 e giocata senza elmetto (primi anni 70?), sono stati necessari almeno una dozzina di tentativi prima di trovare un altro contenuto sufficientemente interessante. In questa fase il suo indice sinistro (mancino?) ha ricoperto un ruolo da protagonista venendo utilizzato per selezionare i clip e – qui la sorpresa – per esprimere un verdetto qualitativo quasi istantaneo. Subito dopo la partenza del video, l’indice sinistro rimaneva operativo posizionandosi a pochi millimetri dal pulsante Done, quasi come se stesse per esprimere una sentenza, un verdetto definitivo sulla capacità del clip selezionato di trasferire un livello di interesse, gradimento e compagnia adeguato alla situazione. Tempo richiesto per arrivare a questa conclusione? Qualche secondo, massimo una decina.

Ho trovato questo comportamento particolarmente sintomatico di chi vive in una condizione di grande abbondanza e scelta e mi ci sono ritrovato perché faccio più o meno la stessa cosa con la musica, da diversi anni almeno. Pochi secondi e se non scatta qualcosa, passo alla canzone successiva individuata secondo criteri di selezione personale. Non sono arrivato ancora a tanto con i video, forse perché non sono su un treno ogni giorno.

Le statistiche USA indicano come il consumo lineare di contenuti (una volta avrei scritto di televisione) stia crollando e come il numero dei cord cutters (quelli che annullano l’abbonamento a canali televisivi) sia in costante aumento. Nulla di nuovo e di sorprendente. In presenza di un livello maggiore di disponibilità di banda capace di garantire una copertura pervasiva, logico prevedere un accentuarsi di un comportamento simile vista la comodità della cosa da qualsiasi punto di vista. Rimane il dubbio sulla legittimità della presenza di quei contenuti sugli iPad dei molti viaggiatori di quel treno. Mi piace pensare che fossero il risultato di azioni lecite e legali. Se così fosse, si prospettano tempi entusiasmanti per i produttori di contenuti video.

Eterna riconoscenza alla Korea del Nord

The InterviewPer Sony ormai quasi un’abitudine quella di essere vittima di attacchi ai propri sistemi informativi. Per quanto ne sappiamo, quanto successo recentemente in concomitanza con il lancio de The Interview non è che il più recente episodio di una serie di vulnerabilità che hanno colpito l’azienda giapponese negli ultimi anni. La paternità dell’accaduto è stata originariamente attribuita a un team di hackers operativi dall’interno della Korea del Nord, ipotesi che ha perso di consistenza nelle ultime ore dopo una più attenta revisione di quanto accaduto. Considerando il livello tecnologico del paese, qualche dubbio da emerito inesperto in materia di sicurezza l’ho avuto fin dall’inizio. Comunque sia, non è questo il punto.

Indipendentemente da come siano andate le cose, da tutti i proclami di attentato alla libertà di espressione e alla democrazia americana, il fatto più saliente è in realtà un altro. Mi riferisco alla decisione forzata di rilasciare un nuovo film attraverso diversi canali internet – YouTube, Google Play, Xbox e Apple iTunes solo nelle ultime ore del weekend – obbligando l’industria cinematografica a intraprendere una soluzione distributiva con anni di anticipo rispetto a quanto sarebbe successo normalmente. Realizzato in emergenza e senza un’accurata preparazione marketing come avviene normalmente per il lancio di un nuovo titolo, The Interview ha raccolto $15M al “botteghino virtuale” raccogliendo un “pubblico” stimato in 2M di streaming nella forma di acquisti e di noleggi. Il numero complessivo di persone che hanno effettivamente visto il film può quindi essere stimato in 3x o 4x volte tanto. Risultati di tutto rispetto considerando le condizioni di partenza del tutto improvvisate, il fatto che non si tratti di un capolavoro cinematografico – su questo punto sono tutti d’accordo – e che il pluripremiato Argo ha raccolto meno di $20M nel fine settimana di lancio nell’ottobre 2012.

Chi invece si è dimostrato pronto e disponibile a utilizzare un canale non tradizionale per una prima cinematografica è invece il pubblico, il vero vincitore di questa storia e l’elemento di reale sorpresa. Un’ulteriore dimostrazione, qualora fosse necessario, della totale predisposizione del consumatore a usufruire di contenuti di ogni genere – anche una prima cinematografica – attraverso una qualsiasi soluzione distributiva via Internet. Avevo ampiamente documentato questa cosa nel mio libro La Fine dell’Era del Buon Senso oltre due anni e mezzo fa: in queste ore è successo.

Quindi, credo che collettivamente dovremmo tutti ringraziare il caro Kim Jong-un che – forse senza alcun merito – ha indotto Hollywood a fare un primo passo verso una direzione ovvia e scontata per molti, ma che nessuno aveva previsto si realizzasse entro il 2014: l’inizio delle prime cinematografiche via Internet, primo passo per la totale rivoluzione dell’industria della distribuzione cinematografica. Un altro tassello del passato che inizia a smontarsi.

Diesel, questo sconosciuto negli USA

DieselNegli USA il carburante diesel non è molto diffuso e nemmeno particolarmente semplice da trovare nelle stazioni di servizio. Riservato ai mezzi di trasporto pesanti, nel segmento delle auto commerciali è praticamente inesistente. Conseguenza del rinnovato interesse dei consumatori americani per il MPG (Miles Per Gallon), considerare alternative diesel inizia ad avere un suo senso anche da queste parti sebbene non esista un vantaggio nel prezzo al gallone rispetto alla benzina. In Europa il discorso è quasi diametralmente opposto grazie anche a una generazione di propulsori di ultima concezione capaci di performance elevate, consumi contenuti e quasi totale scomparsa di quelli che era i difetti originari come rumorosità e vibrazioni. L’industria tedesca è probabilmente quella che raffinato meglio negli anni questa tecnologia e molte di loro stanno iniziando a proporre modelli diesel in aggiunta alle versioni a benzina.

Audi ha deciso di iniziare a condividere con i consumatori USA i benefici del diesel e per farlo ha scelto una forma di comunicazione molto sottile, divertente e gradevole nella forma e nella sostanza. Il commercial che vedete qui sotto ha catturato la mia attenzione al primo passaggio. In primo luogo ho colto la capacità di trasferire in modo estremamente evidente e piacevole la quasi estraneità del consumatore medio americano nei confronti della motorizzazione diesel. Emerge anche forte il contrasto tra la percezione di un bene pregiato quale un’Audi e il rischio di comprometterne seriamente il funzionamento. Al panico generale si contrappone la calma serafica della proprietaria, perfettamente consapevole della scelta fatta non solo al momento del rifornimento. Molto carino.

Come vivere oltre i 100

IMG_1187Nessuna pretesa di poter passare per un esperto della materia, anche se ultimamente ho cercato di focalizzare sul tema per capire come effettivamente ci si debba comportare  in un contesto ambientale diverso dal solito. Come logico e come tutti avranno capito, il titolo non si riferisce alla ricetta per un’esistenza superiore ai cent’anni, bensì a come adattarsi a condizioni climatiche particolarmente forti con temperature superiori ai 100ºF (37.7ºC) per prolungati periodi dell’anno. Il superamento di questa soglia avviene per molte giornate nell’arco dell’anno a Phoenix in Arizona (AZ), addirittura il 26 marzo nel 1988 e il 23 ottobre 2003 selezionando i due estremi di tutti i tempi. Quindi, potenzialmente un’estate che si estende molto oltre la data canonica di inizio e di fine. Le statistiche indicano anche che nel 1989 il numero di giorni con temperatura massima superiore ai 100ºF è stato di 143 (quasi metà anno!) con 76 di fila nel 1993.

Insomma, da queste parti fa caldino. Ieri 109ºF e oggi sono previsti un paio di gradi in più. In Celsius significa poco più di 43ºC (sottrarre 32 e dividere per 1.8). Personalmente mi trovo bene e anzi apprezzo la sensazione di calore del sole sul corpo visto che il livello di umidità è basso. Dopo una giornata sotto i getti dell’aria condizionata è anzi quasi necessario ricaricarsi con i raggi del sole. Ma quali le regole da seguire? Questi i miei suggerimenti suscettibili di integrazioni, modifiche e aggiunte nei prossimi giorni:

  • Pianificare le proprie attività. Fare la spesa deve essere rigorosamente l’ultima tappa di un qualsiasi trasferimento in auto. Fortemente consigliato che la distanza tra il punto vendita e casa sia limitato a pochi minuti. Ovviamente non solo i surgelati si squagliano, ma anche altri prodotti perdono la propria forma fisica sciogliendosi in poco tempo. Le mie vitamine gommose sono ora un blocco unico all’interno del contenitore di plastica. Inoltre, giusto per settare le aspettative, con queste temperature è possibile cucinare un uovo sul marciapiede. Magari non troppo igienico e intelligente, ma rende l’idea.
  • Niente passeggiata con Fido. Il suolo brucia e anche le zampette del vostro fidato compagno se ne rendono conto. Quindi niente tradizionale giretto e necessità di individuare soluzioni alternative per consentirgli di risolvere i propri problemi quotidiani.
  • Asciuga biancheria non indispensabile. Abbastanza scontato che questo elettrodomestico non ricada nelle priorità domestiche visto il clima secco e le elevate temperature. Comodo approfittare di un rapidissimo passaggio dal bagnato totale a un asciutto rassicurante.
  • Guanti in auto. Occorre parcheggiare al chiuso, se possibile. In caso contrario volante, leva del cambio e altre porzioni dell’abitacolo risulteranno bollenti. E non c’è aria condizionata che tenga per riportarli a una temperatura decente in un arco temporale breve. Occorre aspettare o ricorrere ai ripari proteggendosi le mani e mettersi subito in moto. Tutto sommato il cassetto dal lato del passeggero  si chiama proprio glove compartment.
  • Sport serale. Quasi inevitabile che le attività sportive outdoor debbano essere concentrate nelle ore del tardo pomeriggio. La temperatura rimane sempre elevata, ma almeno il sole è un po’ più clemente con i suoi raggi inclinati. Nonostante ciò, questo è il posto per escursioni di ogni genere e i tanti parchi nazionali ne sono la conferma.

La cosa quasi ironica è che i locali si lamentano del tempo e, come mi è capitato oggi pomeriggio, si scusano per il “bad weather”. Faccio fatica a seguirli nel ragionamento e altrettanto vale per loro quando affermo che mi sembrano condizioni climatiche piacevoli. Forse esagero un po’ visto che all’uscita del ristorante questa sera la temperatura era 101ºF, ma in tutta onestà mi trovo bene. D’altronde potrebbe essere anche peggio visto che il record assoluto di tutti i tempi è stato di 119°F (48°C) il 26 giugno 1972. Ampi spazi di miglioramento!

Cani, gatti e tecnologia

a-smartphone-is-your-dogs-best-friend-L-zRoVLtSoprattutto i cani, ma anche i gatti sembrano avere uno spiccato interesse per i tanti prodotti tecnologici presenti nelle abitazioni domestiche. Secondo una ricerca condotta da SquareTrade – un’azienda specializzata in assicurazioni e piani per dispositivi elettronici di ogni genere – ogni anno gli animali domestici distruggono, mangiando, rosicchiano e frantumano 8 milioni di dispositivi causando danni per oltre 3 miliardi di dollari sostenuti ovviamente dai rispettivi proprietari.

Come sempre i maschi hanno la capacità di distinguersi anche in questa speciale classifica con una propensione maggiore del 50% a combinare disastri. Posso confermare visto che il nostro Toby (non ritratto qui) ha deciso anche di distruggere il mio passaporto oltre a dozzine e dozzine di altri oggetti presenti in casa.

Tutto bello da Apple

iOS 7Gli annunci di Apple di ieri in occasione della manifestazione riservata agli sviluppatori (WWDC 2013) hanno spaziato su tutti i fronti: hardware, software e servizi. Sempre con un minimo comune denominatore: innovazione e volontà di arricchire l’esperienza dei consumatori. Personalmente mi ritengo soddisfatto di tutto quello che ho visto e sentito. Avevo aspettative software da diverso tempo e sono state ampiamente soddisfatte non solo con iOS 7, ma soprattutto per la suite iWork completamente rivoluzionata al di là di ogni ragionevole aspettativa. Ora completamente browser-based, opera esclusivamente su iCloud e rappresenta di fatto una risposta sufficientemente potente e semplice allo stesso tempo per soddisfare le esigenze di utenti Mac OS X e iOS. Curioso di testarla.

La nuova UI di iOS 7 è molto pulita, essenziale, intuitiva ed elegante. Solo una prova “su strada” potrà però trasferire le sensazioni più corrette, anche se i video disponibili al momento trasferiscono una sensazione wow decisamente forte. In realtà il pensiero che si è spontaneamente sviluppato nel mio cervello è stato il seguente: è stata progettata avendo in mente il prossimo iPhone, ipotizzando una dimensione dello schermo differente dall’attuale. Le novità per gli sviluppatori sono innumerevoli e la scrittura di applicazioni compatibili iOS 7 può iniziare già da oggi prevedendo un rilascio nel prossimo autunno.

Sul fronte hardware MacBook Air (già disponibile) mantiene a distanza di anni un fascino incredibile grazie a un design raffinato sempre più supportato da funzionalità avanzate e potenti. La risoluzione video massima ferma a 1440 x 900 del modello da 13″ la percepisco come un “limite” così come l’assenza delle porte Thunderbolt 2. Sebbene sia convinto che la diagonale da 13″ sia quella corretta per un portatile, gradirei maggior densità di pixel per contenere più informazioni e limitare lo scrolling, condizione che trovo particolarmente penalizzate soprattutto con gli strumenti di produttività aziendale. L’appunto sulla mancanza dell’ultimissima porta di comunicazione annunciata alcuni mesi fa da Intel forse troverà concordi altri 3 o 4 individui sull’intero pianeta. Nasce dall’esigenza  di vedere i dati (soprattutto foto e video) raggiungere velocemente destinazioni di parcheggio più sicure e definitive rispetto all’SSD interno. Un dettaglio visto che la porta Thunderbolt esistente è già di per sé ottima.

Intriganti le nuove stazioni WiFi sia per design che per funzionalità. Rendere la propria rete domestica più veloce e performante il sogno di ogni padre di famiglia alle prese con figlie molto esigenti in termini di affidabilità e di disponibilità di banda. Questa la prospettiva familiare che immagino possa essere condivisa anche in ambito Small Medium Business (SMB). Spettacolare il nuovo Mac Pro, la dimostrazione concreta di come anche un segmento abbastanza defunto come il desktop possa essere reinventato con elementi tali da renderlo interessante a un’utenza più ampia dei soli professionisti del settore video.

Sul fronte dei servizi è iTunes Radio la novità più scontata e attesa. Streaming di musica gratis grazie al supporto della pubblicità o priva di questo elemento per i sottoscrittori di iTunes Match. Nulla di rivoluzionario rispetto a soluzioni già presenti sul mercato, quanto piuttosto un’aggiunta necessaria.

Non sarà poi sfuggito a chi ha seguito la presentazione la comparsa delle mappe Apple su MAc OS X Maverick e l’aggiunta di Bing ai servizi di Siri oltre a Twitter e Wikipedia. Insomma, strade più strette per Google nell’ecosistema Apple.