Connettività: mai abbastanza

GigabitLuogo comune e “verità” abbastanza scontata. Nonostante gli innegabili progressi degli ultimi anni, le opportunità di miglioramento sono comunque consistenti e oggettive ovunque. In Central London la fibra non esiste e la migliore ADSL difficilmente raggiunge i 20MBps con velocità di upload irrisorie. Quest’ultimo parametro impedisce di sfruttare in modo conveniente servizi di video conferenza, ma anche qualsiasi forma di cloud storage visti i templi biblici di caricamento di immagini e file di vario genere. I teorici 20MBps si riducono drasticamente in specifiche fasce orarie della giornata quando lo streaming di contenuti coinvolge un numero elevato di utenti. Lavorare da casa una vera sfida, così come supportare con successo attività commerciali. Non è un caso che nella zona di Soho/Westminster il numero di start-up tecnologiche sia praticamente inesistente causa la mancanza del prerequisito di fondo: la connettività.

Paradossalmente una parziale soluzione al problema può arrivare dalla connettività mobile, sebbene negli ultimi due anni le prestazioni in download e upload in un’area fortemente congestionata da turisti e shoppers siano drasticamente peggiorate. Il 4G spesso fornisce prestazioni solo nominalmente da quarta generazione, ma all’orizzonte si delineano soluzioni che potrebbero davvero rappresentare una svolta.

Personalmente sono interessato a soluzioni simmetriche o dove la velocità di caricamento – in passato considerata quasi irrilevante – raggiunge livelli accettabili (>20MBps) per lavorare in modo produttivo ed efficiente. Con la nuova suite Office 2016 per Mac, per esempio, trovo comodo gestire tutti i documenti direttamente da oneDrive piuttosto che in locale.  Evidentemente è la velocità di connessione che fa la differenza in termini assoluti e oggettivi. Attendere secondi per fare il browsing della struttura gerarchica delle cartelle o decine di secondi per salvare un file può risultare inaccettabile soprattutto se il tutto avviene su base continuativa, molte ore al giorno come nel mio caso. La fibra l’unica soluzione accettabile e adeguata. Anche lo sviluppo e l’utilizzo di nuovi servizi partendo da una basilare esigenza di back-up su cloud, trovano nella velocità di connessione un fattore abilitatore o un collo di bottiglia. Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte: serve banda in quantità al punto da arrivare a influenzare in modo diretto ed esplicito i valori commerciali degli immobili.

Un recente studio condotto negli USA ha evidenziato come la disponibilità di fibra in un quartiere agisca direttamente su valore degli immobili. Stessa cose in UK. Correlazione ovvia e scontata che mi sta portando a selezionare le zone della città da prendere in considerazione proprio in funzione delle soluzioni di connettività disponibili. Stesso discorso per un’eventuale località di vacanza: indipendentemente dalle bellezze del posto, senza un’adeguata copertura impossibile prenderla in considerazione seriamente.

Technology is killing jobs

Looking for a jobEveryone should read The Second Machine Age to get a sense of what new generations will experience in the years to come.

While we regularly benefit from technological advances positively impacting on our lives, at the same time it is evident how technology is progressively destroying jobs that won’t return anymore. Since 2009 I came to this conclusion, but refrained from sharing my views on the relationship between technology and employment due to my role in prominent internet companies.

Earlier this year Erik Brynjolfsson and Andrew Mcafee released their latest work analyzing the impact and correlation between evolution in several industries driven by technological enhancements and the the repercussions on jobs and jobs creation. The conclusion doesn’t represent a big surprise for those who have spent some time assessing the impact of technologies in any field or sector: job losses over time.

Transport for London, the organization in charge of public transports, has planned to reduce the numbers of staff at underground stations as a consequence of the introduction of new, more efficient payment methods and a constant decrease in number of tickets sold in stations. As a consequence, a round of strikes hit the UK capital in previous months and more are expected before the Holiday season.

As software becomes more pervasive, sophisticated, and new hardware devices perform tasks only few years ago considered impossible, the combination of these two elements represents a formidable disrupting force replacing humans not only in physical activities, but overcoming our mental ones. This trend implies the constant erosion of low qualified jobs and a growing demand for talented software engineers on the opposite side of the skills and qualification spectrum. Besides this shift well summarized in the growing attention toward STEM topics, it is clear that from a quantitative point of view, it is an unbalanced equation.

The possible answer to try to ride the wave? Education, education, and education.

 

 

Microsoft e i consumatori: si potrebbe fare di meglio

zune2_0Finalmente arrivano le prime conferme che le vendite di Windows 8 e del tablet Surface sono state molto al di sotto delle aspettative di Microsoft. Scrivo finalmente non perché la cosa mi faccia piacere. Semplicemente perché sarebbe stato sorprendente un esisto differente. Riprogettando la frase, difficile condividere l’entusiasmo di Steve Ballmer – CEO di Microsoft da ormai troppo tempo – avendo un minimo di senso della realtà. Cambiare l’inerzia di anni e anni di errori grossolani nel segmento consumer è un’operazione difficile anche per un’azienda di grande successo come Microsoft. Ci vuole tempo, prodotti innovativi, un’esecuzione impeccabile, grande costanza e disciplina, risorse in quantità. Microsoft ha forse tutto ciò, ma manca sicuramente ormai da troppo tempo della capacità di capire il segmento consumer. La sua strategia di me too in costante e goffo ritardo è un po’ triste e patetica, sicuramente goffa in molti passaggi. Zune e Kin due esempi concreti. Immagino che per molti questi due nomi non significhino nulla. Appunto: la prova del teorema. Il primo era un lettore musicale che – secondo le aspettative di Ballmer – avrebbe dovuto “massacrare iPod. Senza ripercorrere una tristissima storia, ricordo solo che al momento del lancio la genialità marketing di maggior spessore di la seguente: brown is the new black. Mentre iPod nero impazzava in tutto il mondo, i creativi di Microsoft scelsero il marrone come colore distintivo generando ilarità in tutto il mondo (ricercando brown zune e Images su Google troverete alcune foto molto carine). Il povero Bill Gates fu coinvolto nel lancio e oggetto di scherno e di ilarità molto giustificata. Vendite disastrose rispetto a piani super ambiziosi. Del ridicolo e dallo sviluppo molto costoso telefono Kin avevo scritto anni fa. Lasciamo perder eil passato e concentriamoci sul presente. Alcune luci e altrettante ombre.

Il nuovo outlook.com è carino e funziona bene. Si tratta dell’erede di Hotmail, soluzione di posta acquistata da Microsoft molti anni fa e sviluppata su tecnologia non Microsoft. I tentativi di conversione si dimostrarono sempre molto complessi, costosi e spesso fallimentari. Outlook.com è piacevole e facile da usare e l’integrazione con SkyDrive eccellente. Il pricing di quest’ultimo servizio decisamente aggressivo e il funzionamento dell’apposita app per iOS una necessità ma un esercizio ben eseguito. Non sono un grande amante di console giochi, ma XBOX e soprattutto il servizio Live sono apprezzati negli USA, così come Kinect. Passi in avanti, ma la strada è lunga, soprattutto se percorsa da una prospettiva di inseguitore tecnologico. Dopo un decennio abbondante e qualche miliardo di canzoni vendute da Apple, Microsoft ha lanciato un proprio servizio musicale e di streaming video, elementi che completano la propria offerta, ma ancora una volta con una prospettiva da ritardatario piuttosto che da innovatore. Queste alcune note positive e incoraggianti.

Meno stellari gli andamenti degli investimenti nell’ambito dei sistemi operativi. Tornando a Suface, le vendite della versione RT hanno superato di poco il milione, mentre la versione Pro – disponibile da qualche settimana – sta per raggiungere quota 400.000 pezzi. Non particolarmente eclatanti nemmeno le vendite di Windows 8, nonostante la spinta in comunicazione e i proclami di grandezza al momento del lancio. Non sono una rarità aziende che reinstallano Windows 7 sui nuovi computer o presentano come alternative iPad o Mac. I dati del primo trimestre 2013 che verranno comunicati verso l’ultima decade di aprile forniranno indicazioni più precise e dettagliate. L’aver deciso di vendere Surface solo ed esclusivamente nei propri punti vendita al momento del lancio deve essere sembrata una grandissima idea a qualcuno dalle parti di Redmond, WA. Avendo però una quarantina di negozi in tutti gli USA, difficile pensare che l’impatto su consumatori potesse essere travolgente sebbene indotto da una campagna di comunicazione molto accattivante e intensa. E anche questo punto della distribuzione fisica è un’altra manifestazione dei tentennamenti e delle incertezze che hanno attanagliato Microsoft praticamente da un decennio. I loro negozi sono gradevoli da vedersi, ma mancano di una vera ragion d’essere, come spesso succede alle copie (un altro esempio di me too). Esistono diverse imitazioni di Starbucks, ma il confronto non è sostenibile. Difficile da immaginarsi che qualcuno decida di comprare un computer o un tablet Windows perché il negozio è vicino a casa o dove ci si trova in questo momento, mentre la fedeltà a Starbucks può essere tradita anche solo causa un temporale, il desiderio di bere qualcosa di caldo o il disperato bisogno di connettività WiFi gratuita. E forse in questo ambito Microsoft potrebbe agire in modo creativo e coraggioso. Il tutto in un prossimo post.

Passaggio al digitale: tutto subito, in tempi lunghi

Tutti sognano la disruption, l’innovazione, la scalabilità e i volumi: questi gli ingredienti spesso sinonimo di successo per nuovi business digitali. Instagram e Pinterest due recenti esempi di come si possa passare dall’anonimato più totale a visibilità mondiale nel volgere di poche stagioni. L’economia digitale ha introdotto nella vita di tutti i giorni la percezione di cambiamento continuo e repentino, a volte facendo addirittura ritenere obsoleti prodotti e servizi considerati innovativi fino al giorno prima. L’ascesa e la caduta di MySpace, MSN Messenger, Napster e Netscape solo alcuni esempi vittime di proprie scelte sbagliate o di forti e repentini attacchi dalla concorrenza.

Il settore musicale è stato il primo a subire l’attacco – lo tsunami – del passaggio dalla distribuzione fisica al digitale. Qui le vittime hanno i nomi di tutte le catene di negozi specializzati – Tower Records, Sam Goody, Borders e molte altre – con le etichette discografiche per diversi anni spettatrici passive e incapaci di gestire il cambiamento. Dal 1999 si è assistito a un continuo declino delle vendite di CD e di musica nel suo complesso, complice la facilità di scambiare file musicali acquisiti illegalmente, la disgregazione del supporto fisico che ha scardinato il modello della pacchettizzazione di 10+ brani per lasciare posto a una singola canzone e l’inizio della distribuzione di musica in formato digitale. Tutti questi fattori hanno giocato contro le vendite di CD. Apple iTunes, la maggiore piattaforma al mondo per la distribuzione di musica digitale oggi, ha quasi dieci anni di vita avendo aperto i battenti il 28 aprile 2003.

Music 01La contrazione del comparto è ben sintetizzata in queste due cifre: $38B alla fine degli anni novanta rispetto a $16.5B nel 2012 di cui $5.6B provenienti dalla vendita o streaming in formato digitale con una crescita del 9% rispetto al 2011. Non molto, onestamente. Questi alcuni dati riportati da IFPI nel Digital Music Report 2013.

Il settore musicale è stato il primo tra i media a sperimentare sulla propria pelle i “benefici” del passaggio alla digitalizzazione. Due le considerazioni evidenti che emergono dalla retrospettiva di questi ultimi 12+ anni:

  • come considerare la perdita di valore registrata in questo periodo
  • i tempi lunghi dell’accettazione di nuove piattaforme distributive.

Sembrerebbe lecito arrivare alla conclusione che nel passaggio dal fisico al digitale ci sia un’oggettiva perdita di valore. La contrazione del fatturato complessivo dell’industria musicale la prova più evidente. Questo significa che digitalizzare i contenuti corrisponde a evaporare fatturati e limitare la ricchezza prodotta? In parte è proprio così. La torta si restringe consistentemente un po’ per maggiore efficienza nei processi. Risparmio di costi lungo tutto il processo produttivo, dalla stampa dei CD, al loro trasporto, distribuzione ed esposizione nei punti vendita. Costi assorbiti in ultima battuta dal consumatore che rendevano felici trasportatori e altri addetti alla produzione e hanno consentito per anni la crescita, diffusione e sviluppo di punti vendita specializzati. Spariti tutti, gente a casa e spazi commerciali vuoti, ma – in ultima battuta – “pulizia” del processo produttivo, capillarità nemmeno paragonabile al passato per quanto concerne l’aspetto distributivo e grande vantaggio per il consumatore. Per molti suppliers una sventura l’evoluzione al digitale, ma è una costante alla quale occorre abituarsi e anche velocemente.

Music 02Il secondo aspetto addirittura più sorprendente. Personalmente credo di aver abbandonato l’acquisto di CD ormai da una decina d’anni e di spendere almeno una decina di dollari alla settimana in musica. Nessun rimpianto per la mancanza del cofanetto fisico che molti adorano tutt’oggi, soddisfazione nel’investire mediamente $1 a canzone vista la fecondità ripetuta del bene e il piacere che ne consegue. Analizzando i prezzi dei CD sul mercato USA negli anni si scopre qualcosa di interessante. Nel 2003 un CD audio negli USA aveva un prezzo medio di $15.06 riconducibile a $1.5 per canzone nell’ipotesi di contenere una decina di brani come la regola in quei tempi. Questo valore si è mantenuto inalterato per diversi anni, anche se recentemente le cose sono cambiate, addirittura ribaltate. Acquistare oggo un CD Audio su Amazon.com di una band di successo come Fun costa solo $8.99 per 11 brani pari a 81 centesimi a pezzo. Rimane la monoliticità della soluzione, ma il costo è comunque veramente basso, un’altra giustificazione al calo del fatturato complessivo dell’industria musicale.

Ma lasciamo perdere la variabile fatturato che sappiamo essere influenzata da un prezzo per canzone molto elevato in passato rispetto a oggi, capace quindi di gonfiare i fatturati di 10+ anni fa. Quello che sorprende è la contrazione complessiva nei volumi, quanto la RIAA (Recording Industry Association of America) definisce con il termine shipment. I brani digitali più venduti nel 2012 non superano di molto i dieci milioni di pezzi, un buon 40% in meno rispetto alle hits di un decennio fa. Parte di questa contrazione va imputata alla crescente diffusione del modello di streaming ben interpretato da Spotify, Pandora e qualche altro player. Sembra comunque paradossale che in uno scenario di elevata comodità e convenienza per il consumatore, di successi globali e istantanei come il coreano PSY (ha di poco mancato la soglia dei 10 milioni di pezzi venduti) e di varietà dell’offerta come formati e prezzi, le vendite in formato digitali crescano a una cifra anno su anno e non raggiungano nel complesso nemmeno $6B. Sul mio iPhone oltre 2GB di spazio sono occupati da file audio, una selezione della mia libreria iTunes. Negli ultimi 12 mesi sono stati venduti 170 milioni di iPhone, più un numero incredibilmente grande di smartphone equipaggiati con altri sistemi operativi. Se la sola comunità di iPhone rispecchiasse la quantità di musica presente nel mio telefono (circa 250 brani considerando un’occupazione media di 8MB per canzone), il totale sarebbe di oltre 42 miliardi di pezzi, molti dei quali potrebbe provenire da ripping di CD nuovi e vecchi. Detto ciò, o io sono un grande divoratore di musica o il fenomeno dell’illegalità è ancora decisamente ampio.

Davvero finita l’era dei PC?

iPad keyboard BelkinApple ha da poco reso disponibile negli USA una versione di iPad con 128GB. Costa $799 nella versione WiFi e $929 con la connessione telefonica. Il peso è di 10 grammi inferiore per la prima versione: 652 contro 662 grammi. MacBook Air da 13 pollici pesa invece 1350 grammi e costa $1.199 con 128GB di memoria. Quindi peso, “spazio disco” (sono entrambi SSD) e costo le tre variabili su cui intendo soffermarmi. L’obiettivo è capire dapprima da un punto di vista prettamente “fisico” come paragonare questi due modelli sapendo che iPad supera alla grande nelle vendite l’intera famiglia di modelli Mac.  Solo 4.1 milioni di pezzi nell’ultimo trimestre del 2012 rispetto ai 5.4 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente a dimostrazione che all’interno dell’offerta Apple il passaggio ai tablet è già in atto con conseguente cannibalizzazione dei Mac. Quindi una prima preferenza il mercato sembra fornirla secondo un parametro “volumetrico”.

Per iPad credo indispensabile una custodia per proteggerlo, più di quanto sia necessario per un tradizionale laptop. Nei giorni scorsi sia Logitech (208 grammi e $79.99 su Amazon.com) che Belkin (presentata, ma non ancora disponibile) hanno proposto due modelli particolarment interessanti. Entrambe si trasformano in una copertura protettiva per lo schermo, assolvendo anche a questa vitale funzione. Questo video illustra il funzionamento del prodotto Logitech. A mio avviso una tastiera è semplicemente indispensabile per trasformare un iPad in un reale strumento di lavoro capace di competere con un computer più tradizionale seppure innovativo come potrebbe essere MacBook Air. Con questi quasi $80 la combinazione ipad da 128GB + tastiera supera in prezzo la versione base di MacBook Air 11″ e si avvicina molto a quello con schermo maggiore. La combinazione risulta più leggera (1 kg contro 1.35kg, ma solo 1kg per il modello da 11″). Sintetizzando il più potente degli iPad e il MacBook Air da 128GB da 11″ costano praticamente la stessa cifra ($929 + $79.99 = $1008.99 rispetto a $1.099) e hanno un peso quasi comparabile (662gr + 208gr = 870gr rispetto a 1000gr), così come la dimensione dello schermo (9.7″ e 11″) sebbene il primo con retina display. La tabella sottostante riassume il tutto.

iPad vs MacQuale soluzione conviene quindi? Si tratta nel complesso di prodotti molto diversi per caratteristiche funzionali e operative. Sicuramente ipad molto più cool e versatile nel consumo di contenuti anche grazie allo schermo ad alta risoluzione e touch, ma meno potente di un Mac. Quest’ultimo è più “vecchio” concettualmente, ma più facilmente espandibile grazie alle tradizionali porte di comunicazione. A leggero vantaggio di iPad poi la naturale integrazione con iCloud e strumenti quali DropBox, ma forse più a livello concettuale che pratico visto che nessuna di queste funzionalità è preclusa ai Mac. La dotazione software è teoricamente assimilabile salvo l’assenza di Microsoft Office per iPad nonostante le recenti voci. E in termini di costo, la differenza è spesso minima almeno per prodotti riconducibili al mondo Apple.

La sensazione personale è che un computer sia ancora oggi la soluzione ideale per quando c’è da produrre, anche banalmente la scrittura di un documento evitando di considerare la complessità di un foglio elettronico in modalità touch. iPad ha l’incredibile vantaggio della versatilità e della naturale predisposizione alla visualizzazione di contenuti (sono bloccato in aeroporto per il maltempo e sto guardando alcuni episodi di Parks & Recreation attraverso l’app di NBC), ma senza drag & drop lo trovo più complicato anche per operazioni semplici. È evidente come in questa fase evolutiva cia siano pros & cons per entrambe le soluzioni e che il processo di progressiva convergenza tra iOS e Mac OS X  comporterà un effettivo nuovo paradigma di computing, al momento solo accennato. Nel frattempo “gioco” con entrambi i prodotti.

Esercizi di aritmetica fotografica

New Year's Eve - 0095 - 12-31-2012I click che portano alla cattura di un’immagine sono entrati nella quotidianità. Qualsiasi soggetto è meritevole di essere immortalato, da una vetrina all’ammaccatura dell’auto, da un dolce ad autoritratti con smorfia. Spesso mi capita di domandarmi quanti click vengano complessivamente eseguiti in un weekend a Venezia o nei ristoranti di New York in una generica giornata dell’anno. Difficile fare stime precise, ma in un paio di occasioni ho provato ad avventurarmi in qualche approssimazione. Una certezza l’abbiamo da pochi giorni: il numero complessivo di foto caricate su Facebook nelle 48 ore a cavallo tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 ha raggiunto la ragguardevole cifra di 1.1 miliardi. Il numero di foto scattate nello stesso arco temporale è, di conseguenza, superiore. Un momento particolare del calendario che spinge molti a immortalare istanti in qualche modo storici (il 2013 è il primo di sette anni consecutivi formato da cifre sempre diverse, cosa che non accadeva dal 1987) e che spinge i valori verso l’alto, anche se la realtà quotidiana di una giornata “normale” non è drasticamente inferiore. I dati medi giornalieri si attestano infatti a 280M di foto caricate su Facebook, 3240 ogni secondo.

New Year's Eve - 0185 - 01-01-2013Non semplice fare delle considerazioni sullo spazio disco occupato da queste immagini partendo da risoluzioni molto variabili in funzione dell’apparecchio utilizzato. Credo realistico indicare in 3MB il valore medio, sapendo che questo è una dimensione medio alta per un’immagine catturata con un iPhone 5 che sale considerevolmente per macchine professionali. Lo spazio disco assorbito dalle nuove immagini caricate a cavallo della fine dello scorso anno e l’inizio di questo potrebbe essere stata pari a 3 milioni di miliardi di byte per la sola Facebook. Considerando anche eventuali backup, le cifre esplodono. Quindi costi che si accumulano nel tempo e, salvo imprevisti, destinati a crescere ulteriormente nel prossimo futuro. Del valore in tutto ciò? Una mole così significativa di immagini sottintende anche locations e trasferisce un’indicazione visiva di divertimento e momenti spensierati diventando potenzialmente il punto di partenza per suggerimenti per il prossimo passaggio di calendario grazie alle conoscenze comportamentali dei singoli, i gusti e le preferenze. Alla domanda “Dove trascorrere il prossimo capodanno?” posta a Graph Search, la risposta potrebbe fare leva sulla conoscenza del mio stile di vita, la storia passata (evitando, per esempio, di proporre la meta dell’anno precedente, informazione recuperata dalle foto caricate) e quanto emerso come trendy e in linea con i miei gusti personali dall’analisi del patrimonio informativo generato dalla collettività nel passato.

Dai volumi si estrae valore: questo uno dei principi portanti della nuova era in cui viviamo.

Tempi duri per Microsoft e Google secondo Goldman Sachs

IDC-GSGoldman Sachs ha rilasciato il 7 dicembre un nuovo report “Clash of the Titans” dove analizza lo scenario di mercato nel segmento della consumer electronics prendendo in esame i maggiori protagonisti. L’analisi è molto netta ed evidenzia la posizione di leadership di Apple oggi e in chiave prospettica, mentre evidenzia tutte le debolezze oggettive di Microsoft. per l’azienda di Redmond facile prevedere che i prossimi mesi saranno cruciali nel misurare in termini concreti la risposta dei consumatori a Windows 8 e il tablet Surface. Le prime indicazioni sono molto più tiepide delle aspettative iniziali. Anche la posizione di Google nel segmento dei tablet viene definita debole e di rincorsa.

Questo articolo illustra i punti salienti dell’analisi di Goldman Sachs.

La strategia editoriale ha una declinazione sola: contenuti video

Ho scritto diverso tempo fa di un’ipotetica Apple iTV, prodotto che fino a oggi si è materializzato solo nella mia testa e che probabilmente continuerà a rimanere confinata in quell’ambito. Nel frattempo, però, altri segnali evidenziano quello che ho anticipato ne La Fine dell’Era del Buon Senso e che presto diventeranno concreti aspetti di diverse strategie di prodotto nell’ambito media. Amazon.com e Apple le due aziende in primo piano in questi giorni.
Iniziamo da Amazon. Negli USA essere un abbonato al servizio Prime non solo significa avere vantaggi economici nelle spedizioni degli acquisti, ma anche accedere a un’ampia e in costante espansione libreria di contenuti video. E da poche ore esiste un’apposita applicazione per iPad – Amazon Instant Video – per vedere film e tv shows sul proprio iPad accedendo alla libreria di Amazon. E molti di questi sono gratuiti per chi ha sottoscritto Prime, un servizio da $79 all’anno. A mio avviso un incredibile affare. Di seguito due schermate del servizio.

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Apple ha invece annunciato la disponibilità del servizio Hulu e Hulu Plus su Apple TV. A un’analisi superficiale è come se Nei negozi Microsoft (li avete visti?) venissero venduti i prodotti Apple. Un controsenso “biblico” alle apparenze. Eppure questa è una mossa molto Smart da parte di Apple per rafforzarsi nella posizione di fornitore di contenuti premium nella modalità preferita dai consumatori in tutto il mondo: lo streaming video disponibile su qualsiasi piattaforma, in qualsiasi momento. Vi assicuro che beneficiare di questi due servizi dagli USA è un vero piacere e soddisfazione quando alla ricerca di forme di intrattenimento video di qualità.

Primi passi nel futuro

Gli annunci nelle due ore di keynote presentations di ieri mattina al Moscone Center di San Francisco hanno definito la mappa del computing dei prossimi due anni almeno. Diversi i messaggi espliciti e impliciti che Tim Cook, CEO di Apple, è diversi top executives hanno trasferito alla platea e ai milioni di utenti di prodotti tecnologici in giro per il mondo.

Il primo, il più significativo, è che siamo solo all’inizio di una vera e propria rivoluzione guidata da poche aziende e caratterizzata da massicci investimenti in R&D e in prodotti e servizi capaci di semplificare la vita nonostante di tutti i giorni. In questa categoria si inserisce Siri, un’azione di browsing sempre più intelligente, nuovi servizi come Passbook e la capacità di rendere la realtà che ci circonda in formato digitale con un livello di accuratezza sempre crescente.

È stata sancita anche di fatto la fusione tra le diverse forme di computing con un progressivo avvicinamento di Mac OS X a iOS grazie anche a una sempre più diffusa adozione di servizi cloud che operano da collante in modo del tutto trasparente e dietro le quinte.

Siamo poi entrati di fatto nell’era della produzione e trattazione di immagini e video ad alta risoluzione, con il MacBook pro equipaggiato con Retina display probabilmente il capostipite della combinazione tra potenza, design e funzionalità.

E sono anche state definite nuove alleanze e ribadite recenti ostilità. Facebook, Yelp, TomTom, OpenTable e altre aziende escono rafforzate da quanto anticipato ieri, altre dovranno contare sempre più sulle proprie forze per proseguire nella crescita anche nell’era del mobile computing.

New Orleans senza quotidiani

La città di New Orleans perde il suo quotidiano, Times Picayune, che a breve uscirà solo tre volte alla settimana: mercoledì, venerdì e domenica. Stessa sorte per altri tre quotidiani dell’Alabama.

Destino segnato, noto già da tempo e inevitabile. Per altri quotidiani il punto d’arrivo può essere spostato in là di qualche anno, ma quasi impossibile ipotizzare un approdo finale differente. Questo non significa comunque minor democrazia, minor informazione, minor circolazione di idee.