Dobbiamo proprio diventare “amici”?

LinkedIn friendOgni giorno ricevo almeno una ventina di richieste di contatto su LinkedIn. Arrivano da divers parti del pianeta. Oltre che dall’Italia, le richieste pervengono da UK, USA, paesi asiatici, Medio Oriente e dal continente africano. Tutto sommato una buona copertura geografica e spesso contatti utili, interessanti. Soltanto di rado qualche evidente interazione finalizzata alla vendita di qualche servizio o prodotto. LinkedIn è una “piattaforma di lavoro” ed espandere il proprio network.

Diverso il mio atteggiamento su Facebook. In questo caso sono estremamente selettivo nell’accettare richieste (e le mie impostazioni non consentono molte interazioni con chi non è un Friend). Considero quella piattaforma limitata alle conoscenze di lunga data e con le quali avrò realisticamente qualche forma di interazione continuativa nel tempo, interessi in comune o il piacere di essere indirettamente informato su aspetti personali.

Come anticipato, su LinkedIn ho seguito fin dall’inizio un approccio molto meno restrittivo. Trattandosi di una piattaforma social per professionisti, giusto interagire anche con contatti che potrebbero manifestarsi nel giro di poco tempo come estemporanei e poco rilevanti per diversi motivi. C’è valore nella quantità, mentre percepisco utilità nella selettività su FB.

Quello che mi aspetto da chi mi contatta su LinkedIn, però, è un minimo di chiarezza e trasparenza. Essendo l’obiettivo quello di costruire dei contatti potenzialmente utili a fini professionali, farsi conoscere al meglio delle propri potenzialità quasi scontato e logico. Spesso, invece, mi imbatto in profili senza foto e descrizioni personali e professionali limitate a poche righe. Devo ammettere che in diverse occasioni ho esitato e poi deciso di non accettare richieste da profili “vuoti” di contenuto. Non riesco nemmeno a capire se mi viene proposto di interagire con un uomo o una donna, il lavoro o il settore di competenza e gli eventuali elementi comuni e di scambio. Il messaggio standard proposto da LinkedIn poi non aiuta. Sebbene molto più comodo non fare nulla, specificare in un paio di righe il motivo della richiesta (e.g. condividiamo la passione per la tecnologia, lavoro nella stessa azienda dove hai lavorato tu, sarò alla conferenza dove ho visto presenterai, …) aumenterebbe la propensione ad accettare una richiesta.

In alcune occasioni arrivo a pensare addirittura che si tratti di profili fasulli o quantomeno sospetti. Forse timore eccessivo, ma immagino che frodi e impersonificazioni siano all’ordine del giorno anche su LinkedIn. Come suggerito in questo post, esistono diversi metodi e strumenti per determinare l’autenticità di un account. Personalmente non ho sufficiente tempo a disposizione per verificare ogni richiesta o anche solo quelle sospette. In ogni situazione dubbia, semplicemente non accetto. E sono a oltre 1,000 richieste inesaudite negli ultimi mesi!!!

Dall’alto. Assolutamente dall’alto

DroneLa telecamera GoPro è uno standard consolidato ormai da diversi anni. I suoi impieghi sono praticamente infiniti grazie alla propria intrinseca versatilità. Riduzione dell’ingombro, migliori ottiche e più facile gestione da remoto le ovvie direzioni evolutive. La moltitudine di accessori la rende adatta in qualsiasi contesto fornendo una visione particolare – a volte unica – soprattuto in ambito sportivo, dall’acqua alla neve.

Ora l’accessorio assolutamente indispensabile per raggiungere un ulteriore livello di sofisticazione e di creatività è … un drone! Logico, no? Serve un drone praticamente a ciascuno di noi e se non avete ancora messo a fuoco questa esigenza, presto vi convincerete degli innumerevoli benefici apportati! Nel caso specifico, significa riprese dall’alto, un mondo quasi inesplorato e sicuramente inaccessibile fino a poco fa all’utente amatoriale. In moltissime occasioni sono rimasto affascinato da riprese fatte attraverso soluzioni assimilabili alla abbastanza nota “Sky Cam”, un classico nel football americano da diversi anni. Riprese uniche, spesso capaci di dischiudere una prospettiva unica e sorprendente. Riuscire a emulare (o provare a emulare) quanto fino a poco fa confinato ai professionisti del video una tentazione irresistibile.

Esistono diversi drone sul mercato e quello proposto nell’immagine è forse il più popolare al momento. È commercializzato a poco meno di $500 ed è di per sé un piacevole giocattolino da pilotare. Agganciando nell’apposito alloggio sotto pancia una GoPro, diventa un prodotto micidiale, dal divertimento e dalla soddisfazione garantita. Per gli scettici consiglio la visione del video allegato.

Ultima considerazione: cosa succede alla privacy se questo genere di oggetti dovesse prendere piede e diffondersi? Come scusa? Puoi ripetere per piacere? Non ho capito la domanda: cos’è la privacy?

Qual è il mio diritto a documentare e a ricordare?

Texans - 0048 - 12-23-2012Recentemente ho assistito a una partita di football americano (NFL) e a un incontro di basket (NBA). Entrambi in Texas, come è logico che sia. I Texans Houston hanno disputato una fase iniziale della stagione più che scintillante per poi spegnersi a dicembre, compromettendo tutto il buono fatto nelle prime giornate del campionato. A me è capitato assistere dal vivo a una cocente sconfitta in casa, ottenuta attraverso una prova di gioco molto modesta. Unica consolazione aver scattato qualche foto ricordo. In realtà mi sono presentato armato di un tele da 400 che sulla mia DSLR equivale a 640 visto il fattore di conversione. Insomma, non proprio una soluzione fotografica tascabile.

Texans - 0899 - 12-31-2000Ai controlli preliminari nessuna osservazione né una volta all’interno di Reliant Stadium nonostante non passassi inosservato per l’ingombrante attrezzatura. In estrema sintesi, sembrerebbe che come spettatore pagante abbia il diritto non solo di assistere all’evento dal vivo, ma anche di immortalare qualche momento chiave e particolarmente interessante come ricordo dell’occasione.

Le mie foto hanno catturato gli atleti in azione e, involontariamente, anche altri spettatori. Texans - 0019 - 12-23-2012La sensazione di aver violato il diritto alla privacy in almeno qualche migliaio di circostanze l’ho provato, ma non mi ha trattenuto dal continuare a scattare. Per contro, i tifosi accampati di tutto punto nell’area di parcheggio dello stadio – cucina da campo, televisori al plasma, impianti stereo da discoteca – erano ben felici di vedere così tanta organizzazione permanentemente memorizzata in scatti fotografici di anonimi tifosi.

 

Texans - 0026 - 12-23-2012Stesso discorso per singoli tifosi convinti che il supporto alla propria fede sportiva debba essere completo, coinvolgente ed esteriormente riconoscibile. La cosa mi ha in qualche modo rincuorato: la coreografia sugli spalti costituiva un invito a scattare altre foto quasi in modo esplicito. Privacy individuale violata da un punto di vista teorico, ma in alcuni casi in realtà si è trattato di un boost all’ego di diversi personaggi.

Le cose sono andate meno bene passando dall’NFL alla NBA. Non posso sostenere che queste siano le regole per tutti i palazzetti del basket, ma all’AT&T Center di San Antonio dove giocano i magici San Antonio Spur è categoricamente vietato introdurre qualsiasi macchina fotografica che abbia una lente rimovibile. Questo il criterio adottato per distinguere tra soluzioni pocket e apparecchiature più professionali. Credo che il razionale alle spalle di questa decisione sia il potere di zoom limitato delle apparecchiature più compatte. Tutti quindi a scattare foto e riprendere il gioco con gli iPhone di turno, ma divieto assoluto di immortalare l’interno con una qualità fotografica almeno decente. Immagino per molti un non problema. Per me che sono quasi fissato con l’HD, una profonda delusione.

San Antonio Spurs - 0001 - 12-26-2012A distanza di pochi giorni a qualche centinaio di miglia, esperienze diametralmente opposte. Quale sia il motivo delle restrizioni di San Antonio non mi è chiaro. Maggior rigidità da parte della NBA nell’enforcement delle regole sul diritto d’immagine dei giocatori? Interessi economici in gioco? Rischi di compromettere gli atleti qualora dovessero verificarsi molteplici scatti contemporanei? Se fosse, di sicuro non per un problema acustico visto il rumore creato ad hoc da parte delle tifoserie. Semplice desiderio di rispettare le regole del diritto d’immagine? Nessuna di queste ipotesi regge, a mio avviso. È certo che non è particolarmente chiaro come comportarsi e quali regole seguire, non solo in occasione di eventi sportivi, ma anche per le vie cittadine.

Rimane la delusione di non aver immortalato un dunk. E sei Texans avessero fatto almeno un lancio decente, forse ancor meglio!

Il più inaspettato fidanzamento pubblico

Una coppia di Austin ha ricevuto il più prezioso regalo di fidanzamento grazie a una violazione della propria privacy. Joel Bush ha compiuto il rituale gesto di inchinarsi davanti alla fidanzata Jennifer Orr per chiederle di sposarlo. Tutto questo è accaduto in un parco cittadino di Austin, la capitale del Texas (no, la capitale non è Dallas come tutti pensano!) nelle ore serali. Questo gesto completamente privato e personale è stato immortalato da un fotografo – Patrick Lu – che ha poi postato le immagini sul suo sito. I tre si sono successivamente ritrovati e hanno commentato l’accaduto. Una volta tanto, una violazione delle privacy con un risvolto estremamente positivo visto che un momento memorabile per la coppia è stato involontariamente immortalato con soddisfazione di tutti. Tenero.

Il contachilometri indica 8971. Di chi è questo dato?

Ultimamente ho trascorso più tempo al volante rispetto al passato. Mai prestata attenzione al numero totale di chilometri percorsi. L’altro giorno, non so nemmeno perché, ho posato l’occhio sulla cifra nell’angolo inferiore sinistro della zona degli indicatori del cruscotto.
Il numero non ha suscitato alcuna emozione e considerazione relativa all’auto, alla guida, ai consumi o altro ancora. La riflessione che mi è venuta spontanea è stata un’altra: chi è il proprietario di quell’informazione? Potrà sembrare un quesito un po’ particolare, ma a me sembra più che legittimo, logico e giustificato ragionando secondo il pensiero che mi ha guidato nella stesura de La Fine dell’Era del Buon Senso.
Non semplice trovare la risposta corretta e sensata.

Fino a poco fa, porsi questa domanda sarebbe stato molto sciocco. Il dato in questione aveva una rilevanza limitata, circoscritta nel tempo e in momenti specifici oltre che di interesse per pochi soggetti. Acquisto di auto usata, revisione periodica, calcoli di percorrenza mensile, limiti di chilometraggio in caso di noleggio e poco altro ancora. Il proprietario dell’auto, il meccanico, il rivenditore e il noleggiatore le figure interessate di quando in quando nel conoscere questa informazione. Il produttore dell’auto? Limitatamente. Recentemente nelle comunicazioni pubblicitarie ha fatto la sua comparsa l’informazione relativa alla garanzia espressa in anni o chilometri percorsi, ma in generale non c’era modo per raccogliere in modo sistematico questo valore, salvo che in occasione di interventi presso concessionarie. Ma anche in questo caso, il dato aveva vita limitata e utilità circoscritta all’evento. Quindi, riassumendo, di proprietà incerta, ma nemmeno un problema particolarmente grave e/o interessante.

Oggi le cose non sono più esattamente così. Se l’auto è dotata di sistema satellitare, l’informazione prodotta dal contachilometri è condivisa con il fornitore del servizio praticamente in ogni istante, in modo continuativo e dettagliato, associando anche la posizione. Ancora più interessante, il tutto senza che il guidatore o il proprietario dell’auto ne sia necessariamente a conoscenza o consapevole delle potenziali conseguenze. Attivare un satellitare significa implicitamente delegare a una terza parte una componente trascurabile di informazioni personali. Già questo un primo esempio di diversità rispetto al passato. Ma non è finita qui. In un mondo di dati e di informazioni condivise, è realistico ritenere che presto i produttori di auto integreranno intelligenza software all’interno dell’abitacolo per meglio coordinare la mole incredibile di dati e di comportamenti generati dal proprietario. pensate all’iPod collegato al sistema audio. Nel momento in cui viene eseguita una canzone di Rihanna dall’iPod e visualizzate le informazioni connesse – autore, titolo, durata e altro – sullo schermo del sistema di intrattenimento di bordo, è corretto pensare che il produttore dell’auto sia a conoscenza dei nostri gusti musicali? Direi proprio di si: logico, evidente e inevitabile in un mondo di sistemi e soluzioni interconnesse. Come Apple può avere un’idea abbastanza precisa delle preferenze musicali attraverso gli acquisti da iTunes e le informazioni recuperate con i servizi Genius e Match, altrettanto vale per VolksWagen, Audi e altri. Due le domandi da porsi:

  1. Il titolare dell’auto è a conoscenza del fatto che una terza parte potrebbe accedere a elementi relativi al proprio comportamento senza peraltro aver stabilito in modo chiaro e preciso i confini di questa relazione indiretta?
  2. Il produttore di auto è interessato a espandere la sua sfera di conoscenza al di là di quello che è stato storicamente il proprio campo di pertinenza e di operatività?

No e si le due risposte a mio avviso. Questi alcuni dei temi trattati nel mio libro. Termino riprendendo la domanda iniziale. Il chilometraggio segnalato dal contachilometri era essenzialmente una non-informazione, o qualcosa con rilevanza marginale fino a poco fa. Nel nuovo mondo di oggetti sempre più collegati a Internet, anche un elemento così irrilevante assume una sua valenza, importanza e utilità. L’agente software che coordina le attività della mia auto potrebbe trarne beneficio per promuovere una serie di servizi di assistenza o, addirittura, avvalersi di questo dato dialogando con operatori terzi come stazioni di servizio, centri di riparazione, assicurazioni o la Polizia Stradale. Nei primi casi per fare business, nell’ultimo per segnalare eventuali infrazioni al codice stradale.

Non spaventatevi, però. I vantaggi dell’era post buon senso sono e saranno tangibili e in alcun modo ci stiamo indirizzando verso uno scenario alla 1984. Di sicuro, però, non è più un dato personale di limitata utilità, ma un’informazione con un proprio valore economico. Interessante visto che questo modo di ragionare e di valutare le cose non è confinato soltanto a questo, ma si applica in generale a tutto.

Ad Albuquerque, NM, la sicurezza diventa tecnologica

Uno degli aspetti con i quali dovremo abituarci a convivere prossimamente è la progressiva scomparsa della privacy. A contribuire all’accentuarsi di questo fenomeno è la continua introduzione e adozione di tecnologia in qualsiasi momento della giornata. Un elemento chiave in questa direzione è la progressiva miniaturizzazione delle telecamere ad alta risoluzione, la facilità di memorizzare grandi quantità di dati in modo semplice
Questo delle riprese video pervasive è un mio “pallino” che tratto ampiamente nel mio libro La fine dell’Era del Buon Senso (in uscita a breve). Ora l’Albuquerque Police Department – APD – offre un esempio in più per supportare la mia teoria che presto tutto che noi facciamo sarà video ripreso e memorizzato. Il tutto da ciascuno di noi con conseguenze che potete ben immaginare: un’incredibile quantità di filmati video che raccontano indirettamente, in modo scoordinato e non necessariamente ragionato quello che succede nelle strade, nelle scuole, negli uffici e nelle case di tutto il mondo. Le implicazioni sono in parte fonte di preoccupazione, ma anche affascinanti.ed economico e l’archiviazione sicura nel tempo di immagini video.

Ma torniamo in New Mexico. Le nuove regole della polizia locale prevedono che qualsiasi interazione con il pubblico sia soggetta a registrazione video e audio da parte dei rappresentanti delle forze di polizia. Fino a oggi questa regola valeva soltanto per situazioni particolarmente rischiose come arresti o inseguimenti, ma è stato deciso di estendere questa pratica. Ogni poliziotto di APD dispone di una piccola telecamera dal costo di $60 – ne sono stati acquistati 200 pezzi – sempre accesa a cui va aggiunto anche un registratore audio. In pratica, quindi, qualsiasi forma di interazione con un rappresentante di APD verrà video registrato nell’interesse dei singoli e della comunità. Decisamente utile e un’evoluzione che apre le porte a conseguenze di ogni genere.

Jeans, mutande e privacy

Da qualche settimana Walmart sta sperimentando l’utilizzo di RFID Tags per la gestione del magazzino di alcuni prodotti, soprattutto jeans e abbigliamento intimo maschile. L’obiettivo è ovviamente quello di controllare la disponibilità di merce – le taglie, per esempio – in modo semplice e veloce operando con una sorta di scanner che consente di interagire con i tags in modo “intelligente”. Questo significa rifornire gli scaffali della merce venduta, avere velocemente un’indicazione precisa degli andamenti nelle vendite una volta completato l’acquisto e – in prospettiva – anche considerare soluzioni del self-checkout da parte dei consumatori evitando le casse con correlata coda.

Una prima considerazione riguardo agli RFID Tags consiste nel fatto che queste etichette possono ovviamente essere staccate dai capi, ma non smettono di trasmettere le informazioni codificate (appunto taglia, colore, stile e altro ancora). Questa considerazione ha sollevato qualche dubbio da parte di associazioni di consumatori e privacy advocates. Sono stati ipotizzati scenari quali team organizzati di scanner che percorrono a bassa velocità le strade di quartieri abitativi per “catturare” i segnali dei tags nella spazzatura e sviluppare così un database di informazioni relativi a singoli consumatori. Ovviamente la preoccupazione principale riguarda una possibile estensione degli RFID Tags ad altri prodotti quali medicinali o elementi che potrebbero rilevare informazioni personali e con un certo livello di riservatezza. U’altra considerazione legata alla presenza di un capo con un RFID Tag nel proprio carrello della spesa consiste nel poter seguire e riprodurre i comportamenti e gli spostamenti die consumatori in un punto vendita, anche questa considerata come una invasione nella privacy individuale (ma allo stesso tempo una bonanza di informazioni per marketers!).

Chiaramente per Walmart questa soluzione – visti anche i costi minimi della tecnologia in questione – rappresenta un incredibile passo in avanti nella gestione dei propri scaffali e del magazzino in generale, risultato che dovrebbe trasferire valore ai consumatori considerando l’impatto positivo sulla riduzione dei costi e l’incremento nelle vendite derivante da un assortimento sempre completo per tutte le taglie/prodotti.

Defriending: la cosa giusta da fare

Devo essere onesto: non ho moltissimi amici su questo pianeta e le mie interazioni con gli extraterrestri sono al momento estremamente limitate. Ho invece molte conoscenze in gran parte maturate in ambito professionale. Persone molto piacevoli a volte, di sicuro interessanti, ma – allo stesso tempo – non classificabili nella categoria di amici, almeno secondo il significato etimologico del termine. Credo che molti si possano ritrovare in questa sintesi: pochi amici, tante conoscenze più o meno superficiali.

Allo stato attuale sembrerebbe che io abbia 201 amici secondo la classificazione di Facebook. Di sicuro non sbaglia Facebook, ma il termine friend è evidentemente inappropriato. In realtà si tratta di contatti con i quali ho trascorso esperienze di varia natura, principalmente in ambito professionale. Per quanto incredibile e comico possa sembrare, il mio vero migliore amico non ha un account su Facebook e, quindi, non è nei 201 attuali.

E ora la confessione: già da diversi mesi ho iniziato un processo di defriending che si manifesta in due forme. In primo luogo nel non accettare nuove richieste di amicizia da parte di persone che – secondo i miei parametri – non ricadono nemmeno nella molto generica classificazione di “contatti”. QUindi, nel ripulire (da cui il termine defriending) il mio database di contatti procedendo alla cancellazione di persone note e accettate nel momento dell’euforia iniziale e secondo la logica “che bello, vogliamoci tutti bene”. Due i razionali che mi hanno condotto verso questa decisione. In primo luogo ho realizzato che le interazione dirette con molti di questi “amici” erano essenzialmente nulle nel tempo. Nulla di bidirezionale da spartire se non l’entusiasmo iniziale derivato dalla scoperta di Facebook e la volontà – teorica visti i risultati a posteriori – di socializzare. Credo sia una constatazione oggettiva che si applica a una elevatissima percentuale dei contatti del network personale di ciascuno di noi. La conclusione è stata semplice: visto che non abbiamo nulla da dirci, forse interrompere il “legame” non crea di fatto alcun problema. E quindi, silenziosamente, un anno fa circa è iniziato il mio processo di defriending che ha portato a sfoltire il mio network di un centinaia di unità. Secondo punto, sono diventato molto più sensibile e attento agli aspetti legati alla privacy e alla condivisione delle informazioni personali. Con tutto il rispetto e la stima per molti dei miei “amici”, sono arrivato alla conclusione che non avesse troppo senso condividere dati e immagini personali.

Come anticipato, ho poi deciso di rifiutare (o ignorare secondo la terminologia di Facebook) nuove richieste provenienti da sconosciuti o persone con le quali le interazioni nel mondo reale sono state fino a quel momento estremamente superficiali. La conclusione alla quale si potrebbe arrivare è che non sia proprio un simpaticone. Forse le cose stanno esattamente così, ma esiste una giustificazione razionale alla decisione presa. Anzi, due.

In primo luogo desidero rendere pubbliche alcune info personali con un numero limitato di persone. Anche una banalissima foto contiene riferimenti che, tutto sommato, non ha molto senso che io condivida con conoscenze occasionali. Immagino non interessi più di tanto, preferisco non condividerle vista l’irrilevanza di fondo e, soprattutto, ho il timore che possano essere utilizzate in modo improprio. La seconda motivazione riguarda proprio il valore delle info che vengono condivise in un social networking. A mio avviso la loro rilevanza e forse utilità è inversamente proporzionale alla dimensione dell’audience di riferimento. Le foto di una vacanza della mia famiglia possono interessare e suscitare qualche commento tra la ristretta cerchia dei miei contatti, ma – esasperando il concetto – allo stesso tempo produrre effetti negativi se accessibili a chi onestamente non a molto a che spartire con me e i miei cari. Ed essendo la mia interpretazione di Facebook quella di un social esclusivamente a dimensione personale e non professionale, indispensabile limitare la condivisione solo a chi frequento realmente nella vita di tutti i giorni.

Privacy Settings in Facebook vs. costituzione USA

Apparentemente nei prossimi giorni o addirittura ore, Facebook semplificherà notevolmente la gestione delle impostazioni relative alla privacy anche a seguito delle numerose rimostranze e polemiche degli ultimi giorni. Non a caso una delle richieste più frequenti sui motori di ricerca era proprio How do I delete my Facebook account e il 31 maggio era stato eletto a Quit Facebook Day, un’iniziativa un po’ particolare. Sta di fatto che The New York Times – come sempre, direi – offre una chiara visione della progressiva complessità di come la gestione delle impostazioni sulla privacy in Facebook sia evoluta negli anni arrivando a calcolare 50 impostazioni e 170 opzioni in totale. Suggestivo il confronto tra il numero di parole incluse nel documento che spiega la privacy policy di Facebook e la costituzione degli USA: quest’ultima si limita a 4.543 parole rispetto alle oltre 5.800 di Facebook!

Mi dici cosa hai comperato oggi?

A pensarci bene, oggi non ho completato alcun acquisto. Considerando che ho trascorso tutta la giornata barricato in ufficio in una sequenza senza fine di riunioni, la cosa ha un suo senso e una sua logica. In realtà, è da qualche giorno che non sono molto attivo sul fronte dello shopping. Unica eccezione, una canzone e un film comprati su Apple iTunes durante il weekend. Tutto sommato, quindi, non sarei un utente ideale del sito www.blippy.com, una start-up californiana operante nel sempre più vasto spazio del social networking. caratteristica di questo sito, la condivisione degli acquisti sostenuti dai membri in attività di shopping di varia natura. Da un punto di vista tecnico, una vera chicca. Considerando gli impatti e le implicazioni sulla privacy, forse un’altra fonte di grattacapi e di riflessioni su quanto sta accadendo da quando Internet è diventata mainstream.

Il sito è salito alla ribalta delle cronache negli ultimi giorni per aver raccolto $11M in Round B condotto da due noti venture capital funds della Silicon Valley, August capital e Charles River Ventures (CRV). Una decina di dipendenti, un valore stimato di $46.2M, questa start-up propone una forma di aggregazione basata sulla condivisione delle proprie abitudini di spesa. Le modalità adottate per rendere il processo trasparente e immediato sono tecnicamente molto smart e sofisticate, ma pongono più di qualche interrogativo in termini di privacy e di buon senso. Questa la logica di fondo. Dopo una semplice registrazione, vengono richieste le combinazioni username e password utilizzate per accedere a negozi online quali Amazon.com, Zappos, Netflix o Apple iTunes, giusto per citarne alcuni. Una volta trasferiti questi dati, blippy provvede a interfacciarsi con questi stores sfruttando le API disponibili e impegnandosi ad analizzare il contenuto dei carrelli della spesa spinti oltre la cassa online e quindi contenenti articoli acquistati. Quanto recuperato dall’analisi dello storico dei carrelli viene poi esposto e condiviso con i membri di questo social network. Quindi, riprendendo la mia modesta sessione di shopping del weekend, qualora vessi aderito al servizio, sarei stato nella condizione di condividere con il resto del pianeta che ho comprato il brano Rogue Machine dei The Daylights (bellissimo!) e noleggiato il film Avatar in HD per i rispettivi importi di $.99 e $4.99 (avevo anticipato che non si è trattato di una sessione di shopping particolarmente selvaggia e intensa!).

Mi sono iscritto al sito, ma non ho avuto il coraggio di procedere oltre e condividere le varie combinazioni username/password usate nei siti di e-commerce dai quali compero abitualmente. Francamente mi è sembrato troppo, nonostante il rispetto e la stima che possa avere per i creatori di questo sito. Come avrete intuito, l’accesso a un account come quello di Amazon.com significa anche poter entrare in possesso di informazioni super riservate come il proprio indirizzo domestico e anche la carta di credito utilizzata per completare le transazioni. Non dettagli, onestamente.

A confortare i miei dubbi sui rischi implicati nell’uso di questo sito, una recente rivelazione che un errore nel codice ha esposto dati quali i numeri di carte di credito, immediatamente indicizzate dai motori di ricerca e quindi potenzialmente condivise con l’intero universo degli utenti Internet. Indipendentemente da questi rischi – peraltro non banali – rimane il dubbio di fondo: a chi interessa sapere e commentare dei miei acquisti?