Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito

 

 

Spazi disponibili: cercasi pazzo disposto a perdere soldi

Rent 03Sono oltre 32 milioni di piedi quadrati gli spazi commerciale disponibili nella sola area di Manhattan a New York. Nei prossimi due anni questo valore salirà a oltre 67 milioni di piedi quadrati. Per convertire il tutto in metri quadrati è sufficiente dividere per 10.7639. Quindi, più o meno 3 milioni oggi, oltre 6 nel 2015. Tutte le statistiche del caso si trovano qui. Questi dati si riferiscono a superfici adibite a uffici, in grande richiesta in tutti i quartieri della città da parte di aziende operanti nel settore della Tecnologia, Media, Education e Pubblicità. NY sta vivendo un momento di grande spolvero e di rinnovamento che verrà sancito in modo ufficiale con la prossima riapertura di World TrRent 12ade Center.

Aprire un’attività commerciale? Il discorso è invece diverso per quanto riguarda i negozi. La quantità di spazi liberi cresce esponenzialmente nel tempo, a dimostrazione della difficoltà di concepire proposte in grado di competere con la crescente consuetudine di fare acquisti online. I flagships store continuano a rappresentare l’unica vera risposta alla crisi imperversante dei piccoli retailers. Per questi ultimi, una motivazione risiede negli alti costi degli affitti, cresciuti anche del 30% negli ultimi dodici mesi sebbene sia realistico ritenere che presto la sovrabbondanza di alternative comporterà una revisione dei prezzi. Parcheggiando per un istante gli andamenti del mercato immobiliare, è francamente difficile capire quale format o proposizione potrebbe effettivamente offrire buone soddisfazioni e ritorni per un piccolo imprenditore. Dal panorama urbano e dei maills sono spariti negli anni i bookstore delle catene minori (Walden Books per esempio) e anche realtà grandi come Borders, i negozi musicali e di prodotti video (Sam Goodies, Tower Records), molti negozi di elettronica con l’eccezione dell’iconico B&H che resiste mentre l’altra realtà del Financial District J&R in evidente contrazione e le agenzie viaggio, ormai una rarità. Questo ovunque, non solo a NY.

Rent 14Diverso il discorso per le catene che spesso rappresentano un punto di riferimento e di attrattiva per i turisti che visitano la città. Uniqlo sulla 5a un ottimo esempio oltre ai flagship stores dei designers di grandi brands. Allo stesso tempo, però, sono in atto esercizi di ottimizzazione e di ripensamento di una strategia degli ultimi anni che induceva a rendere quasi capillare la presenza dei punti vendita nel centro della città. Ancora una volta una combinazione di fattori a influire verso una riduzione dei negozi commerciali con l’online ad agire come fattore destabilizzante anche internamente a uno stesso business.

Esistono segmenti di offerta di prodotto che potrebbero beneficiare dell’abbondanza di spazi? Ho pensato a beni di primaria necessità come caffè e cibo indagando in questi settori. I newyorkesi sono forti consumatori di caffè. Nella sola Manhattan esistono 218 bar nel complesso, tra catene tipo Starbucks e Dunkin’ Donuts e locali indipendenti per soddisfare le esigenze del 50% della popolazione lavorativa che abitualmente spende in media $5 al giorno per il caffè o $1,092 all’anno. Nei cinque quartieri di New York il numero complessivo sale a 1,700 bar di cui il 42.7% appartenenti alle due catene citate in precedenza. L’espansione di catene di ristorazione come Au Bon Pain, Prêt A Manger, Chipolte e simili trova limiti fisiologici e ben misurabili rispetto alla popolazione residente e i flussi migratori giornalieri.

Rent 01

Resta quindi un panorama cittadino ricco di vetrine con cartelli di offerte e proposte, molte delle quali destinate a raccogliere polvere per un tempo indeterminato, decisamente lungo. È solo l’inizio di un processo inarrestabile che comporterà una ridefinizione del landscape delle città, impatterà sull’occupazione e anche sulla ricchezza di chi riteneva che questo genere di investimento nel mattone potesse fornire soddisfazioni continuative nel tempo. Un altro segnale dei cambiamenti in atto e in arrivo.

Una svolta per Microsoft: caffè, libri, musica e computer?

A Barnes and Noble book store is shown here in Encinitas May 20, 2008Una soluzione molto creativa per risolvere velocemente i problemi di distanza di Microsoft dai consumatori potrebbe passare attraverso i libri, la musica e anche del buon caffè. È un’idea totalmente campata per aria, ma proprio per questo molto più credibile di altre. Questa la teoria emersa recentemente negli USA e che riprendo qui fornendo informazioni di background. Le premesse:

  • Microsoft ha un’abbondante disponibilità di cassa e genera profitti per diversi miliardi ogni trimestre. I soldi non le mancano;
  • La storia passate e recente di Microsoft è caratterizzata da investimenti miliardari spesso molto poco azzeccati, capaci di trasformarsi in colossali fallimenti. Advantage un esempio da $6B, ma non il solo;
  • Grazie a una letargia prolungata, Microsoft è oggi un punto di riferimento nell’ambito della consumer electronics molto più sbiadito rispetto a soli pochi anni fa. E lo stesso sta succedendo anche nell’ambito del software, soprattutto nei sistemi operativi. Windows è sempre meno indispensabile e la sua presenza su dispositivi mobili estremamente contenuta;
  • nell’ambito retail i timidi tentativi degli ultimi anni hanno portato alla costituzione di una quarantina di negozi in tutti gli USA, pochi, troppo pochi, per  poter articolare una strategia di reale contatto e interazione con i consumatori;
  • negli ultimi tempi ha stretto accordi con Nokia per la produzione di telefonini, ha realizzato una propria linea di computer innovativi sotto l’etichetta Surface. Non un grande successo, ma un significativo passaggio dal ruolo di produttore di software a quello di Hardware Manufacturer. Non poco per un’azienda che per molti anni si sera limitata a mouse e tastiere per poi passare alle console giochi. Adesso computer veri e propri in diretta concorrenza con i propri clienti quali Lenovo, Acer, Samsung, Dell, HP e molti altri;
  • nel maggio 2012 Microsoft ha investito $605M in un’azienda di proprietà di Barnes & Noble acquisendone il 17.6%. Un investimento “semplice” viste per le disponibilità di Microsoft;
  • la capitalizzazione di borsa di B&N è inferiore al miliardo di dollari e in costante calo da anni. Il settore dei libri fisici non è certo in espansione come dimostra il fallimento della seconda catena USA – Borders – risalente ormai a quasi due anni fa, il 2011. Futuro scricchiolante come per molti altri retailers.

Domanda legittima: chi è Barnes & Noble? È la catena di libri numero uno negli USA con 677 punti vendita attivi a fine gennaio 2013. Inoltre, B&N è l’azienda produttrice di Nook, un tablet con ambizioni di competere con iPad, Kindle e molti altri Android powered devices che ha riscontrato inizialmente un certo successo, meno negli ultimi tempi. Perché Microsoft abbia iniettato una buona dose di cash nell’anemico business di Nook non è chiarissimo, ma non impossibile formulare alcune ipotesi. Una di queste potrebbe consistere nell’assicurarsi una fonte più che autorevole per vendere ebook su Windows 8 e i tablet Surface. Inoltre, da sempre Microsoft ha cullato l’ambizione di installare il proprio software in settopbox di ogni genere, non riuscendoci mai. Potrebbe essere interessata ripetere l’esperimento a distanza di anni avendo come target degli ebook readers specializzati come sottoprodotto della loro attuale offerta di tablet.

677 punti vendita non sono pochi e sebbene in crisi, i locali B&N sono posizionati in aree di alto pedonaggio, ben strutturati e tenuti, frequentati da una clientela dal profilo variegato. Inoltre offrono nel complesso un’esperienza gradevole anche grazie alla presenza in molti di loro di uno Starbucks. L’aroma del caffè che si mischia al profumo della carta dei libri: decisamente piacevole anche per uno come me che non beve caffè e legge in digitale. Il problema al momento è trovare motivazioni per portare clienti in loco e giustificare quindi gli alti costi di gestione. Borders – la seconda catena – è tristemente fallita nel maggio 2011. Stesso posizionamento di B&N.

Sulla base dei dati di mercato attuali, un assegno di poco superiore al miliardo di dollari – stiamo parlando di noccioline visti i parametri finanziari di Microsoft – sarebbe sufficiente per acquisire il controllo dell’intera azienda, con grandissima soddisfazione degli attuali azionisti di B&N. Con molto meno – qualora non fosse strategico, conveniente e utile accollarsi un business nel complesso in difficoltà – Microsoft potrebbe garantirsi il diritto di sviluppare velocemente shops-in-shops dedicati ai propri prodotti. I costi sarebbero decisamente inferiori rispetto al complesso processo di individuare spazi adatti, configurarli e renderli dei punti vendita operativi in tutto e per tutto. Insomma, un percorso accelerato per aumentare visibilità, distribuzione e interazione diretta con potenziali clienti. Possibile rimanga solo un’idea e nulla più. Non sembra però così balzana.

Retailers infetti da showrooming

Nuovo verbo da aggiungere al proprio vocabolario: to showroom con showrooming tempo più frequente. Vi anticipo che si tratta di una brutta cosa. Quindi i lettori più sensibili sono caldamente consigliati di valutare con attenzione se proseguire nella lettura. Di che si tratta più nello specifico? Di un problema – alquanto serio e grave – che affligge ormai da tempo principalmente le grandi catene americane che operano nello spazio dell’elettronica di consumo. Ma l’infezione si sta estendendo ad altri settori come i beni di largo consumo, quelli per la casa, le calzature e molti altri ancora. Apparentemente uno dei soggetti maggiormente colpiti da questo fenomeno infettivo è BestBuy, catena di consumer electronics originaria del Minnesota e da decenni leader del settore. I recenti dati finanziari hanno fortemente evidenziato questo fenomeno a cui viene attribuita la ragione principale delle vendite in generale e della redditività per square foot (noi diremmo per metro quadrato) di superficie di vendita scesa recentemente sotto i $20 rispetto, tanto per prendere un paragone a caso, ai $4.700 degli Apple Store (tutti gli zero presenti sono corretti, così come quelli assenti nel primo numero).

Come si manifesta lo showrooming? Diversi gli agenti coinvolti. Come ovvio a questo punto, come prima cosa serve un negozio che espone merce. Meglio se in quantità e di diverso genere. Questo genere di realtà attrae alcuni soggetti innoqui chiamati generalmente clienti o acquirenti e altri agenti patogeni portatori appunto dello showrooming. I primi si limitano a visionare gli scaffali, ricercare prodotti e, realisticamente, concludere qualche acquisto attraverso una transazione finanziaria. I secondi, invece, operano come dei veri e propri parassiti. Vagano per le corsie del negozio armati di un elemento letale – uno smartphone – e non hanno alcuna intenzione di completare un acquisto. Almeno non nel punto vendita. Piuttosto si danno da fare a fare fotografie ai prodotti esposti e a verificare su Internet se sussistano condizioni di prezzo più favorevoli, ottimizzando i propri investimenti. Un’infezione da showrooming consiste quindi nel sostenere costi per operare punti vendita di grandi dimensioni – quindi con ottima selezione interna – a tutto vantaggio di altri negozi che realisticamente beneficeranno degli sforzi altrui concludendo una vendita che comporta costi incrementali rispetto al bene vicini allo zero.

Insomma, tecnologia giustamente a vantaggio dei consumatori, ma questi ultimi anche un po’ fetenti. Se poi si pensa che sulle vendite online quasi tutti gli Stati dell’Unione non raccolgono le tasse sulle vendite, si capisce come la “beffa” abbia contorni ancora più ampi. Personalmente non voglio vedere i grandi retailers fare la fine dei dinosauri: sono utili e trasferiscono valore. Anche se nel lungo periodo il rischio è che da showrooming il tutto possa “degenerare” verso forme economicamente insostenibili.

Il mondo retail di oggi

Finisce nel peggiore dei modi la storia di Borders, la seconda catena di libri, musica e gadgets degli USA. All’apice della sua storia, Borders Group impiegava 20,000 dipendenti, gestiva oltre 500 punti vendita sotto l’etichetta Borders e quasi altri duecento come conseguenza dell’acquisizione di Waldenbooks, più soluzioni commerciali di dimensioni ridotte come Borders Express. Dopo traversie che si sono protratte per almeno un paio d’anni, Borders nei giorni scorsi ha ufficialmente annunciato la chiusura delle attività per incapacità di rifinanziare il business ormai in declino inesorabile. Fondata nel 1971 dai fratelli Borders, la catena si è espansa in questi quarant’anni rivaleggiando con Barnes&Noble per la dominanza nel segmento della vendita di libri originariamente e successivamente CD musicali e DVD video. Con Borders cade un altro illustre rappresentante del mondo retail offline incapace di leggere per tempo i segnali inizialmente deboli, ma negli anni sempre più forti e insistenti legati al passaggio al digitale. Personalmente un loyal customer di Borders, ricordo le ore passate a scrutare gli scaffali pieni di libri, le riviste sfogliate su comode poltrone, il meraviglioso profumo di carta stampata, le copertine sfiorate con le dita per il piacere della sensazione tattile, i CD preascoltati e i DVD Disney comprati per le bimbe. Il tutto principalmente a Redmond, ma anche alle Hawai’i e in un’altra dozzina di località. Borders era sinonimo di esperienza piacevole, sicurezza nella selezione e convenienza da tutti i punti di vista. Stesse emozioni provate da Tower Records, Virgin’s Megastore, Sam’s Goody e molte altre catene di prodotti di entertainment fisici che caratterizzavano il panorama del settore retail offline americano. Tutte ormai “evaporate” con B&N ultima sopravvissuta – sebbene fortemente ridimensionata – e in pesante crisi di indentità.

Sebbene la scomparsa di punti vendita come Borders sia un evento abbastanza ineluttabile ovunque, è altrettanto evidente che questa enorme catena ha commesso errori macroscopici una decina di anni fa, più o meno all’inizio della diffusione di Internet negli USA. La scelta di delegare ad Amazon.com la costruzione della propria presenza online è stata estremamente vantaggiosa per il retailer di Seattle perché ha di fatto eliminato un potenziale e ingombrante concorrente nella fase di iniziale di crescita e di espansione. Per Borders una sorta di suicidio preannunciato. Il fatto che il rapporto sia stato interrotto il 22 marzo 2007 dopo sei anni dimostra – almeno dall’esterno – come il management dell’azienda abbia agito in modo miope rispetto a uno tsunami che si stava abbattendo inesorabilmente su tutto il comparto. Per Amazon.com una perdita di fatturato stimata tra $80M e $160M, importo ridicolo rispetto al volume d’affari dell’epoca già superiore ai $7B annui. E – seppure imprecise – queste cifre erano un’indicazione della contribuzione online al fatturato di Borders, importi molto bassi in termini assoluti. Più recentemente, il lancio nel luglio 2010 di un proprio eBook store, un’ulteriore indicazione delle difficoltà di adattamento a un mondo completamente diverso e incapace di sostenere la struttura di costi di un colosso pensato e concepito in un’era pre-Internet.

E come sempre, la cosa più ridicola e forse irriverente, è che oggi il consumo di media – libri, notizie, musica e film – è di gran lunga superiore rispetto agli anni d’oro di Borders. A beneficiarne Amazon.com, Netflix, Apple e pochi altri emeriti sconosciuti nel settore solo pochi anni fa.