Dobbiamo proprio diventare “amici”?

LinkedIn friendOgni giorno ricevo almeno una ventina di richieste di contatto su LinkedIn. Arrivano da divers parti del pianeta. Oltre che dall’Italia, le richieste pervengono da UK, USA, paesi asiatici, Medio Oriente e dal continente africano. Tutto sommato una buona copertura geografica e spesso contatti utili, interessanti. Soltanto di rado qualche evidente interazione finalizzata alla vendita di qualche servizio o prodotto. LinkedIn è una “piattaforma di lavoro” ed espandere il proprio network.

Diverso il mio atteggiamento su Facebook. In questo caso sono estremamente selettivo nell’accettare richieste (e le mie impostazioni non consentono molte interazioni con chi non è un Friend). Considero quella piattaforma limitata alle conoscenze di lunga data e con le quali avrò realisticamente qualche forma di interazione continuativa nel tempo, interessi in comune o il piacere di essere indirettamente informato su aspetti personali.

Come anticipato, su LinkedIn ho seguito fin dall’inizio un approccio molto meno restrittivo. Trattandosi di una piattaforma social per professionisti, giusto interagire anche con contatti che potrebbero manifestarsi nel giro di poco tempo come estemporanei e poco rilevanti per diversi motivi. C’è valore nella quantità, mentre percepisco utilità nella selettività su FB.

Quello che mi aspetto da chi mi contatta su LinkedIn, però, è un minimo di chiarezza e trasparenza. Essendo l’obiettivo quello di costruire dei contatti potenzialmente utili a fini professionali, farsi conoscere al meglio delle propri potenzialità quasi scontato e logico. Spesso, invece, mi imbatto in profili senza foto e descrizioni personali e professionali limitate a poche righe. Devo ammettere che in diverse occasioni ho esitato e poi deciso di non accettare richieste da profili “vuoti” di contenuto. Non riesco nemmeno a capire se mi viene proposto di interagire con un uomo o una donna, il lavoro o il settore di competenza e gli eventuali elementi comuni e di scambio. Il messaggio standard proposto da LinkedIn poi non aiuta. Sebbene molto più comodo non fare nulla, specificare in un paio di righe il motivo della richiesta (e.g. condividiamo la passione per la tecnologia, lavoro nella stessa azienda dove hai lavorato tu, sarò alla conferenza dove ho visto presenterai, …) aumenterebbe la propensione ad accettare una richiesta.

In alcune occasioni arrivo a pensare addirittura che si tratti di profili fasulli o quantomeno sospetti. Forse timore eccessivo, ma immagino che frodi e impersonificazioni siano all’ordine del giorno anche su LinkedIn. Come suggerito in questo post, esistono diversi metodi e strumenti per determinare l’autenticità di un account. Personalmente non ho sufficiente tempo a disposizione per verificare ogni richiesta o anche solo quelle sospette. In ogni situazione dubbia, semplicemente non accetto. E sono a oltre 1,000 richieste inesaudite negli ultimi mesi!!!

La lezione di Twitter

Twitter layoffsAll’inizio della settimana Twitter ha ridotto significativamente il proprio organico (8%) procedendo a una serie di licenziamenti (336), soprattutto nell’area tecnica. Succede nelle aziende più blasonate e anche in rappresentati dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Quindi non una sorpresa – indiscrezioni erano trapelate la settimana precedente – ma di sicuro la notizia sta nelle modalità seguite per comunicare il licenziamento ai diretti interessati. Si è trattato di un esercizio di RIF (Reduction in Force) eseguito in modo molto sistematico e repentino. Diversi diretti interessati hanno raccontato di aver ricevuto una comunicazione telefonica e quando ritornati al proprio laptop, l’account aziendale xxx@twitter.com era stato disabilitato. Una sorta si licenziamento in tempo reale esteso a tutte le manifestazioni dell’appartenere a un’azienda. E per una corporation che opera nel settore Internet forse l’elemento più impattante è proprio la recessione istantanea e totale delle credenziali aziendali con tutto quello che ne consegue.

La lezione da questa vicenda? Evito qualsiasi commento sullo stile e le modalità perché in realtà quanto appena successo è forse solo un’anomalia per chi è ancorato a concezioni aziendali alla Fantozzi. Il mondo gira così ed è bene saperlo ed essere pronti a ogni evenienza. Piuttosto voglio soffermarmi sulle implicazioni  digitali di una dismissione così netta e repentina. Perdere l’account di posta e le credenziali di autenticazione a qualsiasi risorsa aziendale (spazio cloud, share interne, intranet, …) significa trovarsi all’improvviso totalmente tagliati fuori dal mondo lavorativo al quale si apparteneva fino a qualche secondo prima. Cosa fare? Ecco alcuni consigli:

  • Contatti lavorativi. Mi riferisco principalmente agli interlocutori esterni incontrati e conosciuti nel tempo. Spesso tra questi nominativi potrebbe trovarsi il prossimo datore di lavoro o comunque un punto di riferimento utile e interessante per diversi motivi. Sebbene siano relazioni sviluppate in nome e per conto dell’azienda, in ultima battuta si tratta di interazioni interpersonali dove la componente umana svolge un ruolo chiave. Quindi le ritengo informazioni legittimamente di proprietà di entrambi i soggetti, dipendente ed azienda. Perdere questo insieme di relazioni un vero peccato. Consiglio quindi di aggiungere sistematicamente ogni nuovo contatto in un proprio address book, idealmente salvato in cloud e quindi sempre raggiungibile e da qualsiasi dispositivo.
  • Informazioni digitali personali. Avete usato il computer aziendale come se fosse vostro? Male, molto male. Bisogna tracciare una riga netta tra i dispositivi messi a disposizione dall’azienda e i propri, non potendo in alcun modo prescindere da questi ultimi. Anzi, sono proprio i dispositivi personali sui quali si deve fare affidamento e non quelli aziendali. Nulla di personale sta sul Mac aziendale che uso. Qualsiasi informazione digitale – come password e simili – è associata a un mio account personale che controllo e gestisco sempre e solo io. Inutile dire che nessun mio file fisico risiede sul disco fisso del computer che uso per lavoro.
  • Foto, video e musica. Immagino soprattuto foto. Se presenti sui computer aziendali, recuperarle non impossibile, ma nemmeno istantaneo. Non ho elementi per commentare in modo esplicito la situazione venutasi a creare in Twitter, ma non illogico ipotizzare la presenza di procedure software di gestione remota per provvedere al “freeze” del computer o anche alla cancellazione del contenuto (succede in casi di terminazioni per gravi violazioni di regole interne o anche per crimini di vario genere). Se fosse, tutto quanto risiede sul disco fisso (o SSD) del “vostro” laptop risulta inaccessibile e forse perso per sempre.

Rigore nella gestione di dati e file personali salvandoli sempre e solo in location remote. Evitare di usare un asset aziendale per qualsiasi cosa di personale. Questi i due principi da seguire.

In molte aziende americane è fatto espresso divieto di trasferire un file all’esterno attraverso porte di comunicazione (come USB) e appositi software controllano che ciò non avvenga. Molto semplicemente potrebbe trattarsi di una violazione del codice di condotta comportamentale, parte degli accordi in vigore tra azienda e dipendente. Stesso discorso per la WiFi.

L’augurio che chiunque possa sempre essere in controllo dei momenti in entrata e in uscita da un’azienda, ma non sempre è così. E considerando quanto digitali siano le nostre vite quotidiane, il rischio di confondere tra quanto sia personale e quanto aziendale forte e comune. Non fatelo: 336 dipendenti di Twitter si sono trovati fuori dall’azienda in “tempo reale” andando incontro ai problemi descritti in questo post. Il rischio giustifica un investimento in hardware e in cloud per stare al sicuro. Parte degli oneri e delle responsabilità del vivere in un’epoca digitale.

Domini personali: idea semplice e carina

Personal domainsI miei “assets digitali” sono ormai ben delineati e consolidati nel tempo. Questo blog – sebbene bistrattato ultimamente – un repository fotografico, un blog in inglese oltre a presenze personalizzate su diversi social media, da Facebook a LinkedIn.

Negli anni si sono sviluppati e sedimentati diversi concetti e abitudini ormai condivisi da molti a livello planetario. LinkedIn, per esempio, è di fatto sinonimo di informazioni aggiornate e puntuali sul profilo professionale di ciascuno di noi. Sempre più spesso, prima di un meeting mi documento sulle persone che andrò a incontrare per avere una prospettiva più completa. Esercizio banale e semplice che potrebbe essere reso molto più scientifico estendendolo ad altre fonti digitali, ma che noto molti altri eseguono ormai quasi in modo regolare.

Da qualche giorno GoDaddy – azienda per la quale lavoro – ha introdotto un servizio molto semplice, ma concettualmente carino e tutto sommato utile: Personal Domains. Si tratta di associare (o puntare) un dominio verso una propria presenza social in modo da poterla raggiungere facilmente. Ritornando a LinkedIn, il mio profilo è in qualche modo equivalente al mio curriculum professionale. Ho pensato quindi di acquistare il dominio smaruzzi.info e di puntarlo direttamente alla mia pagina LinkedIn. Visto che la motivazione prevalente per andare su LinkedIn consiste nel recuperare le informazioni relative a un soggetto, il dominio con estensione .info mi è sembrato il più appropriato tra le centinaia disponibili al momento. Ho acquistato il dominio e ho provveduto ad associarlo al mio profilo LinkedIn. Ora digitando smaruzzi.info l’accesso è diretto. Nulla di sbalorditivo, ma ci può stare.

Quando penso di usare questo URL? In generale in qualsiasi occasione dove devo introdurmi e presentarmi a qualcuno. Spesso mi capita scrivendo email rivolgendomi a nuovi contatti internazionali. Da questo momento in poi includerò il dominio personale (facile e veloce da digitare oltre che sufficientemente auto esplicativo) direttamente nel testo. Un secondo scenario potrebbe essere la firma digitale contenente i miei contatti, magari sempre e solo quella utilizzata verso riferimenti esterni.

 

Out of focus eppure …

out-of-focus-blurHo una certa passione per la fotografia digitale, ma non sono di sicuro un esperto in materia. Detto ciò, riesco comunque a distinguere una foto fuori fuoco (quindi inquadrabile), da una realizzata appositamente per mettere fuori fuoco alcune porzioni (per esempio facendo panning di auto, moto, bici, atleti o animali in movimento. Spesso mi capita di osservare un fenomeno che trovo quantomeno strano, se non addirittura imbarazzante se non forse preoccupante: il posting esplicito e consapevole di primi piani fuori fuoco. Non è certo un crimine o una delle cose peggiori che si possano fare, ma proprio non la reggo.

Mi sembra un controsenso totale per molti motivi. perfettamente consapevole del fatto che non sia semplice e facile scattare foto di altissima qualità soprattutto in condizioni di scarsa illuminazione come una sera al ristorante. Il tutto aggravato se è uno smartphone il dispositivo utilizzato per le limitate opzioni di interazione con le componenti fotografiche, salvo usare applicazioni diverse da quelle normalmente in dotazione standard. Quindi ci sta che le immagini siano mosse e sfuocate. Succede e succederà fino a quando la tecnologia Lytro (o soluzioni simili) non equipaggeranno gli smartphones.

Quello che on capisco, nell’ordine:

  • perché pubblicare una foto il cui contenuto è poco comprensibile proprio perché mancano i presupposti di fondo nell’immagine stessa?
  • visto che spesso (se non sempre) queste foto sono pubblicate per soddisfare una quasi maniacale esigenza di comunicare e di farsi vedere, quale il vantaggio di farlo con un’immagine che – proprio perché difettosa – non può che trasferire una percezione molto vaga e confusa. La donna nella foto è carina? È in forma? Chi lo può dire visto che non è proprio possibile arrivare ad alcuna conclusione.

Nonostante ciò, ogni giorno vedo esempi che ricadono in questa categoria: immagini fuori fuoco postate con grand orgoglio e soddisfazione per dimostrare di essere stati in un ceto posto, essersi divertiti a una cena, essere in compagnia di e altro ancora. Quali siano i ragionamenti mentali dietro simili scelte proprio non riesco a capirlo, o meglio a metterli a fuoco!

Ancora peggio la reazione delle persone. Intendo dire: non basta che ci sia un cretino/a che pensa di fare una cosa intelligente postando un’immagine inquadrabile. Ci sono anche quelli che – nonostante tutto – commentano e spesso lo fanno con toni di apprezzamento e di approvazione. Mi è capitato spesso di vedere cose del tipo: Sei bellissima xxx! (ometto i riferimenti espliciti e mi limito a un solo esempio visto che sto parlando dei miei contatti/amici su FB). No, scusate, come è possibile fare un commento così demenziale? È vero che i bugiardi si sprecano, i lecca___o sono iper presenti, i subodotati non si tirano mai indietro, ma … davvero?

Adesso mi sento meglio!

 

Helping you kick ass in your venture

GoDaddy New logoEsistono molti modi per esprimere la propria identità digitale. Per alcuni la soluzione più semplice consiste nell’astenersi dal farlo. Conosco almeno un paio di persone, perfettamente sane, mature e nella pienezza delle proprie facoltà mentali che non dispongono di un profilo Facebook. Vivono una vita felice e non sembrano manifestare scompensi particolari. E Facebook, per quanto super popolare, non è di sicuro l’unico modo per manifestare la propria digital identity. Esistono dozzine e dozzine di servizi più o meno specializzati – About.me forse il più carino per semplicità e immediatezza – pensati come piattaforme sulle quali “saltare” per raccontarsi, conoscere, comunicare, interagire e collaborare. All’abbondanza delle soluzioni per il singolo non corrisponde un’altrettanto ricca serie di alternative quando si ricopre un ruolo professionale. D’altronde ciascuno di noi è dapprima un individuo e poi un fotografo, un manager, un artista, un contribuente, un imprenditore o un professionista. Più semplice, comodo e spontaneo raccontare del rancio di pesce spada alla griglia attraverso una foto che descrivere il proprio business.

Analizzando i numeri, si arriva sempre a un risultato scontato e comune alle maggiori economie mondiali: nonostante il fascino rappresentato dalle grandi aziende con brand capaci di suscitare emozioni e sogni, i numeri – sia in termini occupazionali che di fatturato – arrivano dalla somma della laboriosità delle Small-Medium Enterprises (SMEs). Qualcosa come la teoria della lunga coda applicata all’economia da sempre. La definizione di SME parte realtà composte da un singolo individuo  fino a raggiungere dimensioni comunque sempre contenute. Vale per qualsiasi economia, partendo dagli Stati Uniti in giù. Affascinati per molti motivi le varie GE, Apple, Amazon, Microsoft, Intel, Tesla, Ford, P&G, Shell, HSBC di questo mondo, ma è il generico Joe che rappresenta la maggioranza degli individui sul pianeta e contribuisce alla produzione della ricchezza complessiva. Tutte le aziende citate in precedenza in ultima battuta lavorano e sviluppano prodotti e servizi per Joe. Essere digitale per Joe è semplice quando si tratta di cercare un’anima gemella, commentare di calcio, prenotare un viaggio o fare degli acquisti. Più complicato quando Joe diventa protagonista in prima persona e deve rappresentare il proprio business nel contesto digitale. A scuola viene insegnato Dante e Manzoni, un po’ meno – ma magari sbaglio e mi scuso – come fare business con strumenti digitali molto complessi nella loro costruzione, ma spesso resi disponibili a costo zero o irrisorio.

GoDaddy non ha la presunzione di colmare il gap tra le lezioni di letteratura italiana (argomento assolutamente fondamentale e vitale come avete ben capito) e la tecnologia, ma molto più semplicemente offre una serie di servizi digitali concepiti e progettati avendo in mente le SMEs di tutto il mondo e le loro esigenze. Negli USA l’azienda è molto nota per i propri servizi (oltre 55 milioni di domini in gestione, 12 milioni di clienti, 9 sedi, 4,000+ dipendenti, …), una strategia di comunicazione molto aggressiva (sotto il commercial del SuperBowl 2013 che ha fatto sognare tutti i nerds del pianeta), un pilota vincente in Formula IndyCar, una spokeperson di grande successo come Danica Patrick, una mezza dozzina di acquisizioni nel 2013, un leadership team composto da egregi professionisti e di provate qualità e per aver ricevuto alcuni miliardi di dollari di investimento per accelerare la crescita da parte di tre fondi i investimento top nel settore tecnologico. Ora tocca all’espansione internazionale con EMEA (Europe, Middle East and Africa) come prima tappa con base Londra. Exciting.

I rischi e le opportunità per Apple

Lungi da me l’idea di avere una ricetta per una realtà così di successo e formata da migliaia di talenti come Apple. Da semplice appassionato e utilizzatore quotidiano della loro tecnologia, mi avventuro in una serie di considerazioni guidate dalla passione e dal desiderio di beneficiare di altra innovazione nella vita di tutti i giorni. La pressione sull’azienda di Cupertino è aumentata sensibilmente negli ultimi tempi e su più fronti:

  1. innovazione di prodotto;
  2. organizzazione interna;
  3. risultati finanziari.

Dei tre, quello principale è di sicuro il primo. Gli altri due forse una conseguenza o anche elementi in parte esterni all’azienda stessa. Come sempre, un’offerta vincente è di per sé il punto di partenza ideale per gestire scenari di business complicati, ma potenzialmente destinati al successo. Apple ha guidato con saggezza e visione il passaggio da un’era pluri decennale dominata dai personal computer verso forme di computing e di sviluppo software differenti. Dapprima con iPhone e più recentemente con iPad. La componente touch e la creazione di nuove piattaforme software i due elementi dirompenti e innovativi. Pur avendo una buona dotazione domestica di iMac e Mac di varia natura, sento due esigenze quasi conflittuali: fare un upgrade dell’hardware per disporre di porte di comunicazione esterne più perforanti e, allo stesso tempo, percepisco l’esigenza di razionalizzare l’utilizzo tra computer e tablet. Entrambi hanno caratteristiche uniche, distintive e vincenti, ma manca ancora di capire la traiettoria evolutiva delle due linee. Da tempo è noto l’intento di cross-fertilize Mac OS X con elementi di iOS e viceversa, ma la velocità di esecuzione sembra tale da non preconfigurare un significativo avvicinamento a breve. E questo aspetto introduce il secondo punto di riflessione, l’organizzazione interna.

Apple nel secondo trimestre 2012 ha rivoluzionato i ranghi interni ridistribuendo le mansioni e concentrando in un unico riporto lo sviluppo software di Mac OS X e iOS. Ed è esattamene nell’area del software che le debolezze più significative sono emerse ultimamente. Lasciamo perdere le mappe per iOS, un mezzo disastro annunciato e la motivazione che quasi certamente ha portato Tim Cook, CEO dell’azienda, a ribaltare l’organigramma. C’è molto da fare su più fronti e non solo in chiave strategica. La prima considerazione è che le apps di Apple per iOS non sono più così centrali nell’esperienza complessiva fornita dal sistema nel suo complesso. In altri termini, le apps di Apple non sono proprio così cool come ci si aspetterebbe o come era nel passato recente. Altri sanno fare di meglio. Mappe: innegabile che Google Maps sia lo standard nel settore. Anche per quanto riguardo accessori concettualmente modesti e semplici come calendario e addressario, le versioni ufficiali di Apple sono rimaste ancorate a un modello molto semplice, ormai superato e soprattutto poco funzionale. La musica e i contenuti digitali meritano poi un’osservazione particolare. Avete mai provato a usare le app Music, Video e iTunes? Perché tre e perché tutto così complicato? A volte sembra un vero rompicapo capire come scaricare su un dispositivo una canzone precedentemente acquistata da un Mac e disponibile con iTunes Match, mentre l’inclusione in una playlist è di una scomodità incredibile. L’acquisto di un film o di un TV Show avviene sia attraverso l’app iTunes che Video, dove quest’ultima è però quella demandata al playback. E poi anche solo a livello di nome, Video?

I problemi di usabilità di iOS sono comunque intrinseci nel sistema operativo. Fare la ricerca di un qualsiasi elemento con l’apposita barra che scompare dopo uno scrolling verticale perché posta in cima alla pagina ma non ancorata, è semplicemente scemo: rende complicata un’azione utile e semplice. Non potere associare una foto a ciascun contatto sembra un vincolo anni ’60. Poter definire un numero telefonico come predefinito e non un profilo di un utente, un’altra eredità della primissima versione di iOS che potrebbe essere superata con slancio. Apps come Stocks e Meteo credo non vengano nemmeno mai aperte.

Sanremo 02Sanremo 01Passando alla musica, iTunes è un altro candidato a un profondo ripensamento sia nella UI che nella logica del servizio. Apple ha acquistato Lala anni fa – azienda specializzata nello streaming di musica – per poi non farne nulla. E intanto Spotify avanza e conquista sostenitori in qualsiasi mercato sebbene il suo modello di business sia alquanto incerto e traballante. E anche un consumatore poco coccolato come quello italiano può da tempo acquistare gli stessi brani a €99 centesimi da Amazon.it rispetto a €1.29 risparmiando nel tempo un non proprio trascurabile 30% e beneficiando della modalità streaming con Amazon Cloud Player. Nel caso dell’album del festival di Sanremo 2013, il risparmio è di €1 per un prodotto identico.

Il software applicativo Apple è stato oggetto di qualche intervento cosmetico nel 2012 per meglio sfruttare iCloud, ma è essenzialmente fermo da 3+ anni, almeno per quanto riguarda Mac OS X. Il sospetto che questa area non venga considerata strategica è più che fondato, ma rimane pur sempre il desiderio di disporre di strumenti aggiornati. Ovvio che se il futuro è più sbilanciato verso iOS come i numeri di vendita fanno chiaramente intendere, difficile aspettarsi grande vigore in questo ambito per la piattaforma Mac OS X. Il futuro non è esattamente oggi e gestire la transizione con software aggiornato farebbe comodo.

Sul fronte finanziario è di queste ultime ore la polemica sulla proposta del board of directors di Apple di emettere delle azioni preferenziali in congiunzione con altre iniziative. Un giudice federale ha accolto il ricorso di David Einhorn di Greenlight Capital Inc. e forza l’azienda a ritirare questa proposta aprendo anche la strada alla richiesta degli azionisti di veder ridistribuita una porzione più consistente di quanto fatto fino a oggi dei $137 miliardi di cash a disposizione. Indipendentemente dagli eventuali interessi personali, il tutto può essere letto come un ulteriore segnale di impasse della dirigenza che si trova in difficoltà nel produrre altro valore economico dalle riserve maturate trimestre dopo trimestre. Se poi si aggiunge il fatto che il valore dell’azione AAPL è sceso da $700 del settembre 2012 a meno di $450 del mese di febbraio, è evidente che anche questa area del business meriti qualche attenzione.

Correto quindi guardare al prossimo futuro con un misto di curiosità, attesa e speranza per prodotti innovativi, ma anche per una forte accelerazione nello sviluppo software su tutti i fronti. In prima battuta iOS. La prossima versione deve davvero presentare novità concrete nell’area dell’usabilità in primis e nelle apps che equipaggiano il sistema operativo. Il futuro è nell’engagement con i consumatori e gran parte di questo obiettivo è appunto demandato alle apps. Se Apple delega tutto ciò a terze parti viene meno a quella che è la sua missione storica principale.

Cos’è il tuo Social Graph

Wolfram Alpha Social GraphDa ieri il termine Graph è ufficialmente sdoganato per decine e decine di milioni di utenti in tutto il mondo grazie a Graph Search, il nuovo motore di ricerca sociale introdotto  da Facebook. Indipendentemente dalle reazioni degli analisti e dei mercati finanziari (il titolo Facebook è calato in una giornata negativa per l’intero Nasdaq) questo è l’argomento del giorno. Negli USA uno dei commenti relativi all’annuncio riguarda il nome: il termine Graph non è molto chiaro e per molti indica qualcosa con reminiscenze scolastiche o legato al business: grafico finanziario, delle vendite o un piano cartesiano. Nella terminologia di Facebook, qualcosa di leggermente diverso. Si tratta del grafico che definisce le relazioni tra individui, in pratica quello che viene descritto come l’insieme delle relazioni con i propri amici. Il tutto forse noto più comunemente come social network. Social Graph ha un valore più ricco, però, perché sottintende relazioni e dati associati. Un passo per volta.

OK, gli amici. Ma c’è qualcosa d’altro d’interessante? Il modo migliore per rispondere a questo interrogativo consiste nell’immergersi all’interno del proprio social graph per capirne i contenuti, i contorni e anche comprendere quali informazioni siano disponibili a terze parti, oltre che a Facebook ovviamente. Da diverso tempo il motore di ricerca Wolfram Alpha ha sviluppato un apposito tool particolarmente valido proprio per la componente educativa e informativa sul tema. Prima cosa da fare è collegarsi con le proprie credenziali Facebook a questa pagina. Il report generato in un paio di minuti (forse un po’ di più per chi ha un social graph molto complesso) è una specie di radiografia nel tempo del proprio comportamento su Facebook e delle interazioni con i propri amici. Logico quindi che molte informazioni siano quasi personali, riservate e utili per capire chi siamo, come ci comportiamo, preferenze, abitudini e stili di vita. L’immagine di questo post è recuperata dal report personale prodotto da Wolfram Alpha e non contiene elementi troppo compromettenti. Alcune considerazioni riguardo la mia persona però le potete dedurre facilmente:

  • la presenza di due terzi di amici maschi chiaramente rafforza il sospetto che anche io lo sia;
  • l’80% dei miei contatti indica di essere sposato/a;
  • la percentuale più significativa dei miei contatti si attesta introno ai quarant’anni.

Per chi mi conosce nessuna sorpresa: questi tre parametri social sono in linea con le aspettative e congruenti con il mio status. Ma come credo sia evidente, queste sono solo alcune delle informazioni e dei dati estraibili. Ancora una volta, nulla di sorprendente per voi visto che – immagino – ciascuno abbia una buona conoscenza di sé stesso. Ora un’ovvietà e una domanda. Immaginate di essere un servizio con un miliardo di utenti e di poter “conoscere” ogni singolo individuo sulla base di info come quelle recuperate dal report generato da Wolfram Alpha. Non male, vero? Vi vengono in mente idee di business? Uno dei paradigmi portanti dei business Internet di successo sono i volumi e la scalabilità: mi sembra che in questo caso ci siamo.

Ecco la domanda: è evidente come questo patrimonio informativo sia costantemente accessibile da parte di Facebook, analizzandolo sempre nella versione più aggiornata e completa. Ma Wolfram Alpha come fa? Essendo una terza parte – una società indipendente – come riesce ad accedere a questo patrimonio informativo che in realtà dovrebbe essere condiviso tra due sole entità, Facebook appunto e un utente, il tutto moltiplicato per 1,000,000,000? La risposta è semplice: Graph API. Si tratta di un insieme di funzioni documentate da Facebook e accessibili a chiunque per sviluppare applicazioni di ogni genere – da giochi a report come quello descritto – potendo contare sull’incredibile ricchezza dei dati sottostanti e avendo come limite unico la fantasia per capire come utilizzare questi ingredienti per realizzare applicazioni e servizi utili a milioni di persone.

Il sospetto che avremo modo nel prossimi futuro di confrontarci con il termine Graph sembra sempre più una eventualità concreta.