Browsing su iPad con AdBlock Fast: piacevole e consigliabile

Repubblica withoutHo installato l’app AdBlock Fast per liberarmi di una quantità inutile e quasi sempre invasiva di pubblicità. Mi sento molto meglio adesso. La nuova funzionalità Content Blockers di iOS 9 al centro di molte polemiche è per me – in qualità di utente – una vera manna e una soluzione davvero apprezzabile. Molto spesso infatti la navigazione nel browser (questo blocker non agisce sulle apps) risultava incredibilmente noiosa e irrazionale a casa di video in auto esecuzione, popup multiple, auto refresh e altre forme di invasione non richieste impattando sulla velocità e i tempi di rendering di una pagina. Davvero la navigazione ne beneficia e – al momento almeno – il layout delle pagine non sembra subire alcuna penalizzazione o difetto di visualizzazione. Un piacere scorrere in modo veloce e “pulito” le componenti editoriali apprezzandole per quello che sono senza essere obbligato ad ascoltare i messaggi spesso irrilevanti di aziende energetiche, case automobilistiche, assicurazioni varie e molto altro ancora.

Repubblica withMolti obietteranno che i contenuti sono spesso forniti gratuitamente e che per i produttori (gli editori) assumere un atteggiamento un po’ aggressivo nella spinta dei messaggi pubblicitari rappresenti un’esigenza quasi obbligatoria. Tesi a mio avviso che non regge molto per diversi motivi, essendo un convinto assertore del modello di subscription. Il livello di invasività raggiunto negli ultimi tempi è tale da aver indotto una sensazione di rigetto e di rifiuto che immagino molti condividano. I contenuti sono spesso “sommersi” da elementi di adv talmente aggressivi da vere la sensazione di dover procedere con un machete per farsi largo attraverso una giungla quasi impenetrabile e soffocante.

NYTOltre a questi aspetti, un’interessante analisi condotta dal New York Times ha messo in evidenza come la velocità di caricamento di una pagina sia strutturata all’origine con il chiaro intento di ottimizzare la visualizzazione della pubblicità a scapito dei contenuti.  Per esempio, nel casa di boston.com il tempo di caricamento della home page su dispositivo mobile con connessione 4G (definita LTE negli USA) ha richiesto oltre 30 secondi per la componente pubblicitaria e 8 per quella editoriale. questi valori corrispondono anche a un costo di connessione di 32 centesimi di dollaro ogni volta che viene visualizzata la home page di questo quotidiano online (selezionate sui tre pulsanti della scheda interattiva del NYT per visualizzare le diverse analisi). Questo significa tra l’altro che l’utilizzo degli ad blockers accelera in modo significato i tempi di risposta e di visualizzazione dei contenuti su un dispositivo mobile.

Favorire o anche solo caldeggiare l’adozione di ad blockers chiaramente presenta delle controindicazioni per le aziende impegnate nella promozione dei propri prodotti o nell’acquisizione di nuovi clienti. Diversi esperti del settore hanno calcolato che l’impatto della scelta di Apple potrà avere sui conti di Google, arrivando anche a ipotizzare che si tratti di una decisione espressamente mirata a minare i conti dell’azienda una volta alleata e più recentemente considerata da Steve Jobs come un’acerrima rivale. Nonostante tutto, vedo solo in modo positivo l’impatto e l’adozione degli ad bloccare perché forzeranno l’industria a rivedere i propri modelli di comunicazione, in interazione con i consumatori e porteranno inevitabilmente a delle esperienze di navigazione più bilanciate.

Sulla legalità di questo genere di soluzioni e più specificatamente di Adblock Plus si è pronunciata in più occasioni una corte tedesca riaffermando la legalità della soluzione e il conseguente utilizzo da parte degli utenti. Un motivo in più per approvare il problema della produzione di contenuti e dei costi connessi con un approccio meno invasivo e penalizzante del modello attuale.

 

PS Le immagini si riferiscono alla versione Web di Repubblica.it. Quella su tabelet era molto più invasiva con popup di vario genere e refresh continui della home page. Tutto sparito con Adblock Fast.

 

Consumo indicizzato, non lineare di “televisione”

Left IndexTelevisione: da anni provo un certo disagio quando impiego questo termine. Ormai lo penso sinonimo di quella che si definisce la TV commerciale, cioè TV di stato e canali distribuiti prevalentemente sotto forma di digitale terrestre. Quest’ultima è una definizione limitativa e parziale, un tentativo di differenziazione rispetto alla TV ad abbonamento modulare tipica degli USA e abbastanza popolare anche in Europa da alcuni anni. Di sicuro il termine televisione non identifica il dispositivo fisico presente nelle case, ormai a tutti gli effetti uno schermo , un visualizzatore di contenuti digitale.

Sulla base di questa empirica classificazione, osservando il mio comportamento negli ultimi anni sono arrivato alle seguenti conclusioni:

  • il mio consumo di TV commerciale è nullo, praticamente vicino allo zero. Non fosse stato per il referendum della Scozia del scorso 18 settembre 2014, un’occasionale zapping che mi ha portato su Channel 5 dove trasmettevano Benefit Brits by the Sea (da brividi!) e 20 minuti di BBC 1 il 31 dicembre, non ricordo alcun altro momento nell’arco degli ultimi 16 mesi almeno. Stesso discorso per la televisione italiana negli anni precedenti. Credo che la mia astinenza volontaria dai primi 6 canali di un generico telecomando risalga al 2007 come minimo. Non un elemento di vanto o di distinzione, ma un dato di fatto.
  • mediamente il stop box di Sky è operativo una decina di ore alla settimana al massimo e non sempre per visualizzare contenuti, ma spesso per registrarli e basta. Solo alcuni eventi sportivi (a gennaio i Play Offs NFL e le poche partite della Premier League trasmesse localmente) costituiscono un momento di sfruttamento di questa fonte di contenuti e di intrattenimento. In aggiunta mediamente un film (2 ore?) sempre in download attingendo alla libreria di Sky. Non succede con cadenza regolare ogni settimana: forse più realisticamente ogni 2 o anche più.
  • Lo schermo di casa (quello che una volta si chiamava televisore e/o televisione) risulta acceso più spesso di quanto descritto in precedenza perché – quando si presenta l’occasione – visualizzo alcuni contenuti digitali che ho prodotto, soprattutto foto e in qualche rara occasione video.

Nonostante questo quadro quasi deprimente, consumo un’incredibile quantità di contenuti, scritti e video tralasciando la musica sempre presente e mai attraverso una radio: categoricamente mai.

Numeri alla mano – sebbene non possa presentare un’analisi quantitativa e qualitativa iper precisa – al #1 nella graduatoria dei dispositivi di consumo di contenuto si posiziona il mio iPad Air 2, incalzato dall’iPhone 6 per ovvi motivi e per una tipologia di materiale leggermente diversa (principalmente testo). Ho realizzato che i contenuti video – documentari, film e TV shows – che una volta veicolavo sullo schermo di casa, oggi sono consumati sempre e solo attraverso iPad. E ancora più sorprendente, la fonte di approvvigionamento di questi contenuti è Amazon Prime, molto di più di Sky Go, BBC iPlayer o qualsiasi altra fonte video di tipo tradizionale. Probabilmente se sottoscrivessi un abbonamento a Netflix, credo sarebbe un testa a testa con Amazon Prime per la posizione #1.

Difficile generalizzare e anche arrivare a conclusioni categoriche. Di sicuro molti ancora guardano BBC o RAI, come ITV o Canale 5. Sinceramente contento per loro e per le rispettive aziende. Ma in un mondo che si sta sempre più spostando verso la specializzazione in qualsiasi area e settore, potendo disporre di alternative e di un panorama di contenuti così ampio da riuscire a soddisfare i gusti più disparati, perché accontentarsi di una programmazione “imposta” potendo fare diversamente?

Non sono l’unico a farlo. Poche sere fa mi sono trovato su un treno in direzione sud-ovest in partenza da Waterloo Station alle 6:00pm di un giorno lavorativo. Ordinatamente pieno compresi corridoi e piattaforme di accesso, ho osservato il comportamento dei “commuter” giornalieri, essendo io un intruso e un non-professionista della categoria di chi utilizza il treno per raggiungere il posto di lavoro. Devo ammettere di aver visto 3 lettori di The Evening Standard, quotidiano gratuito distribuito ovunque nel centro di Londra. Alcuni dormivano. La maggior parte era alle prese con il consumo di contenuti. Semplicissimo individuare i professionisti della trasferta. Armati di iPad con reggi schermo per ottimizzare la visione e la comodità nel viaggio, batteria carica al 100%, una miriade di contenuti scaricati in locale.

Un trentenne si è sciroppato almeno due episodi di un TV show che io considererei illegale per la pochezza cerebrale che lo caratterizzava. Ambientato in un futuro così poco credibile da risultare sciocco, vedeva dei protagonisti alquanto strampalati combattere contro dinosauri. Immagino che il creatore della serie abbia ritenuto assolutamente vincente mixare passato e futuro, raccogliendo il consenso di un produttore che ha finanziato il “capolavoro” e almeno di quell’utente che avidamente ne consumava i frame.

Un signore vicino al pensionamento credo avesse sul suo iPad una libreria immensa di contenuti visto che in un’ora di viaggio ne ha selezionati e visti parecchi. La domanda e il dubbio che mi è sorto riguardava le fonti di approvvigionamento e se si trattasse di materiale ottenuto legalmente. Non è dato di sapere sebbene il sospetto è che a fronte di una mole simile il soggetto in questione debba aver trovato delle soluzioni particolarmente vantaggiose per potersi permettere una scelta così variegata. Sorvolando su questo punto (anche se non ci sarebbe proprio da sorvolare!), mi ha colpito l’atteggiamento sviluppato nel tempo e conseguenza diretta di una condizione clinica che definirei da “abbondanza di contenuti”. Dopo aver visionato un’epica finale di hockey su ghiaccio tra Canada e URSS vinta dai primi 6 a 5 e giocata senza elmetto (primi anni 70?), sono stati necessari almeno una dozzina di tentativi prima di trovare un altro contenuto sufficientemente interessante. In questa fase il suo indice sinistro (mancino?) ha ricoperto un ruolo da protagonista venendo utilizzato per selezionare i clip e – qui la sorpresa – per esprimere un verdetto qualitativo quasi istantaneo. Subito dopo la partenza del video, l’indice sinistro rimaneva operativo posizionandosi a pochi millimetri dal pulsante Done, quasi come se stesse per esprimere una sentenza, un verdetto definitivo sulla capacità del clip selezionato di trasferire un livello di interesse, gradimento e compagnia adeguato alla situazione. Tempo richiesto per arrivare a questa conclusione? Qualche secondo, massimo una decina.

Ho trovato questo comportamento particolarmente sintomatico di chi vive in una condizione di grande abbondanza e scelta e mi ci sono ritrovato perché faccio più o meno la stessa cosa con la musica, da diversi anni almeno. Pochi secondi e se non scatta qualcosa, passo alla canzone successiva individuata secondo criteri di selezione personale. Non sono arrivato ancora a tanto con i video, forse perché non sono su un treno ogni giorno.

Le statistiche USA indicano come il consumo lineare di contenuti (una volta avrei scritto di televisione) stia crollando e come il numero dei cord cutters (quelli che annullano l’abbonamento a canali televisivi) sia in costante aumento. Nulla di nuovo e di sorprendente. In presenza di un livello maggiore di disponibilità di banda capace di garantire una copertura pervasiva, logico prevedere un accentuarsi di un comportamento simile vista la comodità della cosa da qualsiasi punto di vista. Rimane il dubbio sulla legittimità della presenza di quei contenuti sugli iPad dei molti viaggiatori di quel treno. Mi piace pensare che fossero il risultato di azioni lecite e legali. Se così fosse, si prospettano tempi entusiasmanti per i produttori di contenuti video.

Una svolta per Microsoft: caffè, libri, musica e computer?

A Barnes and Noble book store is shown here in Encinitas May 20, 2008Una soluzione molto creativa per risolvere velocemente i problemi di distanza di Microsoft dai consumatori potrebbe passare attraverso i libri, la musica e anche del buon caffè. È un’idea totalmente campata per aria, ma proprio per questo molto più credibile di altre. Questa la teoria emersa recentemente negli USA e che riprendo qui fornendo informazioni di background. Le premesse:

  • Microsoft ha un’abbondante disponibilità di cassa e genera profitti per diversi miliardi ogni trimestre. I soldi non le mancano;
  • La storia passate e recente di Microsoft è caratterizzata da investimenti miliardari spesso molto poco azzeccati, capaci di trasformarsi in colossali fallimenti. Advantage un esempio da $6B, ma non il solo;
  • Grazie a una letargia prolungata, Microsoft è oggi un punto di riferimento nell’ambito della consumer electronics molto più sbiadito rispetto a soli pochi anni fa. E lo stesso sta succedendo anche nell’ambito del software, soprattutto nei sistemi operativi. Windows è sempre meno indispensabile e la sua presenza su dispositivi mobili estremamente contenuta;
  • nell’ambito retail i timidi tentativi degli ultimi anni hanno portato alla costituzione di una quarantina di negozi in tutti gli USA, pochi, troppo pochi, per  poter articolare una strategia di reale contatto e interazione con i consumatori;
  • negli ultimi tempi ha stretto accordi con Nokia per la produzione di telefonini, ha realizzato una propria linea di computer innovativi sotto l’etichetta Surface. Non un grande successo, ma un significativo passaggio dal ruolo di produttore di software a quello di Hardware Manufacturer. Non poco per un’azienda che per molti anni si sera limitata a mouse e tastiere per poi passare alle console giochi. Adesso computer veri e propri in diretta concorrenza con i propri clienti quali Lenovo, Acer, Samsung, Dell, HP e molti altri;
  • nel maggio 2012 Microsoft ha investito $605M in un’azienda di proprietà di Barnes & Noble acquisendone il 17.6%. Un investimento “semplice” viste per le disponibilità di Microsoft;
  • la capitalizzazione di borsa di B&N è inferiore al miliardo di dollari e in costante calo da anni. Il settore dei libri fisici non è certo in espansione come dimostra il fallimento della seconda catena USA – Borders – risalente ormai a quasi due anni fa, il 2011. Futuro scricchiolante come per molti altri retailers.

Domanda legittima: chi è Barnes & Noble? È la catena di libri numero uno negli USA con 677 punti vendita attivi a fine gennaio 2013. Inoltre, B&N è l’azienda produttrice di Nook, un tablet con ambizioni di competere con iPad, Kindle e molti altri Android powered devices che ha riscontrato inizialmente un certo successo, meno negli ultimi tempi. Perché Microsoft abbia iniettato una buona dose di cash nell’anemico business di Nook non è chiarissimo, ma non impossibile formulare alcune ipotesi. Una di queste potrebbe consistere nell’assicurarsi una fonte più che autorevole per vendere ebook su Windows 8 e i tablet Surface. Inoltre, da sempre Microsoft ha cullato l’ambizione di installare il proprio software in settopbox di ogni genere, non riuscendoci mai. Potrebbe essere interessata ripetere l’esperimento a distanza di anni avendo come target degli ebook readers specializzati come sottoprodotto della loro attuale offerta di tablet.

677 punti vendita non sono pochi e sebbene in crisi, i locali B&N sono posizionati in aree di alto pedonaggio, ben strutturati e tenuti, frequentati da una clientela dal profilo variegato. Inoltre offrono nel complesso un’esperienza gradevole anche grazie alla presenza in molti di loro di uno Starbucks. L’aroma del caffè che si mischia al profumo della carta dei libri: decisamente piacevole anche per uno come me che non beve caffè e legge in digitale. Il problema al momento è trovare motivazioni per portare clienti in loco e giustificare quindi gli alti costi di gestione. Borders – la seconda catena – è tristemente fallita nel maggio 2011. Stesso posizionamento di B&N.

Sulla base dei dati di mercato attuali, un assegno di poco superiore al miliardo di dollari – stiamo parlando di noccioline visti i parametri finanziari di Microsoft – sarebbe sufficiente per acquisire il controllo dell’intera azienda, con grandissima soddisfazione degli attuali azionisti di B&N. Con molto meno – qualora non fosse strategico, conveniente e utile accollarsi un business nel complesso in difficoltà – Microsoft potrebbe garantirsi il diritto di sviluppare velocemente shops-in-shops dedicati ai propri prodotti. I costi sarebbero decisamente inferiori rispetto al complesso processo di individuare spazi adatti, configurarli e renderli dei punti vendita operativi in tutto e per tutto. Insomma, un percorso accelerato per aumentare visibilità, distribuzione e interazione diretta con potenziali clienti. Possibile rimanga solo un’idea e nulla più. Non sembra però così balzana.

Microsoft e i consumatori: si potrebbe fare di meglio

zune2_0Finalmente arrivano le prime conferme che le vendite di Windows 8 e del tablet Surface sono state molto al di sotto delle aspettative di Microsoft. Scrivo finalmente non perché la cosa mi faccia piacere. Semplicemente perché sarebbe stato sorprendente un esisto differente. Riprogettando la frase, difficile condividere l’entusiasmo di Steve Ballmer – CEO di Microsoft da ormai troppo tempo – avendo un minimo di senso della realtà. Cambiare l’inerzia di anni e anni di errori grossolani nel segmento consumer è un’operazione difficile anche per un’azienda di grande successo come Microsoft. Ci vuole tempo, prodotti innovativi, un’esecuzione impeccabile, grande costanza e disciplina, risorse in quantità. Microsoft ha forse tutto ciò, ma manca sicuramente ormai da troppo tempo della capacità di capire il segmento consumer. La sua strategia di me too in costante e goffo ritardo è un po’ triste e patetica, sicuramente goffa in molti passaggi. Zune e Kin due esempi concreti. Immagino che per molti questi due nomi non significhino nulla. Appunto: la prova del teorema. Il primo era un lettore musicale che – secondo le aspettative di Ballmer – avrebbe dovuto “massacrare iPod. Senza ripercorrere una tristissima storia, ricordo solo che al momento del lancio la genialità marketing di maggior spessore di la seguente: brown is the new black. Mentre iPod nero impazzava in tutto il mondo, i creativi di Microsoft scelsero il marrone come colore distintivo generando ilarità in tutto il mondo (ricercando brown zune e Images su Google troverete alcune foto molto carine). Il povero Bill Gates fu coinvolto nel lancio e oggetto di scherno e di ilarità molto giustificata. Vendite disastrose rispetto a piani super ambiziosi. Del ridicolo e dallo sviluppo molto costoso telefono Kin avevo scritto anni fa. Lasciamo perder eil passato e concentriamoci sul presente. Alcune luci e altrettante ombre.

Il nuovo outlook.com è carino e funziona bene. Si tratta dell’erede di Hotmail, soluzione di posta acquistata da Microsoft molti anni fa e sviluppata su tecnologia non Microsoft. I tentativi di conversione si dimostrarono sempre molto complessi, costosi e spesso fallimentari. Outlook.com è piacevole e facile da usare e l’integrazione con SkyDrive eccellente. Il pricing di quest’ultimo servizio decisamente aggressivo e il funzionamento dell’apposita app per iOS una necessità ma un esercizio ben eseguito. Non sono un grande amante di console giochi, ma XBOX e soprattutto il servizio Live sono apprezzati negli USA, così come Kinect. Passi in avanti, ma la strada è lunga, soprattutto se percorsa da una prospettiva di inseguitore tecnologico. Dopo un decennio abbondante e qualche miliardo di canzoni vendute da Apple, Microsoft ha lanciato un proprio servizio musicale e di streaming video, elementi che completano la propria offerta, ma ancora una volta con una prospettiva da ritardatario piuttosto che da innovatore. Queste alcune note positive e incoraggianti.

Meno stellari gli andamenti degli investimenti nell’ambito dei sistemi operativi. Tornando a Suface, le vendite della versione RT hanno superato di poco il milione, mentre la versione Pro – disponibile da qualche settimana – sta per raggiungere quota 400.000 pezzi. Non particolarmente eclatanti nemmeno le vendite di Windows 8, nonostante la spinta in comunicazione e i proclami di grandezza al momento del lancio. Non sono una rarità aziende che reinstallano Windows 7 sui nuovi computer o presentano come alternative iPad o Mac. I dati del primo trimestre 2013 che verranno comunicati verso l’ultima decade di aprile forniranno indicazioni più precise e dettagliate. L’aver deciso di vendere Surface solo ed esclusivamente nei propri punti vendita al momento del lancio deve essere sembrata una grandissima idea a qualcuno dalle parti di Redmond, WA. Avendo però una quarantina di negozi in tutti gli USA, difficile pensare che l’impatto su consumatori potesse essere travolgente sebbene indotto da una campagna di comunicazione molto accattivante e intensa. E anche questo punto della distribuzione fisica è un’altra manifestazione dei tentennamenti e delle incertezze che hanno attanagliato Microsoft praticamente da un decennio. I loro negozi sono gradevoli da vedersi, ma mancano di una vera ragion d’essere, come spesso succede alle copie (un altro esempio di me too). Esistono diverse imitazioni di Starbucks, ma il confronto non è sostenibile. Difficile da immaginarsi che qualcuno decida di comprare un computer o un tablet Windows perché il negozio è vicino a casa o dove ci si trova in questo momento, mentre la fedeltà a Starbucks può essere tradita anche solo causa un temporale, il desiderio di bere qualcosa di caldo o il disperato bisogno di connettività WiFi gratuita. E forse in questo ambito Microsoft potrebbe agire in modo creativo e coraggioso. Il tutto in un prossimo post.

A casa Gates hanno gusti diversi

Bill_og_Melinda_Gates_2009-06-03_(bilde_01)Con una certa regolarità veniamo informati sui gusti e le preferenze dei figli di Melinda e Bill Gates. A farlo sono i genitori che, a turno, aggiornano i media di tutto il mondo su quanto avviene tra le mura di casa quando il tema sono dispositivi come cellulari e tablet. A Davos in occasione del World Economic Forum è stata la volta di papà Gates. Ha affermato che i propri figli non hanno mai chiesto di poter avere un dispositivo Apple. Qualche mese prima, invece, mamma Gates aveva fatto sapere come il divieto familiare fosse ancora in vigore, implicitamente facendo capire che qualcuno dei tre figli avessi manifestato l’intenzione di “tradire”.
Indipendentemente da come si stia dipanando questo tema con i tre figli, credo che tutti possano convenire che non deve essere troppo piacevole per un innovatore come Gates ricevere richieste di acquisto di prodotti non Microsoft dalla propria progenie. Un ulteriore segnale che quanto offerto dalla propria azienda non viene percepito come super cool. Allo stesso modo, vedere per esempio un rampollo della famiglia Nike indossare scarpe Adidas risulterebbe quanto mai ineducato e inopportuno.
Il vero problema, però, è che i bimbi crescono in fretta. Se Microsoft indugia ancora un po’ ad aggiungere coolness incrementale nei propri prodotti Consumer, il rischio che i rampolli diventino maggiorenni è molto concreto!

Apple presenta iPad mini il 23 ottobre

Da diversi giorni la data del 23 era stata identificata come il momento per il lancio di nuovi prodotti Apple. Da ieri è arrivata la conferma ufficiale della data, ma permangono ancora dubbi sul contenuto dell’evento.

Per alcuni non solo è certa la presentazione dell’iPad mini da 7″, ma anche di una versione rinnovata del Mac mini e della nuova linea di iMac. Ieri il titolo ha reagito molto positivamente alla conferma ufficiale della data dell’evento. L’immediata disponibilità del nuovo hardware avrebbe infatti un impatto concreto sui risultai dell’ultimo trimestre, il primo per l’anno fiscale dell’azienda californiana.

Prenotato Kindle PaperWhite, il regalo più azzeccato per Natale

A detta di molti, il miglior e-reader sul mercato. Da oggi disponibile anche in Italia sul sito Amazon.it in modalità pre-ordine con spedizioni a partire dal 22 novembre. €129 per la versione WiFi e €189 per quella 3G. Sulla base della mia esperienza personale e della dozzina di Kindle che ho regalato, la versione WiFi è quella che realmente serve. Il rischio di “rimanere a terra” senza un libro quando lontani dalla WiFi domestica mi sembra un’eventualità assai remota, anche per il lettore più avido e impaziente.

Kindle e iPad gli unici tablet da prendere in considerazione per leggere libri. Kindle PaperWhite è ottimizzato per la lettura, ma ha il vantaggio di disporre di una libreria in costante espansione e di garantire la lettura sincronizzata dello stesso testo anche su computer, Mac e dispositivi iOS grazie ad apposite app. iPad meno indicato e specializzato per la lettura, ma per definizione il tablet di riferimento per chi presenta esigenze che vanno al di là degli ebook. La grafica sottostante offre una panoramica sul mondo dei lettori e dei libri in digitale.

C’è bisogno di Windows 8?

Il 26 ottobre 2012 è la data prevista per il lancio di Windows 8, la nuova versione del sistema operativo di Microsoft. Windows Xp, forse l’ultima versione interessante e realmente innovativa, risale a fine ottobre 2001. Poi c’è stato il disastroso Vista e il povero Windows 7, il primo caratterizzato da un nome corrispondente al numero di versione. Fra poco, Windows 8.

Da quattro anni non uso più un computer Windows e quindi farei meglio a stare zitto: niente di più arrogante che emettere sentenze – o anche solo giudizi – con poca o nessuna cognizione di causa. cercherò quindi di farlo. Per oltre 20 anni sono stato un fedele utente di prodotti Microsoft e, nel mio piccolo, anche un discreto evangelizzatore dell’azienda di Redmond. Vista mi ha dato il colpo di grazia. In quegli anni mi sono reso conto che trascorrevo gran parte della giornata davanti al computer come sempre, ma il livello di frustrazione che ricavavo era superiore ai benefici: crash continui, mancanza di driver per le periferiche in mio possesso, una lentezza esorbitante causata da un disallineamento tra sw e hw. A rincarare la dose, Internet Explorer, abbastanza un colabrodo

Forse Windows 7 e magari ancor di più Windows 8 hanno colmato questi problemi e rivoluzionato la User Experience. Di sicuro Microsoft è molto cambiata in questi ultimi anni, avvicinandosi sempre più all’hardware, aprendo negozi e presentando dei tablet. Rimane il fatto ce il segmento dei PC è in forte contrazione come dimostrano i risultati di HP e Dell, con la sola Lenovo in crescita come quote di mercato. Alla fine di Q3, l’intero comparto ha registrato un calo del 8.6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La forte crescita dei tablet una delle ragioni, insieme alla crisi economica che attanaglia ancora molte delle economie occidentali. Ora Microsoft spera di impressionare anche grazie a una campagna marketing da $1.5B e spingendo i nuovi modelli dei diversi produttori hardware.

Per Microsoft ovviamente fondamentale rinnovare l’entusiasmo degli anni d’oro sia nel mercato consumer che in quello corporate vista l’importanza di Windows nel generare revenue per l’intera azienda. Considerando la resistenza all’upgrade e al cambiamento da parte di aziende e privati, lo sforzo che deve sostenere nei prossimi mesi non sarà trascurabile. In merito conviene ricordare che la quota di mercato di Windows Xp era superiore a quella di Windows 7 fino all’ottobre dello scorso anno, un dato quanto mai preoccupante considerando che il numero di PC venduti ogni anno è oggi di gran lunga superiore rispetto all’inizio del decennio. Inoltre, l’avvento dei tablet ha portato molti consumatori a considerare questa piattaforma di computing come la soluzione preferita nel caso dell’acquisto di un secondo computer per tutti i vantaggi che comporta. Da ultimo, l’ecosistema. La sensazione è che oggigiorno per un numero sempre maggiore di consumatori l’utilizzo di un computer faccia parte di un disegno più ampio di integrazione con altri prodotti, smartphone in prima battuta, ma anche servizi e contenuti digitali. In questo campo l’offerta Microsoft sembra alla rincorsa da tempo, con affanno maggiore fuori dagli USA.

Amazon è la prima Media Company dell’era digitale

Ieri, 6 settembre, prima tappa nella competizione dei tablet in vista dello shopping natalizio la cui data di inizio ufficiale è prevista per il prossimo 30 novembre. Jeff Bezos, CEO e fondatore di Amazon.com, ha presentato in un evento per i media tenuto a Santa Monica il nuovo line-up di tablet Kindle prodotti dall’azienda di Seattle. E come sempre, innovazione e potenziali, concreti benefici per i consumatori.

Prima di analizzare velocemente i modelli, una riflessione marginale, ma utile. Diversamente dal passato, Amazon renderà disponibile il proprio modello di punta – Kindle Fire HD da 7″ – anche in Europa da subito, Italia compresa. Questo elemento non solo ha un suo potenziale valore nei volumi e nei fatturati dell’ultimo trimestre del 2012, ma indica anche l’intenzione di operare sempre più con una logica globale come da anni ormai parte del DNA di altre aziende, Apple in primis. Ancora più interessante una considerazione sulla strategia dei contenuti. I fatto di esportare Kindle Fire HD anche in Europa è indice della disponibilità di una quantità di contenuti digitali ritenuta sufficientemente ampia per interessare anche un consumatore nostrano, a mio avviso l’elemento più piacevole e stimolante per i consumatori per i prossimi anni. Significa anche un attacco verso i produttori locali di soluzioni assimilabili che necessariamente dovranno confrontarsi con un’azienda capace di produrre hardware di qualità e di caricarlo di servizi e contenuti come pochi.

La versione da 8.9″ riservata al mercato USA al momento è un vero tablet da soli $299 nella versione WiFi ($499 anche con supporto LTE). Arriverà solo il 20 novembre, con quindi poco più di un mese per presentarsi nelle case di milioni di americani come uno degli oggetti tecnologici più ambiti insieme all’ormai quasi certo iPhone 5. Alcune specifiche hardware sono realmente di punta, come la doppia antenna WiFi per ottimizzare la velocità di connessione e l’audio Dolby, una soluzione che accorcia ulteriormente le distanze tra i tablet e dispositivi musicali più sofisticati. Ma è proprio il contenuto a fare la differenza e a rappresentare la qualità che attirerà milioni di consumatori. Il servizio Prime attivo negli USA comprende infatti l’accesso a una gigantesca e in costante espansione libreria di contenuti digitali, quello che serve per apprezzare a fondo i tablet. E Amazon ha inventato la tecnologia chiamata X Ray – raggi X – per fornire informazioni in tempo reale su film e TV show toccando semplicemente lo schermo. Alla base esiste un’integrazione con IMDB, da anni nella scuderia Amazon.

Apple ha inventato la categoria. Amazon – un soggetto insospettabile per provenienza – è stata capace di crearsi uno spazio e una credibilità partendo da dei lettori di ebooks per evolvere verso un posizionamento abbastanza unico capace di combinare, integrare e fondere contenuti e hardware in modo logico e sensato, prestando attenzione nell’ultima famiglia dei Kindle a tutte le funzionalità che servono per chi opera in un ambiente totalmente connesso (integrazione con Facebook, Twitter, porta HDMI, fino a 64GB di spazio, LTE, HD camera, un data plan annuale da $49.99, …) a prezzi estremamente aggressivi. La capacità di combinare ricerca tecnologica, innovazione dell’esperienza del consumatore, e-commerce, servizi tecnologici aperti a terze parti, distribuzione di contenuto premium, aggressività nei prezzi e nuovi strumenti di comunicazione e di espressione, fa di Amazon la prima vera Media Company secondo una chiave di lettura digitale, presentandosi al mercato con un claim molto semplice, ma centrato: The re-inventors of normal. An normal is going to change. Again.

Qui di seguito, l’intero evento di presentazione.

Per concludere l’elenco dei possibili protagonisti nel segmento dei tablet potrebbe esserci Microsoft non tanto in modo diretto, quanto piuttosto attraverso terze parti come da consuetudine. Altri nomi con credenziali nel segmento dei tablet, semplicemente non pervenuti.

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Kindle Fire stabilisce nuovi record e va in pensione

È durata poco più di nove mesi l’avventura di Kindle Fire, il primo tablet prodotto da Amazon e commercializzato unicamente negli USA. Come per qualsiasi prodotto del segmento della consumer electronics, la durata “tecnologica” è inferiore all’anno causa le continue e sostenute accelerazioni nei componenti hardware di base. Il tablet va in pensione con una ragguardevole quota di mercato – 22% – e il merito di aver aperto una strada copiata recentemente anche da Google.

Occorre aspettare una settimana per conoscere il successore a Kindle Fire visto che per il prossimo 6 settembre è stato programmato un evento con i media. Realistico ritenere che in quell’occasione – e che il giusto tempismo rispetto all’imminente stagione degli acquisti natalizi – verranno presentate nuove soluzioni hardware e forse anche strategie commerciali. Alcune voci che circolano negli ultimi giorni ipotizzano anche un’ulteriore mossa aggressiva da parte di Amazon come la fornitura gratuita di un Kindle a chiunque sottoscriva il programma Prime. E non più tardi di tre giorni fa, la stessa Amazon ha comunicato ufficialmente come il numero di spedizioni effettuate a clienti Prime abbia superato quelle con modalità Free Super Save Shipping. Serve innovare come offerta e modelli di business e Amazon da sempre ha stupito addetti del settore, analisti e consumatori con soluzioni e offerte particolarmente mirate e stimolanti.