Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito

 

 

Bulimia di contenuti con Amazon Prime

amazon-primeDa anni sottoscrivo l’abbonamento ad Amazon Prime, originariamente per usufruire dei benefici associati alle spedizioni: velocità e costi. All’idea di partenza legata al modello di business di Amazon e alla spedizione di prodotti fisici, da diversi anni negli USA si è aggiunta una seconda dimensione ormai alternativa e per molti aspetti prevalente: l’accesso a contenuti digitali a costo zero. Tradotto significa che Amazon è una sorta di “canale televisivo” ammettendo implicitamente che questa definizione serve solo per cercare di introdurre il concetto, ma che è incompleta e sbagliata nella sostanza. Quindi una precisazione più che necessaria. L’abbonamento ad Amazon Prime implica accesso gratuito a una mole significativa di contenuti video e musicali a costo zero: una vera chicca.

Amazon Instant Video – questo il nome – è la libreria di film e di TV Shows accessibili in formato digitale, la naturale evoluzione della vendita di videocassette una volta e di DVD o dischi Blu-Ray più recentemente. Ovviamente molto più conveniente e pratico ricorrere a un download digitale, salvo per chi – un collezionista – preferisce il possesso fisico di prodotti media. Mancando di questa qualità, l’acquisto di prodotti di intrattenimento in formato digitale ha da tempo preso il sopravvento qualificandosi come un’alternativa molto vantaggiosa. Il tutto è iniziato con la musica, proseguendo poi con TV Show e film con regole differenti in relazione al mezzo. Nell’abbonamento ad Amazon Prime negli USA (ora $99 all’anno) sono quindi compresi i tradizionali benefici legati alle spedizioni, l’accesso a una veramente ampia libreria di contenuti video e altri vantaggi collaterali come la disponibilità di musica in streaming – Prime Music – concettualmente equivalente a Spotify, Pandora, iTunes Radio, dei libri gratuiti ogni mese e altre variazioni sul tema. In pratica, molto, molto meglio.

Personalmente sono abbonato a questo servizio in Inghilterra e negli USA. Sebbene questa soluzione sia economicamente conveniente per Amazon, la sensazione è che come consumatore i £79 richiesti in UK siano comunque un investimento sostenibile e, per molti aspetti, logico e sensato. Rimanendo alla parte “fisica” dei servizi inclusi, la consegna in un giorno (One-Day-Delivery) di oltre 7 milioni di prodotti un plus apprezzabile. Inoltre, il costo mensile di Amazon Prime equivale a un paio di passaggi da Starbucks.

Attraverso Prime ho avuto modo di scoprire il TV Show Suits (quattro stagioni e la quinta prevista per il 2015) che mi ha intrattenuto questo inverno, Extant, Revolution, Under The Dome, Turn, oltre a prendere contatto con serie magari un po’ vecchie, ma comunque piacevoli (The OC, per esempio) non viste all’epoca.

L’aspetto che maggiormente apprezzo di questo modo di consumo di contenuto è, genericamente, la flessibilità. La visione preferenziale, ma non obbligata, su iPad la prima parte della risposta: qualsiasi momento, posto e intervallo di tempo si configura potenzialmente come un media-moment personalizzato e gratificante. Inutile da dirsi, la disponibilità di una o più serie complete offre una prospettiva allettantissima e relativamente nuova nel consumo di TV Shows. Invece di aspettare secondo una tradizionale distribuzione centellinata su base settimanale, nulla impedisce un consumo “bulimico” qualora se ne presentino le condizioni (weekend di brutto tempo, vacanza, …). È questa una variazione apprezzata dal consumatore? Il termine apprezzata non descrive a sufficienza quanto sta accadendo in ogni latitudine dove siano presenti servizi come Amazon Prime, Netflix o alternative sul tema. Il livello di apprezzamento è stato tale da indurre Amazon (ma anche Netflix) ad abbracciare un nuovo modello distributivo che prevede la disponibilità istantanea e contemporanea di tutti gli episodi di una serie (a volte anche 20+): spettacolare di per sé e un ulteriore elemento di divergenza rispetto al modello lineare imposto per decenni dalle televisioni. Il consumatore ha già svoltato.

Pianificazione e previsioni da … criceto

SuperBowl 2014Domenica 2 febbraio 2014 si gioca il SuperBowl XLVIII al MetLife Stadium, East Rutherford, New Jersey. Il 27 maggio del 2010 avevo ipotizzato che potesse trattarsi di una decisione, come dire, alquanto idiota giusto per ricorrere a un eufemismo. Controllate qui cosa scrivevo allora. L’idea è di giocare la partita clou dell’inetta stagione all’aperto in una zona del paese dove difficilmente in questa stagione i prati sono verdi e i cittadini passeggiano allegramente per le strade in shorts e T-shirt. Di solito le condizioni climatiche sono leggermente differenti rispetto a una località caraibica. Per chi ha una certa familiarità con New York e dintorni sa che il freddo può essere pungente

Quali sono le condizioni meteo previste per questa domenica? Neve e temperatura di -14°C. Mi sembra perfetto per giocare all’aperto l’evento sportivo che tutti attendono da un anno. Lecito domandarsi cosa passasse per la testa delle persone che hanno scelto questa località, fuori da ogni logica e capace di creare seri problemi a giocatori e spettatori.

Tutti vogliono diventare .guru

New gTLDsNel settore dei domini, il 2014 si preannuncia come un anno particolarmente caldo per le tante novità in arrivo che interessano anche milioni e milioni di consumatori in tutto il mondo. Fin dagli albori siamo abituati a riconoscere in un dominio .com un certo valore di universalità e forse anche di coolness superiore ai domini locali spesso percepiti come locali e quindi meno blasonati e universali, sebbene per molti – come vedremo – l’essere super locale rappresenti un valore. Prima di procedere, però, qualche informazione generale forse utile per la maggior parte dei lettori iniziando da un diverso passo indietro. Internet è oggi un fenomeno planetario destinato a espandersi ulteriormente in ogni area del pianeta. Originariamente però era uno dei tanti fenomeni tecnologici concepiti e sviluppatisi principalmente negli USA sebbene alcune componenti del www abbiano una forte impronta europea. Non è un caso quindi che l’organismo che regola il namespace di Internet sia da sempre ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers). Banalizzando, lo scopo di ICANN consiste nel definire le regole di funzionamento di base di Internet per consentire uno sviluppo coerente e compatibile di siti che risultino facilmente accessibili da chiunque. L’espressione “indirizzo web” sottintende una delle tante azioni di regolamentazione portate avanti nel tempo da ICANN per garantire un corretto accesso alle informazioni in qualsiasi momento e parte del mondo in modo univoco. per i non addetti al settore, la cosa realmente importante è conoscere il nome di un sito, termine improprio per indicare il general Top Level Domain (gTLD) o country code Top Level Domain (ccTLD) scelto per farsi trovare sul web: www.vodafone.com e www.vodafone.co.uk sono esempi delle due categorie. A livello mondiale i domini gTLD sopravanzano in misura massiccia qualsiasi ccTLD e i vari ccTLD cumulati, a dimostrazione di quanto affermato in precedenza sulla struttura USA-centrica di Internet almeno fino a oggi. ICANN regola i gTLDs attraverso la collaborazione di altre entità che prendono il nome di Registry e Registrar: il classico e apprezzatissimo .com è un gTLD. In UK l’azione equivalente volta da ICANN è affidata a un organizzazione locale chiamata Nominet. In ogni altro paese esiste una Nominet equivalente che si occupa del dominio locale. A questo indirizzo (voilà!) l’elenco completo dei gTLDs e ccTLDs disponibili al momento.

Ho citato altri due livelli rappresentati da Registry e Registrar.Quel compito è riservato a queste organizzazioni nella gestione dei gTLDs e dei ccTLDs? Entrambe hanno un ruolo chiave nella gestione di Internet. Alla prima categoria appartengono aziende il cui compito principale consiste nel mantenere il database di tutti i nomi di dominio registrati per ogni gTLD esistente. In aggiunta, gestiscono le root zones per la conversione di un nome di domino in un indirizzo IP. Verisign è forse il rappresentante più noto e conosciuto di questa categoria. I Registrar, invece, sono le aziende che consento la registrazione di un dominio commercializzandoli online e concludendo la transazione con compratori che agiscono per contro di corporation di ogni genere o singoli a titolo personale. GoDaddy è un Registrar. La catena prevede quindi tre livelli. Alla base si posizionano i Registrar che dialogano con i Registry (il termine specifico è accreditarsi) che a loro volta interagiscono con ICANN e le organizzazioni simili a livello nazionale incaricate di gestire i rispettivi ccTLDs. Il valore trasferito a Internet da parte di queste tre componenti è essenziale al funzionamento di Internet e viene commercializzata a costi estremamente contenuti: registrare un dominio per un anno intero spesso non raggiunge i $10. C’è quindi efficienza nel modello.

I nuovi gTLDs. Le cose stanno cambiando ultimamente grazie a un significativo ampliamento delle stringhe (o domini) approvati da ICANN negli ultimi mesi su proposta dei vari Registry e in procinto di essere commercializzati in tutto il mondo dalle centinaia di Registrar. GoDaddy una di queste e in prima fila per assicurare un servizio di qualità agli oltre 12 milioni di clienti che si avvalgono dei nostri servizi. Cosa sta succedendo e cosa succederà prossimamente? Molto semplice: aspettatevi un’ondata di nuovi domini (gTLDs) capaci di risultare molto più descrittivi e specifici rispetto agli attuali. Il numero complessivo supera i 700 per soddisfare le esigenze più varie. Alcuni si riferiscono a industrie specifiche come turismo e viaggi e rappresentano delle soluzioni particolarmente accattivanti e stimolanti. Un esempio su tutti: .london. Le previsioni di vendita di questo dominio sono bullish come credo facile da comprendere e condividere, ma è solo uno dei tanti nuovi domini cittadini di prossimo rilascio.

L’elenco completo dei nuovi domini attualmente disponibili per una pre-registrazione sono riportati qui, mentre qui la lista di tutti quelli che arriveranno prossimamente. La cadenza dei rilasci dipende dagli accordi stipulati dai Registrar con i Registry e da strategie di mercato proprio come per il lancio di qualsiasi altro prodotto. Realistico ritenere che questo processo si estenderà per tutto il 2014 e oltre. I prezzi di alcuni di questi nuovi domini sono molto elevati, almeno se confrontati rispetto ai .com, .net e ai ccTLDs più popolari. Questa differente strategia commerciale introdotta e dettata dai Registry tende a disincentivare gli acquisti mirati a scopi speculativi e tende a privilegiare chi ambisce a sviluppare dei business fortemente riconoscibili partendo proprio dal nome del dominio stesso. Il più popolare al momento è .guru, dominio che si presta bene per qualsiasi tipo di impiego soddisfacendo le ambizioni di chi ritiene di essere un esperto di yoga, posatura di piastrelle, creazione di abiti, disegno di gioielli, lezioni di tennis e qualsiasi altra attività che richieda qualche skill pratico.

Italia e nuovi gTLD. Da ultimo, evitate di perdere tempo a cercare domini italiani: tranne .uno, .menu, .studio, .compare (questo sembra quasi dialettale se letto in italiano) e .casa che sembrano italiani ma sono stati pensati per la lingua spagnola e inglese, io non sono stato capace di individuarne di specifici, nemmeno tra quelli regionali. Potrei essermi sbagliato, ma dubito. Non sta a me commentare anche perché ormai credo non ci sia molto da commentare anche dopo le recenti uscite (di testa) dei nostri leader e governanti. Problemi loro.

Diretta TV tra le nuvole

FrontierDomenica scorsa ho volato Frontier, un piccolo carrier regionale con base a Denver, CO, e con voli principalmente concentrati in quella zona e nelle aree circostanti. Una piccola realtà passata nei giorni scorsi di proprietà da un gruppo di Denver a uno dell’Arizona, variazione che non avrà alcuna ripercussione sulle rotte coperte e sul DNA di questa azienda. Logica da linea aerea senza fronzoli e con elevato impiego degli aviogetti, Frontier si presenta bene all’esterno per la presenza sulla coda degli apparecchi di molti animali della fauna tipica delle Rockies ma non solo: elk, lupi, orsi, volpi, lepri, delfini, pinguini e molto altro ancora. All’interno, un servizio piacevole come la diretta TV, commercializzata a $3.99 grazie a una strisciata della carta di credito a lato dello schermo posto nel poggiatesta. Perfetta visione per quanto concerne il segnale, schermo di dimensioni ridotte e ovviamente non HD. Nel complesso però ottima esperienza. Ho potuto vedere in diretta parte di una delle partite più belle in assoluto della storia della NFL, vedendone la fine in albergo. Piacevole.
Poi leggo di Alitalia. E mi intristisco senza però farne un dramma, visto che è parte del copione quotidiano italiano. Questione seria. Molto. Sentiremo dire che sono in gioco migliaia di posti di lavoro, l’orgoglio nazionale, l’esigenza suprema di avere una compagnia di bandiera. Tutte baggianate, già sentite e prive di senso oggettivo. L’azienda non è cotta oggi: lo era trenta anni fa. Si è messa da solo fuori mercato per dabbenaggine di chi l’ha guidata, interferenze politiche continue, scelte organizzative penalizzanti, mancanza di visione e una strategia nella gestione delle rotte improntata solo al suicidio. Ancora più allucinante il recente salvataggio, un’operazione “italiana” in tutto e per tutto, avulsa da qualsiasi logica di mercato e strategia commerciale tanto per cambiare.
Ci racconteranno che va salvata, sciorinando il peggio del dejà vu. Se fosse, potrebbe essere l’occasione per assegnare qualche poltrona di prestigio a politici con trentennale esperienza di scalda poltrone alle spalle (siamo pieni), creare un canale – meglio due – di RAI totalmente dedicato e con contenuti ad hoc per spendere qualche soldino in più, puntare su Fiumicino come l’hub del futuro facendone il fulcro degli imminenti viaggi interplanetari per Marte, rinnovare la flotta puntando a dei McDonnell Douglas per dare un tocco vintage al volo, servire solo mozzarella di bufala, grana e pastasciutta e, a livello internazionale, siglare accordi di collaborazione con le linee aree della Colombia del sud e delle Antille olandesi. Ce la facciamo?

Tutto succede ad Austin, Texas. Insomma, quasi tutto

Austin 12-28-2012 - 0153Ricordate il film Independence Day del 1996? Una storia di alieni, di invasione del pianeta Terra con Will Smith scanzonato pilota dell’aviazione USA che stende a cazzotti un alieno e contribuisce alla liberazione ripercorrendo a distanza di oltre due secoli una sorta di giornata della liberazione, questa volta da un nemico tecnologicamente più avanzato. Tra le tante battute, una mi è sempre rimasta impressa: la capitale del Texas? Come spesso succede, non è mai la città più nota o popolosa dello stato. Quindi non Dallas, non Huston famosa per il centro spaziale e gli ospedali super avanzati, bensì Austin. Molti sbagliano la risposta e per questo motivo per anni questa battuta è stata utilizzata per distinguere un vero americano da un falso americano.

Con una certa sorpresa, Austin TX è la 13esima città degli USA per popolazione metropolitana, in rapida espansione sia per la presenza di aziende tecnologiche che per la nomea di città della musica, delle arti figurative e del vivere bene. Il nome deriva da Stephen F. Austin, considerato a tutti gli effetti il padre putativo del Texas moderno negli anni del passaggio dalla Spagna al Messico, alla Repubblica del Texas. Ma perché raccontare di Austin? Molti motivi:

  • ci vive Lance Armstrong che questo lunedì ha rilasciato una lunga intervista a Oprah nella quale – apparentemente – ha ammesso di aver fatto ricorso al doping durante la sua carriera. Giovedì e venerdì sera di questa settimana di americani avranno ulteriore materiale su cui dibattere, anche se per l’ex ciclista il futuro sembra compromesso; 

  • è la sede originaria dei supermercati Whole Foods, una catena relativamente recente visto che è stata fondata nel 1980 e che sta conquistando gli Stati Uniti grazie a un posizionamento unico e particolare. Il sushi è ottimo e nel reparto gelati non mancano mai i mochi (pronunciati moci), i gelati giapponesi. Il punto vendita di Lamar contiene diversi ristoranti e una sezione completamente dedicata a corsi di cucina aperti tutto l’anno;

  • gli uffici di Apple sono di proprietà dell’azienda e l’insediamento a Austin è il secondo negli USA per dimensioni. Inoltre, Apple ha annunciato di voler assumere 3.600 nuovi dipendenti e di sviluppare la sua presenza nei prossimi anni. Possibile anche che la nuova sede produttiva e di assemblaggio annunciata un paio di mesi fa venga ospitata proprio da queste parti;

  • è la sede di South by South West (SXSW). Lanciato nel 1987 come un evento locale, oggi è una delle manifestazioni più cool in assoluto capace di spaziare dalla musica, al cinema comprendendo anche l’industria del software e delle tecnologie (Interactive). Un appuntamento imperdibile di metà marzo. La parte musicale coinvolge 90 locations cittadine e prevede oltre 2000 performance, mentre la parte Interactive è uno showcase di nuove tecnologie oltre che l’opportunità di sentire in diretta leader di startup e di aziende blasonate.

Da ultimo, alcune particolarità da non sottovalutare:

  • è priva di un team professionistico nei maggiori sport americani: basket, football e baseball. Una vera anomalia considerando che, per esempio, la vicina e piccolina San Antonio è nota per una squadra di basket tra le più forti dell’NBA. Ma i teams universitari sotto il nome di Texas Longhorn si fanno valere e rispettare. In compenso il circuito di Formula 1 inaugurato nell’ottobre 2012 è una vera gemma;
  • è attraversata dal Colorado River che non ha nulla a che vedere con il Colorado River del Colorado. Sono due Colorado River diversi!
  • si è appena trasferito il mio amico William per beneficiare dell’atmosfera e delle opportunità offerte da questa dinamica e vibrante comunità.

Altro in programma ad Austin, TX, nei prossimi giorni?

Il problema amletico di Facebook. Per gli altri

Graph SearchCirca tre anni fa mi sono trovato a pormi questa domanda: se il 40% dell’utenza di un sito web accede attraverso dispositivi mobili, qual è in chiave prospettica la vera natura di quel servizio? Facile rispondere: essere un qualcosa di completamente diverso da quanto originariamente percepito. Logico e banale. Cerco di spiegare meglio. Immaginate un servizio web di successo concepito intorno al 2007. Progressivamente negli anni e con velocità iniziale ridotta, parte dell’utenza proviene dalla componente mobile. Concepire nuove funzionalità e anche costruire la relazione con il consumatore partendo dal concetto di pagina corretto e sensato. Nel momento in cui però l’esperienza offerta viene beneficiata secondo altre modalità da una percentuale sempre crescente della propria popolazione, sensato porsi una domanda di tipo esistenziale: è corretto proseguire secondo l’approccio originario o conviene abbracciare un altro paradigma? In altri termini, sono quello che ero? Anche in questo caso risposta scontata.

Quando corretto porsi un simile interrogativo, forse un po’ meno evidente. Radicalizzando il problema, nel momento in cui un servizio originariamente pensato come una collezione di pagine Web viene utilizzato dalla maggioranza della propria utenza attraverso smartphone non è più quel servizio. È un’altra cosa, diversa se non nella sostanza sicuramente nelle modalità di erogazione e di fruizione. Questo è quanto hanno notato i signori di Facebook da tempo e quanto sta succedendo in mercati molto avanzati come USA e UK. L’utenza non è anche mobile: è in prima battuta mobile e forse anche da browser da computer. Paradigma ribaltato. Di sicuro un bel cambiamento. Proprio sulla base di questa riflessione-ovvietà, ho spinto nella primavera 2011 affinché come Google Italia ci impegnassimo a condividere con il mercato il concetto di “ovvietà del mobile”, il tutto culminato con un bell’evento erogato in centro a Milano con oltre un migliaio di partecipanti.

C’è oggi una seconda manifestazione del “principio della ovvietà” che vorrei condividere con un po’ di imbarazzo sapendo che, per definizione, è già noto a tutti. Facebook è l’entità per la certificazione digitale di ciascuno di noi. Avete bisogno di una carta di identità per viaggiare tra paesi occidentali non Schenghen? Serve un passaporto per entrare negli USA, Russia o Cina? Allo stesso modo sono indispensabili credenziali Facebook per viaggiare in rete e attestare la propria identità. Immagino ve ne foste accorti. La prova matematica è semplice e inconfutabile: 6 e rotti miliardi di abitanti sul pianeta, ma meno di un quarto in rete. Oltre un miliardo di utenti registrati su Facebook. Non è proprio una sovrapposizione millimetrica, ma – bear with me. Facebook Connect lo strumento, Facebook più in generale il servizio per identificare l’identità digitale di ciascuno di noi. Se questo assioma passa il vaglio della vostra approvazione, subito un postulato: assicurarsi di reclamare la propria identità digitale su qualsiasi piattaforma social quasi un obbligo, indipendentemente o meno dalla volontà di essere attivi e partecipativi in ogni contenitore. Meglio evitare brutte sorprese nel mondo digitale dove le opportunità di impersonificazione sono sicuramente più semplici che nel mondo reale.

Avventurandomi ulteriormente nel territorio di un vostro complice consenso, un’altra semplice conclusione: parlare di Facebook come “Torre d’avorio” intendendo una sorta di sotto-segmento di Internet, un po’ tropo semplicistico e forse anche superficiale. Se “tutti” sono su Facebook, se Facebook è il certificatore delle identità digitali, pensare a “tutti” come un sott’insieme è quasi un controsenso. Quello che succede dentro Facebook è di portata così ampia da essere rilevante per tutti a questo punto. Se ne sono accorti i loro concorrenti che hanno cercato di stringere alleanze (Apple) o di combattere sullo stesso terreno (Google).

Oggi Facebook ha presentato Graph Search in versione beta, il motore di ricerca interno di Facebook. Per quanto raccontato nei paragrafi precendenti, personalmente faccio fatica a considerare questa un’ulteriore funzione di ghettizzazione e di separazione dal resto del Web. Nel momento in cui si crede che:

  • volumi di informazioni e di dati facilmente elaborabili siano un asset e contengano del valore;
  • elevati volumi – sebbene inferiori alla totalità – si possono facilmente confondere con l’unanimità fino ad arrivare ad attribuirne una rilevanza statistica assimilabile a un comportamento generalizzato. Se 9 persone su dieci apprezzano le mele rimane sempre il sospetto che il campione scelto o trovato sia in qualche modo skewed. Se 90,000 su 100,000 condividono la passione per le mele, il volume è così significativo e oggettivamente misurato da non modificarne la percentuale numerica, ma da aprire opportunità di business e offrire chiavi di lettura basate sul presupposto che la massa degli estimatori delle mele è veramente ampia e nota;
  • la componete social è un segnale storicamente con un’elevata valenza intrinseca per la componente interpersonale sempre esistita e, più recentemente, per l’aggiunta della dimensione di oggettività grazie alla sua misurabilità, …

Allora Graph Search ha molto senso e si posiziona come uno strumento in più. E utile.

 

Dal flop 3D alla TV 4K

UHDNon tutte le tecnologie risultano vincenti. A volte per problemi intrinseci, in altre occasioni per un completo disallineamento rispetto agli interessi dei consumatori. Quest’ultimo è il caso dei televisori 3D. Presentati in pompa magna all’inizio del 2010 in occasione del Consumer Electronic Show (CES) di Las Vegas, hanno raccolto molto meno interesse e consenso rispetto alle attese dei produttori. Personalmente non conosco nessuno che possieda un TV 3D o che mi abbia anche semplicemente raccontato di aver visto una partita o un film in 3D. Ancora più fallimentari i tentativi di applicazione di questa tecnologia al mondo dei computer o dei video giochi. L’edizione 2013 del CES ha di fatto sancito se non la fine di questa tecnologia – sarebbe comunque un peccato – almeno la presa di coscienza da parte dei maggiori produttori al mondo di dispositivi elettronici che non conviene parlarne né focalizzare l’attenzione dei media.

Piuttosto quello che sta emergendo come la “prossima grande cosa” è la televisione a risoluzione superiore all’HD chiamata Ultra HD (UHD). Spesso viene usato l’acronimo 4K per indicare appunto una risoluzione quattro volte superiore all’attuale standard HD da 1080p, una sorta di Retina Dispaly per gli schermi televisivi rifacendosi al rapporto esistente nei MacBook Pro tra una risoluzione video standard e appunto quella RD.

Ancora presto per diventare prodotti disponibili al grande pubblico – i modelli presentati al CES sono tutti di grandi dimensioni, superiori a quelli tipicamente ospitati nei salotti di casa – sia per costi che per disponibilità. I primi modelli commerciali dovrebbero esordire nella seconda metà del 2013 con prezzi di diverse migliaia di dollari, non proprio un affare.

Alcune statistiche Apple

La presentazione di ieri a San Francisco ha permesso di recuperare alcuni dati aggiornati sul business di Apple in tutto il mondo. Qui di seguito una sintesi:

  • 83 milioni di visitatori nei negozi nell’ultimo trimestre, quasi un milione al giorno;
  • qui il video del nuovo negozio di Barcellona, uno dei più grandi dei 380 punti vendita attualmente presenti in 12 paesi con la Svezia che si aggiungerà all’elenco venerdì 14 settembre;
  • il sistema operativo Mountain Lion è stato scaricato in 7 milioni di copie dall’introduzione a fine luglio 2012;
  • la linea dei laptops Mac è al primo posto nelle classifiche di vendita negli USA nell’ultimo trimestre;
  • i 84 milioni di iPad venduti dall’introduzione rappresentano una cifra considerevole pari al 68% di quota di mercato e un numero capace di confrontarsi con il mercato dei PC;
  • il 91% del traffico generato da tablet sul Web proviene da modelli iPad;
  • 400 milioni di dispositivi iOS venduti fino a fine giugno 2012;
  • volumetricamente il nuovo iPhone è inferiore alle versioni precedenti ed è il più leggero di sempre;
  • il processore A6 fornisce prestazioni raddoppiate sia a livello computazionale che grafico. Di seguito 30 secondi estratti dalla presentazione di ieri per dimostrare le qualità grafiche del nuovo iPhone 5. Il livello di realismo è elevatissimo (meglio ancora nel video originale, ovviamente) base di partenza per lo sviluppo di nuovi giochi e applicazioni ancora più sofisticate.
  • iTunes è presente oggi in 63 paesi rispetto ai 23 dell’anno scorso;
  • 20 miliardi il numero complessivo di canzoni acquistate;
  • il numero di account attivi è salito a 435 milioni, tutti potenzialmente clienti della piattaforma di entertainment e di questi 200 milioni usano iCloud;
  • nell’ultimo anno 2/3 dei download da iTunes provengono da dispositivi iOS.

Il video dell’intera presentazione è disponibile su iTunes sottoscrivendo al podcast ufficiale Apple..

Numeri impressionanti che rappresentano il successo ottenuto fino a oggi e le basi per il prossimo futuro. Ma gli analisti e gli esperti del settore scavano in profondità alla ricerca di conferme o di crepe nella strategia di prodotto dell’azienda californiana. Qui i commenti di un addetto del settore che elenca gli elementi di delusione rispetto alle aspettative.

Come lanciare la propria startup

Una buona idea di business deve essere supportata anche da una comunicazione all’altezza. Le lamette dei rasoi rappresentano una voce di spesa non trascurabile e nei supermercati sono contenute in apposite teche per impedirne il furto, in Italia come in altri paesi.

Negli USA ha aperto i battenti Dollar Shave Club, un business che provvede all’invio di una dotazione mensile di lamette in cambio di importi che sono una frazione dei costi dei prodotti di marca. Il video in allegato fa parte della strategia di lancio ed è stato un successo istantaneo. Semplice nella realizzazione, ironico nei contenuti, divertente nella forma e nella sostanza. Cool!