Technology is killing jobs

Looking for a jobEveryone should read The Second Machine Age to get a sense of what new generations will experience in the years to come.

While we regularly benefit from technological advances positively impacting on our lives, at the same time it is evident how technology is progressively destroying jobs that won’t return anymore. Since 2009 I came to this conclusion, but refrained from sharing my views on the relationship between technology and employment due to my role in prominent internet companies.

Earlier this year Erik Brynjolfsson and Andrew Mcafee released their latest work analyzing the impact and correlation between evolution in several industries driven by technological enhancements and the the repercussions on jobs and jobs creation. The conclusion doesn’t represent a big surprise for those who have spent some time assessing the impact of technologies in any field or sector: job losses over time.

Transport for London, the organization in charge of public transports, has planned to reduce the numbers of staff at underground stations as a consequence of the introduction of new, more efficient payment methods and a constant decrease in number of tickets sold in stations. As a consequence, a round of strikes hit the UK capital in previous months and more are expected before the Holiday season.

As software becomes more pervasive, sophisticated, and new hardware devices perform tasks only few years ago considered impossible, the combination of these two elements represents a formidable disrupting force replacing humans not only in physical activities, but overcoming our mental ones. This trend implies the constant erosion of low qualified jobs and a growing demand for talented software engineers on the opposite side of the skills and qualification spectrum. Besides this shift well summarized in the growing attention toward STEM topics, it is clear that from a quantitative point of view, it is an unbalanced equation.

The possible answer to try to ride the wave? Education, education, and education.

 

 

Leadership in Technology: i nuovi duellanti

I cambi di guida nelle aziende sono all’ordine del giorno. Nel 2009 la tenuta media di un CEO nelle aziende quotate in borsa era di poco superiore ai due anni, periodo che si è accorciato anche in conseguenza della crisi economica. Cercare di ridefinire le regole del gioco partendo dal vertice una soluzione spesso adottata dal board per dare una scossa a situazioni di stallo e rivitalizzare un’organizzazione. Negli ultimi anni però, la letteratura contemporanea ha messo in evidenza casi macroscopici di leader oggettivamente inadeguati chiamati a guidare colossi per fatturato e numero di dipendenti (HP un caso eclatante), ma anche vertici dell’esercito USA che vincono battaglie di ogni genere e poi scivolano miseramente su questioni personali (David Petraeus) o di ego (Stanley A. McChrystal).

Nel settore tecnologico, Apple ha visto la dipartita forzata di Scott Forstall e ieri Microsoft di Steven Sinofsky. Il primo è considerato il padre di iOS, il secondo la guida interna in Microsoft che ha portato allo sviluppo di Windows 8 in tutte le sue ultime incarnazioni. Apparentemente non soltanto due persone super competenti nel settore software, ma anche a capo di grandi organizzazioni e con responsabilità oggettive sull’intera azienda. I prodotti equipaggiati con iOS – iPhone e iPad – rappresentano la percentuale più significativa del fatturato di Apple, Windows non ha bisogno di presentazioni visto che è dal 1993 un protagonista assoluto del mondo dell’IT.

Interessanti altre analogie oltre a essere capo di divisioni che si occupavano di sistemi operativi di grande popolarità. In entrambi i casi la motivazione principale che ha indotto alla separazione dopo tanti anni (Sinofsky era in Microsoft dal 1989, Forstall in Apple dal 1997) era la scarsa o limitata cooperazione interna e i dissapori con i colleghi. Difficile sapere effettivamente come siano andate le cose. Di sicuro nel caso di Microsoft Sinofsky è arrivato alla guida di WIndows dopo una situazione interna di confusione e di prodotti modesti che sono riusciti ad allontanare molti consumatori, io uno tra questi. È anche ironico ricordare come uno dei leader precedenti fosse un istrione nella comunicazione, quasi un idolo per tutti in Microsoft, un personaggio molto estroverso e divertente. Tutti si ricordano ancora i suoi interventi all’evento Microsoft interno di metà anno dove la sua presentazione era considerato un momento clou. Perfetto team player, amico di tutti, simpatico e disponibile: peccato che non deliverasse come si dice in gergo.

Forstall e Sinofsky sono descritti come “ruvidi”, combattivi, poco propensi al teamwork e, in ultima battuta, poco adatti al gioco di squadra. Ancora una volta, difficile fare un’analisi dall’esterno, ma la sensazione è che qualcosa non quadri. In un settore così competitivo e guidato dall’innovazione tecnologica, un vantaggio disporre di visionari (Steve Jobs, Bill Gates, Larry Allison, per esempio), ma spesso si tratta di soggetti con un carattere tutto tranne che improntato alla dolcezza dei rapporti interpersonali come più volte documentato e supportato da abbondante letteratura. L’accusa nel caso dei due exec citati proveniva dai colleghi. Non sorprende perché in entrambi i casi le voci su possibili promozioni a ruoli di ancora maggiore responsabilità erano frequenti e sostanziate.

Entrambi lasciano con una ricchezza personale di diverse centinaia di milioni di dollari, condizione che li mette al riparo da qualsiasi esigenza lavorativa forse per almeno un paio di generazioni. Il dubbio che rimane è il seguente: in un contesto super competitivo, decisamente aggressivo sia sul fronte interno che quello esterno, è realisticamente possibile coniugare competenza, skills, IQ e creare all’esterno condizioni di reale e oggettivo apprezzamento per il proprio operato? Soprattuto quando il panorama offre esempi di CEOs decisamente inetti o inadatti a ricoprire un simile ruolo?

In sintesi, questo mi sembra il quadro:

  • delazioni interne dettate da invidie;
  • mostruose pressioni per deliverare risultati sempre migliori;
  • management superiore spesso incompetente, inconcludente o con un’agenda strettamente personale;
  • passione per la tecnologia e l’innovazione

Dovendo scegliere, il CEO di turno segue la strada della convenienza: preferisce il quieto vivere interno, non avendo nemmeno il coraggio, l’interesse e la competenza per capire cosa convenga fare per il bene dell’azienda.

Scott Thompson costretto a dimettersi

Come previsto, l’aver mentito sul proprio curriculum scolastico è costato il posto a Scott Thompson arrivato alla guida di Yahoo nel gennaio 2012. L’annuncio dovrebbe avvenire nelle prossime ore. Semplicemente pazzesco pensare come un top executive con ingaggio annuale milionario possa ritenere utile dapprima ingigantire i titoli universitari e poi cercare di glissare sul problema nel momento in cui diventa di pubblico dominio. Intanto la sensazione è che in questi pochi mesi la sua contribuzione sia stata modesta e improntata a un protagonismo personale che forse non ha aiutato molto Yahoo! in questo difficile momento di transizione e di quote di mercato calanti.

Avrei bisogno di una mano in Google: qualcuno/a interessato/a?

Per un volta, uso spazio del mio blog per parlare di Google, contravvenendo a una regola precisa che mi sono auto-imposto. L’occasione mi sembra meritevole e … interessata.

Stiamo assumendo in Google. Non è una novità visto che Eric Schmidt, il nostro attuale CEO, ha annunciato a inizio anno che intendiamo incrementare il nostro organico a livello mondiale di altre 6,000 unità, ipotizzando un atterraggio a fine 2011 intorno a quota 31,000.

Qualsiasi assunzione è fondamentale per Google. Altrimenti non dedicheremmo così tante energie e passione nel riuscire a scovare talenti in tutto il mondo. Quelle che riguardano il business italiano hanno per me ovviamente una priorità ancora superiore.

In Italia abbiamo molte posizioni aperte e altre si aggiungono a ritmo sostenuto. Per quanto mi riguarda più direttamente, questa posizione è particolarmente significativa nell’organico dell’azienda ed esposta a tutto quanto concerne la direzione strategica di Google nel nostro paese. Come sempre, qualsiasi candidatura deve essere presentata esclusivamente attraverso il sito web in modo da essere sottoposta a valutazione da parte dei recruiter coinvolti nel processo di selezione che prevede per la short list anche una serie di colloqui con il sottoscritto.

Spero d’avervi incuriosito e stimolato al punto per prendere in considerazione questa opzione (valutate attentamente i requisiti, per piacere). Vi garantisco che lavorare per Google è proprio un’esperienza … da vivere! Good luck.

Rebecca e il suo primo datore di lavoro

Mancano almeno una decina d’anni prima che la mia primogenita si affacci al mondo del lavoro. Forse un po’ prematuro preoccuparsi delle sue attività post universitarie visto che non esistono molte certezze, salvo una generica manifestazione d’intenti verso Stanford University (entrare richiederà un certo sforzo e abilità). La sua recente festa di compleanno è stata oggetto di riprese video e un ampio reportage fotografico. Nel weekend imediatamente successivo la mia piccola ha proceduto all’editing di tutto il materiale prodotto per condividere con le amiche questo momento “storico”. Tutto fatto su iMac con iMovie, le canzoni acquistate da iTunes come sottofondo musicale e una buona dose di interventi sui singoli clip per esaltarne gli effetti scenici e limitare qualche imperfezione all’origine. Davvero un ottimo lavoro e sorprendente l’agilità dimostrata nel gestire questi strumenti software, peraltro veramente intuitivi e potenti allo stesso tempo.

Già nel lontano 1996 credo di aver introdotto a una platea italiana in occasione di una delle primissime edizioni di una conferenza tecnica dedicata al mondo Windows il testo di Dan Topscott Growing Up Digital dove il concetto di LLL – apprendimento esteso per l’intera durata della vita adulta – e la nascita di una generazione digitale rappresentavano i punti cardine del suo lavoro di ricerca. Questo manifesto ha avuto recentemente una logica sequenza a distanza di quindici anni (Grown up digital), la fotografia e l’analisi delle anticipazioni del testo originario.

Il punto di questo post è comunque il seguente. Sebbene Rebecca debba compiere ancora molta strada con altrettanti ostacoli, dubbi, incertezze e scelte da compiere, pensando positivo è logico attendersi che lei e molte sue coetanee si troveranno ad affrontare il loro primo giorno di lavoro con grandi aspettative e un bagaglio conoscitivo di prodotti e soluzioni software non indifferente. Nonostante sia abbastanza all’oscuro delle teorie e implicazioni associate al Cloud Computing, già oggi ne fa ampiamente ricorso per le sue esigenze aumentando continuamente nel tempo la quantità di servizi software ai quali ricorre con naturalezza e spontaneità. Tralasciando considerazioni sul merito, le credenziali indispensabili, il livello di disoccupazione e altri elementi oggettivi che ruotano attorno al mondo del lavoro e i giovani, la sensazione è che lo “stereotipo Rebecca” possa trovarsi nella posizione di annoiarsi molto facilmente qualora dovesse venirsi a trovare in un contesto un po’ piatto per strumenti e stimoli intellettuali prospettati. La sua festa di compleanno è stata improntata al divertimento e al gioco. Ha poi avuto una non trascurabile componente digitale sia in fase di organizzazione, gestione e post-produzione. Immagino un approccio mentale simile nel caso di un qualsiasi generico progetto lavorativo e mi domando se il suo capo sia in grado di reggere il passo (faccio la stessa considerazione per il sottoscritto). Sono appena rientrato da un evento organizzato vicino a Milano e dedicato al futuro della finanza. Presentatori di alto livello e un parterre ricco di competenze di vario genere. Vedendo sul mio badge il nome Google è ovvio che molte delle conversazioni che mi hanno visto protagonista ruotassero attorno alla tecnologia e a Internet. Non ho contato il numero di interlocutori che hanno candidamente affermato di “…non capire nulla di Internet e di tecnologia…”. Nulla da eccepire salvo uno stimolo in più a rileggere i testi di Dan Topscott e a promuoverli a scopo divulgativo.

Per concludere, consiglio la visione di questo video realizzato dal dipartimento di Digital Ethnography di Kansas State University un paio di anni fa. Illustra bene il concetto.