La lezione di Twitter

Twitter layoffsAll’inizio della settimana Twitter ha ridotto significativamente il proprio organico (8%) procedendo a una serie di licenziamenti (336), soprattutto nell’area tecnica. Succede nelle aziende più blasonate e anche in rappresentati dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Quindi non una sorpresa – indiscrezioni erano trapelate la settimana precedente – ma di sicuro la notizia sta nelle modalità seguite per comunicare il licenziamento ai diretti interessati. Si è trattato di un esercizio di RIF (Reduction in Force) eseguito in modo molto sistematico e repentino. Diversi diretti interessati hanno raccontato di aver ricevuto una comunicazione telefonica e quando ritornati al proprio laptop, l’account aziendale xxx@twitter.com era stato disabilitato. Una sorta si licenziamento in tempo reale esteso a tutte le manifestazioni dell’appartenere a un’azienda. E per una corporation che opera nel settore Internet forse l’elemento più impattante è proprio la recessione istantanea e totale delle credenziali aziendali con tutto quello che ne consegue.

La lezione da questa vicenda? Evito qualsiasi commento sullo stile e le modalità perché in realtà quanto appena successo è forse solo un’anomalia per chi è ancorato a concezioni aziendali alla Fantozzi. Il mondo gira così ed è bene saperlo ed essere pronti a ogni evenienza. Piuttosto voglio soffermarmi sulle implicazioni  digitali di una dismissione così netta e repentina. Perdere l’account di posta e le credenziali di autenticazione a qualsiasi risorsa aziendale (spazio cloud, share interne, intranet, …) significa trovarsi all’improvviso totalmente tagliati fuori dal mondo lavorativo al quale si apparteneva fino a qualche secondo prima. Cosa fare? Ecco alcuni consigli:

  • Contatti lavorativi. Mi riferisco principalmente agli interlocutori esterni incontrati e conosciuti nel tempo. Spesso tra questi nominativi potrebbe trovarsi il prossimo datore di lavoro o comunque un punto di riferimento utile e interessante per diversi motivi. Sebbene siano relazioni sviluppate in nome e per conto dell’azienda, in ultima battuta si tratta di interazioni interpersonali dove la componente umana svolge un ruolo chiave. Quindi le ritengo informazioni legittimamente di proprietà di entrambi i soggetti, dipendente ed azienda. Perdere questo insieme di relazioni un vero peccato. Consiglio quindi di aggiungere sistematicamente ogni nuovo contatto in un proprio address book, idealmente salvato in cloud e quindi sempre raggiungibile e da qualsiasi dispositivo.
  • Informazioni digitali personali. Avete usato il computer aziendale come se fosse vostro? Male, molto male. Bisogna tracciare una riga netta tra i dispositivi messi a disposizione dall’azienda e i propri, non potendo in alcun modo prescindere da questi ultimi. Anzi, sono proprio i dispositivi personali sui quali si deve fare affidamento e non quelli aziendali. Nulla di personale sta sul Mac aziendale che uso. Qualsiasi informazione digitale – come password e simili – è associata a un mio account personale che controllo e gestisco sempre e solo io. Inutile dire che nessun mio file fisico risiede sul disco fisso del computer che uso per lavoro.
  • Foto, video e musica. Immagino soprattuto foto. Se presenti sui computer aziendali, recuperarle non impossibile, ma nemmeno istantaneo. Non ho elementi per commentare in modo esplicito la situazione venutasi a creare in Twitter, ma non illogico ipotizzare la presenza di procedure software di gestione remota per provvedere al “freeze” del computer o anche alla cancellazione del contenuto (succede in casi di terminazioni per gravi violazioni di regole interne o anche per crimini di vario genere). Se fosse, tutto quanto risiede sul disco fisso (o SSD) del “vostro” laptop risulta inaccessibile e forse perso per sempre.

Rigore nella gestione di dati e file personali salvandoli sempre e solo in location remote. Evitare di usare un asset aziendale per qualsiasi cosa di personale. Questi i due principi da seguire.

In molte aziende americane è fatto espresso divieto di trasferire un file all’esterno attraverso porte di comunicazione (come USB) e appositi software controllano che ciò non avvenga. Molto semplicemente potrebbe trattarsi di una violazione del codice di condotta comportamentale, parte degli accordi in vigore tra azienda e dipendente. Stesso discorso per la WiFi.

L’augurio che chiunque possa sempre essere in controllo dei momenti in entrata e in uscita da un’azienda, ma non sempre è così. E considerando quanto digitali siano le nostre vite quotidiane, il rischio di confondere tra quanto sia personale e quanto aziendale forte e comune. Non fatelo: 336 dipendenti di Twitter si sono trovati fuori dall’azienda in “tempo reale” andando incontro ai problemi descritti in questo post. Il rischio giustifica un investimento in hardware e in cloud per stare al sicuro. Parte degli oneri e delle responsabilità del vivere in un’epoca digitale.

Connettività: mai abbastanza

GigabitLuogo comune e “verità” abbastanza scontata. Nonostante gli innegabili progressi degli ultimi anni, le opportunità di miglioramento sono comunque consistenti e oggettive ovunque. In Central London la fibra non esiste e la migliore ADSL difficilmente raggiunge i 20MBps con velocità di upload irrisorie. Quest’ultimo parametro impedisce di sfruttare in modo conveniente servizi di video conferenza, ma anche qualsiasi forma di cloud storage visti i templi biblici di caricamento di immagini e file di vario genere. I teorici 20MBps si riducono drasticamente in specifiche fasce orarie della giornata quando lo streaming di contenuti coinvolge un numero elevato di utenti. Lavorare da casa una vera sfida, così come supportare con successo attività commerciali. Non è un caso che nella zona di Soho/Westminster il numero di start-up tecnologiche sia praticamente inesistente causa la mancanza del prerequisito di fondo: la connettività.

Paradossalmente una parziale soluzione al problema può arrivare dalla connettività mobile, sebbene negli ultimi due anni le prestazioni in download e upload in un’area fortemente congestionata da turisti e shoppers siano drasticamente peggiorate. Il 4G spesso fornisce prestazioni solo nominalmente da quarta generazione, ma all’orizzonte si delineano soluzioni che potrebbero davvero rappresentare una svolta.

Personalmente sono interessato a soluzioni simmetriche o dove la velocità di caricamento – in passato considerata quasi irrilevante – raggiunge livelli accettabili (>20MBps) per lavorare in modo produttivo ed efficiente. Con la nuova suite Office 2016 per Mac, per esempio, trovo comodo gestire tutti i documenti direttamente da oneDrive piuttosto che in locale.  Evidentemente è la velocità di connessione che fa la differenza in termini assoluti e oggettivi. Attendere secondi per fare il browsing della struttura gerarchica delle cartelle o decine di secondi per salvare un file può risultare inaccettabile soprattutto se il tutto avviene su base continuativa, molte ore al giorno come nel mio caso. La fibra l’unica soluzione accettabile e adeguata. Anche lo sviluppo e l’utilizzo di nuovi servizi partendo da una basilare esigenza di back-up su cloud, trovano nella velocità di connessione un fattore abilitatore o un collo di bottiglia. Insomma, nulla di nuovo all’orizzonte: serve banda in quantità al punto da arrivare a influenzare in modo diretto ed esplicito i valori commerciali degli immobili.

Un recente studio condotto negli USA ha evidenziato come la disponibilità di fibra in un quartiere agisca direttamente su valore degli immobili. Stessa cose in UK. Correlazione ovvia e scontata che mi sta portando a selezionare le zone della città da prendere in considerazione proprio in funzione delle soluzioni di connettività disponibili. Stesso discorso per un’eventuale località di vacanza: indipendentemente dalle bellezze del posto, senza un’adeguata copertura impossibile prenderla in considerazione seriamente.

Browsing su iPad con AdBlock Fast: piacevole e consigliabile

Repubblica withoutHo installato l’app AdBlock Fast per liberarmi di una quantità inutile e quasi sempre invasiva di pubblicità. Mi sento molto meglio adesso. La nuova funzionalità Content Blockers di iOS 9 al centro di molte polemiche è per me – in qualità di utente – una vera manna e una soluzione davvero apprezzabile. Molto spesso infatti la navigazione nel browser (questo blocker non agisce sulle apps) risultava incredibilmente noiosa e irrazionale a casa di video in auto esecuzione, popup multiple, auto refresh e altre forme di invasione non richieste impattando sulla velocità e i tempi di rendering di una pagina. Davvero la navigazione ne beneficia e – al momento almeno – il layout delle pagine non sembra subire alcuna penalizzazione o difetto di visualizzazione. Un piacere scorrere in modo veloce e “pulito” le componenti editoriali apprezzandole per quello che sono senza essere obbligato ad ascoltare i messaggi spesso irrilevanti di aziende energetiche, case automobilistiche, assicurazioni varie e molto altro ancora.

Repubblica withMolti obietteranno che i contenuti sono spesso forniti gratuitamente e che per i produttori (gli editori) assumere un atteggiamento un po’ aggressivo nella spinta dei messaggi pubblicitari rappresenti un’esigenza quasi obbligatoria. Tesi a mio avviso che non regge molto per diversi motivi, essendo un convinto assertore del modello di subscription. Il livello di invasività raggiunto negli ultimi tempi è tale da aver indotto una sensazione di rigetto e di rifiuto che immagino molti condividano. I contenuti sono spesso “sommersi” da elementi di adv talmente aggressivi da vere la sensazione di dover procedere con un machete per farsi largo attraverso una giungla quasi impenetrabile e soffocante.

NYTOltre a questi aspetti, un’interessante analisi condotta dal New York Times ha messo in evidenza come la velocità di caricamento di una pagina sia strutturata all’origine con il chiaro intento di ottimizzare la visualizzazione della pubblicità a scapito dei contenuti.  Per esempio, nel casa di boston.com il tempo di caricamento della home page su dispositivo mobile con connessione 4G (definita LTE negli USA) ha richiesto oltre 30 secondi per la componente pubblicitaria e 8 per quella editoriale. questi valori corrispondono anche a un costo di connessione di 32 centesimi di dollaro ogni volta che viene visualizzata la home page di questo quotidiano online (selezionate sui tre pulsanti della scheda interattiva del NYT per visualizzare le diverse analisi). Questo significa tra l’altro che l’utilizzo degli ad blockers accelera in modo significato i tempi di risposta e di visualizzazione dei contenuti su un dispositivo mobile.

Favorire o anche solo caldeggiare l’adozione di ad blockers chiaramente presenta delle controindicazioni per le aziende impegnate nella promozione dei propri prodotti o nell’acquisizione di nuovi clienti. Diversi esperti del settore hanno calcolato che l’impatto della scelta di Apple potrà avere sui conti di Google, arrivando anche a ipotizzare che si tratti di una decisione espressamente mirata a minare i conti dell’azienda una volta alleata e più recentemente considerata da Steve Jobs come un’acerrima rivale. Nonostante tutto, vedo solo in modo positivo l’impatto e l’adozione degli ad bloccare perché forzeranno l’industria a rivedere i propri modelli di comunicazione, in interazione con i consumatori e porteranno inevitabilmente a delle esperienze di navigazione più bilanciate.

Sulla legalità di questo genere di soluzioni e più specificatamente di Adblock Plus si è pronunciata in più occasioni una corte tedesca riaffermando la legalità della soluzione e il conseguente utilizzo da parte degli utenti. Un motivo in più per approvare il problema della produzione di contenuti e dei costi connessi con un approccio meno invasivo e penalizzante del modello attuale.

 

PS Le immagini si riferiscono alla versione Web di Repubblica.it. Quella su tabelet era molto più invasiva con popup di vario genere e refresh continui della home page. Tutto sparito con Adblock Fast.

 

Domini personali: idea semplice e carina

Personal domainsI miei “assets digitali” sono ormai ben delineati e consolidati nel tempo. Questo blog – sebbene bistrattato ultimamente – un repository fotografico, un blog in inglese oltre a presenze personalizzate su diversi social media, da Facebook a LinkedIn.

Negli anni si sono sviluppati e sedimentati diversi concetti e abitudini ormai condivisi da molti a livello planetario. LinkedIn, per esempio, è di fatto sinonimo di informazioni aggiornate e puntuali sul profilo professionale di ciascuno di noi. Sempre più spesso, prima di un meeting mi documento sulle persone che andrò a incontrare per avere una prospettiva più completa. Esercizio banale e semplice che potrebbe essere reso molto più scientifico estendendolo ad altre fonti digitali, ma che noto molti altri eseguono ormai quasi in modo regolare.

Da qualche giorno GoDaddy – azienda per la quale lavoro – ha introdotto un servizio molto semplice, ma concettualmente carino e tutto sommato utile: Personal Domains. Si tratta di associare (o puntare) un dominio verso una propria presenza social in modo da poterla raggiungere facilmente. Ritornando a LinkedIn, il mio profilo è in qualche modo equivalente al mio curriculum professionale. Ho pensato quindi di acquistare il dominio smaruzzi.info e di puntarlo direttamente alla mia pagina LinkedIn. Visto che la motivazione prevalente per andare su LinkedIn consiste nel recuperare le informazioni relative a un soggetto, il dominio con estensione .info mi è sembrato il più appropriato tra le centinaia disponibili al momento. Ho acquistato il dominio e ho provveduto ad associarlo al mio profilo LinkedIn. Ora digitando smaruzzi.info l’accesso è diretto. Nulla di sbalorditivo, ma ci può stare.

Quando penso di usare questo URL? In generale in qualsiasi occasione dove devo introdurmi e presentarmi a qualcuno. Spesso mi capita scrivendo email rivolgendomi a nuovi contatti internazionali. Da questo momento in poi includerò il dominio personale (facile e veloce da digitare oltre che sufficientemente auto esplicativo) direttamente nel testo. Un secondo scenario potrebbe essere la firma digitale contenente i miei contatti, magari sempre e solo quella utilizzata verso riferimenti esterni.

 

Il video che verrà. Oggi o al massimo dopodomani

canon8k-728x410L’alta definizione ci accompagna da alcuni anni, ma non è infrequente – soprattutto in ambito televisivo – assistere a trasmissioni nella molto più modesta e quasi anacronistica Standard Definition (SD). Di risoluzione 4K se ne parla da almeno 2 anni grazie alla disponibilità di un’ampia gamma di prodotti a partire dalle telecamere GoPro e ultimamente con i nuovi iPhone 6s e 6s Plus. Molte videocamere di fascia amatoriale e semi professionale registrano a questa risoluzione. Inoltre, nel comparto degli schermi, le soluzioni abbondano con prezzi progressivamente in calo. Il treno in atto è evidente è logico per molti aspetti. Risoluzioni sempre maggiori a portata di chiunque, partendo da uno smartphone.

Crescono in parallelo le dimensioni dei file prodotti, ma lo spazio di memorizzazione sembra evolvere nella stessa direzione senza penalizzare troppo il consumatore sul fronte dei costi. Inoltre, lo spazio su cloud segue la solita traiettoria in discesa con costanti riduzioni di prezzo (50GB di spazio iCloud costano ora $0.99 al mese).

Immagini e video a risoluzioni sempre maggiori e spazio cloud  a costi irrisori. Tutto bene quindi? I due colli di bottiglia sono connettività e porte di comunicazione, due elementi “hardware” sul quale il consumatore ha poco controllo o addirittura nulla. Canon ha appena annunciato un nuovo sensore fotografico con risoluzione da 120 mega pixel. Non ancora in commercio, rappresenta comunque un incredibile passo in avanti rispetto ai 50MP della nuovissima Canon 5Ds Mark III, sufficientemente esagerato da risultare spiazzante. Un file in formato RAW prodotto da questo nuovo super sensore raggiunge la dimensione di 210MB, più o meno 10x lo spazio occupato da un file nello stesso formato prodotto con una Canon 1D X. Immagino indispensabile ricorrere a schede di memoria Compact Flash da almeno 128GB per avere una discreta capacità fotografica (600+ immagini), ma il vero punto critico è la velocità di connessione di periferiche o di file verso spazi di post-produzione e di memorizzazione permanente. Sotto USB 3.0 probabilmente il trasferimento di uno shooting risulta un investimento di tempo non trascurabile. E questo valore minimo vale sia per un card reader che per la porta di comunicazione per tethering a bordo della fotocamera. Qualsiasi soluzione più performante solo ben accetta.

big-picture-with-text_updateStesse considerazioni per le porte di comunicazione installate sui computer. Anche in questo caso USB 3.0 il minimo indispensabile. Personalmente mi auguro che USB Type-C diventi pervasivo e sia seguito dall’introduzione di dispositivi di varia natura secondo le specifiche Thunderbolt III capaci di gestire un monitor esterno 5K o superiore (attualmente Thunderbolt II non dispone di canali di comunicazione sufficientemente potenti ed è per questo che Apple non ha ancora rinnovato il proprio monitor esterno ad alta risoluzione) e velocità di trasferimento pari a 40GBps oltre ad altre funzionalità interessanti sempre con connettori USB Type-C. I prossimi MacBook Pro con il processore Skylake auspicabilmente previsti entro la fine dell’anno dovrebbero seguire l’esempio del recente MacBook, ma con prestazioni superiori in qualsiasi ambito.

Upload speedPassiamo alla banda. Senza una velocità di upload decente lo spazio cloud risulta solo un mezza vittoria (o forse una mezza sconfitta). Qualsiasi prestazione sotto i 10MBps comporta investi di tempo stratosferici e complicate pianificazioni notturne, l’opposto di quanto serve per gestire con naturalezza e semplicità archivi video e/o fotografici, ma anche banalmente grandi quantità di dati. Non a caso Google Cloud Storage ha introdotto negli USA, EMEA e APAC un nuovo servizio di upload di grandi archivi proponendo ai clienti l’invio fisico di un disco contenente le informazioni da trasferire avendo realizzato (calcoli molto semplici e banali) che per trasferire 1TB di dati serve oltre un giorno con una velocità di upload di 100MBs (in questa pagina si possono fare alcune simulazioni), durata che sale esponenzialmente al decrescere della banda arrivando anche a decine di giorni con tutte le conseguenze del caso. Quindi, anche in contesti super professionali risulta evidente come la banda costituisca un collo di bottiglia rispetto alle dimensioni dei dati prodotti con estrema facilità e naturalezza e non solo da parte di grandi organizzazioni. La prossima esplosione di wearables inevitabilmente porterà anche comuni mortali a produrre e conseguentemente memorizzare volumi di informazioni sempre crescenti. Basta pensare al comparto health per comprendere come questa ipotesi non sia particolarmente utopica.

Screen-Shot-2015-09-08-at-3.37.26-PM-600x329Gli elementi di “tensione” in questa contrapposizione tra qualità video e soluzioni di memorizzazione non ha ancora raggiunto un punto di equilibrio con l’esponenziale crescita legata a 4K che si parla già di 8K come del prossimo imminente passo. Sempre Canon ha recentemente introdotto una prima soluzione cinematica a questo livello risolutivo capace di generare immagini da 8,192 x 4,320 pixel (circa 35.39 milioni di pixel effettivi).

Senza avventurarsi troppo nel futuro e in soluzioni indirizzate al segmento dei professionisti, come anticipato, la nuova linea di iPhone 6s introduce una fotocamera da 12MP e video con risoluzione 4K. Questo significa che realisticamente i 5GB di spazio iCloud forniti in dotazione gratuita saranno insufficienti per un numero crescente di utenti. Allo stesso tempo, la velocità di upload giocherà sempre più un ruolo chiave anche per il generico Joe intento a immortalare con costanza encomiabile ogni pietanza a portata di scatto. Servono fibra, computer “muscolosi” e periferiche veloci come gazzelle.

 

 

 

 

 

 

 

Contento di Apple Watch

Apple WatchDa qualche settimana quasi distrattamente al mio polso. Ultimamente  ho avuto pochissimo tempo per dedicarmi a qualsiasi cosa che non fosse il lavoro o trasferimenti di vario genere. Mi sono limitato a indossare l’orologio, giocherellare qualche istante e poco più.  Quindi giudizio superficiale, ma vissuto in prima persona anche se le componenti meno emozionati tipo la ricarica quotidiana le ho ovviamente vissute fin dal primo giorno. In generale mi trovo bene. Mi serviva un orologio dopo tanti anni di Nike+ Fuel Band, qualcosa a metà strada tra un orologio rudimentale e uno strumento per la misurazione delle attività fisiche, ma esteticamente piacevole e di ingombro limitato. Watch è semelicemente un altro pianeta.

Ho letto pareri discordi su Watch, ma francamente dalle poche indicazioni emerse dalla trimestrale Apple difficile arrivare a una conclusione definitiva sui volumi di vendita nelle prime settimane. È di sicuro una v1 (prima versione) e inevitabilmente i modelli successivi saranno migliori. Sarà proprio la componente hardware quella che potrà beneficiare maggiormente di riduzione di ingombri, limitazione nel consumo di energia e altre funzionalità. Difficile che un upgrade software possa fare la differenza, ma è sicuramente prematuro al momento parlarne.

Perché mi trovo bene? Forse perché ho/avevo aspettative limitate e il mio ecosistema Apple in cui si è inserito Watch è consolidato negli anni e ben diffuso attorno a me. Cosa mi piace? Probabilmente il mio elenco comprende banalità per molti, ma utili miglioramenti per me. In ordine rigorosamente sparso e casuale:

  • Uso regolarmente iMessage di Apple. Mi sono ritrovato spesso a dettare i messaggi direttamente all’orologio, rimanendo piacevolmente sorpreso dalla qualità della capacità di interpretare correttamente quanto comunicato. Con il telefono in tasca o nelle vicinanze, una soluzione comoda e pratica;
  • Nella visualizzazione delle mappe è ora Watch a guidarmi piuttosto che iPhone. Le vibrazioni generate in prossimità di un cambiamento di direzione sono quantomai opportune e utili;
  • Nelle mie sessioni mattutine in bicicletta l’applicazione Strava su Watch mi consente di interrompere la misurazione appena obbligato a fermarmi a un semaforo per poi riprendere subito dopo;
  • Notifiche in generale, ma soprattutto posta. Lo schermo di Watch visualizza sia notifiche che contenuti veri e propri come una mail, di fatto generando un’esperienza che su iPhone è parzializzata tra iOS e le varie applicazioni.

In ultima battuta, l’elemento realmente distintivo presente in Apple Watch è quanto definirei con il termine di sintesi. Il dispositivo concentra in modo succinto, ma efficace, un flusso eterogeneo di informazioni normalmente accessibile da Mac o da dispositivi iOS in modo sparpagliato. Nel caso di Watch, il tutto risulta ancora più efficiente ed efficace. Ho l’impressione di risultare maggiormente produttivo, più in controllo e in grado di accedere a informazioni presentate in modo più utile e rilevante rispetto a quanto succeda su iPhone. Per esempio in questo momento ho appena ricevuto una notifica a tutto schermo con le previsioni del tempo per le prossime 12 ore. Sarà sempre mediamente coperto e nuvoloso qui in Florida, condizione ideale per un po’ di palestra e anche magari un altro post.

 

Fare shopping a Palouse, WA

Main Street, Palouse, WA

Recentemente sono riuscito a ritagliarmi qualche ora di tempo per esplorare la zona più orientale dello stato di Washington a ridosso con l’Idaho. Superficie essenzialmente piatta caratterizzata da abbondante quantità di sole su base annuo, ideale per la coltivazione di grano e altri cereali. Un’ampia superficie caratterizzata da quasi impercettibili collinette che rendono il paesaggio estremamente suggestivo durante tutto l’arco dell’anno. Infinite distese di grano, frumento e orzo al punto da avere l’impressione che le poche costruzioni galleggino su interminabili distese di spighe della stessa altezza e dello stesso colore. A luglio un mantello dorato raramente interrotto da qualcosa di cromaticamente differente, preceduto nei mesi precedenti da varie tonalità di verde. Insomma, un paradiso per gli appassionati di fotografia anche grazie a un cielo sempre terso impreziosito da pazzerelle nuvolette bianche, il perfetto compendio ai colori del terreno e del panorama.

La zona prende genericamente il nome di Palouse, ma esiste anche l’omonima cittadina, Palouse, WA. Come molte delle altre località della zona, si tratta di una comunità di pochissime centinaia di persone (per la precisione 1,011 secondo il censimento del 2013), salvo Pullman, WA e Moscow, ID leggermente più grandi grazie anche alla presenza di sedi distaccate delle rispettive State University. Il centro cittadino di Palouse – la classica Main Street – non supera i 700/800 metri di lunghezza a essere molto generosi. Il blocco reale del “downtown” cittadino è forse lungo la metà. E non c’è nulla, praticamente nulla. Buona parte dei teorici esercizi commerciali sono in strutture vecchie e in condizioni precarie, spesso adibiti a magazzini. I pochi negozi presenti fanno orari ridotti, vendono “antiques” ma difficilmente offrono spunti validi nemmeno per il collezionista più incallito. Mi domando se siano nelle condizioni di genere $100 di fatturato al giorno. L’ufficio postale, una sorta di biblioteca e un piccolo negozio di alimentari completano il quadro delle possibilità offerte per fare degli acquisti. Un caffe ristorante l’unico esercizio aperto la domenica mattina con un buon numero di clienti, la maggior parte probabilmente turisti.

Palouse non è molto diversa da molti altri paesini italiani afflitti da un esodo inarrestabile della popolazione da decenni e dall’incapacità di generare significative opportunità di lavoro. La qualità della vita è sicuramente diversa da un grande centro metropolitano, ma non necessariamente peggiore. Tutto ovviamente molto più lento, tranquillo, cadenzato, ma a misura d’uomo e, per alcuni versi, attraente e intrigante. Per i più giovani quasi sicuramente un deserto.

Il rischio per Palouse come per migliaia di altri piccoli centri è quello di procedere verso un’inevitabile estinzione per progressivo abbandono dei pochi spazi rimasti onesti come forme di intrattenimento e di socializzazione. problema di non facile risoluzione. L’unica soluzione che intravvedo per Palouse risiede nel turismo. Come potete vedere qui, gli spunti fotografici sono infiniti e le quattro ore di auto da Seattle trascorrono piacevolmente su strade praticamente prive di traffico e ricche di paesaggi che meritano di essere immortalati. Costruire attorno alla bellezza delle collinette ricoperte di grano delle opportunità per stimolare il flusso di turisti costituisce una delle poche opzioni a disposizione per sviluppare qualche attività commerciale capace di generare reddito per chi non è direttamente coinvolto in attività agricole. Le varie camere di commercio locali sembrano darsi da fare per fornire informazioni utili a chi vuole esplorare quest’area, ma andrebbe fatto di più e in modo sistematico, aggiungendo altre forme di intrattenimento. Invogliare soggiorni di 2-3 giorni per famiglie intere la chiave di svolta per questa località come per altre nelle medesime condizioni.

Io tornerò a Palouse e alcuni miei amici ci andranno a breve grazie agli spunti ricevuti (è successo così anche per me). E voglio portare la famiglia per un’esperienza particolare è diversa dal solito

 

 

Da ieri vado di Apple Pay

Apple PaySemplicemente troppo comodo. Ovunque ci sia un lettore abilitato alle carte Contactless, è sufficiente avvicinare l’iPhone con il dito sul sensore Touch ID e la transazione viene approvata all’istante. Meglio rispetto ad appoggiare la carta al lettore? Direi di si per almeno due motivi:

  • Maggior sicurezza visto che è richiesto un elemento di verifica dell’identità e di autorizzazione rappresentato da un’impronta;
  • non esiste limite di spesa, almeno per quanto riguarda la mia carta. Normalmente le contactless sono autorizzate fino a un massimo di £20 (£30 da settembre), mentre sono stato piacevolmente sorpreso dalla notizia che per la mia banca una transazione effettuata con Apple Pay è equivalente all’inserimento della carta nel lettore e conseguente digitazione del PIN.

Inoltre, in termini di immediatezza e di naturalezza del gesto, non c’è confronto. iPhone è sempre un tasca a portata di mano probabilmente anche perché probabile l’abbia consultato durante l’attesa per raggiungere la cassa. Basta avvicinarsi al lettore e la “magia” si realizza.

Le operazioni di configurazione sono semplici e istantanee. Sufficiente lanciare l’applicazione Passbook, fare una scansione della carta di credito che si intende associare ad Apple Pay, inserire il codice di sicurezza e completare il tutto con un codice ricevuto via SMS. L’operazione è ovviamente ripetibile con più carte, replicando di fatto lo scenario di un tipico portafoglio.

Quello che resta è sperare in una veloce adozione di questa modalità di pagamento in un ampio numero di punti vendita. Nelle ultime 24 ore ho comprato cibo in due supermercati diversi e un ottimo gelato, tutte transazioni concluse con Apple Pay. Immagino che molti londinesi si siano già cimentati con la metropolitana, magari utilizzando Apple Watch.

Da anni si parla di pagamenti con il cellulare e dopo alcuni goffi tentativi da parte di molte aziende, questa soluzione sembra semplice, pratica, comoda e spero sicura.

 

Un MacBook … svizzero

MacBookImpressionato dalla bellezza del nuovo MacBook. Forma, colori, risoluzione, sensazione tattile e ingenierizzazione interna sono assolutamente caratteristiche sbalorditive. Mi piace l’idea di un’elevata risoluzione in un form factor compatto trasferendo l’impressione di maneggevolezza, facilità di impiego e massima portabilità. La nuova tastiera sembra offrire un sicuro vantaggio competitivo, mentre il trackpad va provato. Di sicuro non perde nulla in termini di usabilità, quasi certamente un passo in avanti nel momento in cui la nuova gestualità vedrà implementazioni concrete e diffuse.

Non credo opterei mai per la versione oro, ma aver replicato la colorazione di iPhone una mossa semplice, ma significativa per diversi aspetti. Oltre a introdurre varietà, avvicina il MacBook a iPhone, attribuendogli un’ulteriore connotazione consumer. Accoppiati i due si completano a vicenda, a questo punto anche esteticamente.

MacBook è comunque un laptop un po’ particolare. Eredita gran parte del posizionamento della versione Air anche se Apple si è guardata bene di citare il modello storicamente sottile della propria collezione. Anzi, tutti i riferimenti sono stati nei confronti di MacBook Pro. Pur essendo un concentrato di tecnologia, non è un laptop di punta. I limiti nella RAM (8GB), la risoluzione video non 5K (giustamente) e l’assenza di una porta Thunderbolt 2, fanno di questo computer la soluzione ideale per tutti coloro che non sono degli specialisti, cioè la maggior parte del pubblico. Grossi fogli di Excel, fotografie, video e qualsiasi genere di impiego che comporti frequenti e massicci backup di dati anche solo a scopo precauzionale, potrebbe trovare nella porta di comunicazione un certo limite. L’uscita USB-C, seppure eclettica ed espandibile mediante connettore esterno, suggerisce condizioni di lavoro a elevata connettività in entrambe le direzioni, scenario non sempre presente ovunque. Un mio amico di Friburgo in Svizzera ha 250Mbps con fibra ottica e per lui non vedo problemi nell’interpretare l’uso del nuovo MacBook come suggerito nella presentazione di ieri. Condivisione di documenti, distribuzione di video, creazione di backup e di copie di sicurezza su soluzioni cloud sono facilitate e incoraggiate da una connettività così performante. Senza questo contributo esterno, il nuovo gioiello Apple perde alcuni vantaggi pur restando indubbiamente il miglior Mac portatile di tutti i tempi. Proprio bello.

Bulimia di contenuti con Amazon Prime

amazon-primeDa anni sottoscrivo l’abbonamento ad Amazon Prime, originariamente per usufruire dei benefici associati alle spedizioni: velocità e costi. All’idea di partenza legata al modello di business di Amazon e alla spedizione di prodotti fisici, da diversi anni negli USA si è aggiunta una seconda dimensione ormai alternativa e per molti aspetti prevalente: l’accesso a contenuti digitali a costo zero. Tradotto significa che Amazon è una sorta di “canale televisivo” ammettendo implicitamente che questa definizione serve solo per cercare di introdurre il concetto, ma che è incompleta e sbagliata nella sostanza. Quindi una precisazione più che necessaria. L’abbonamento ad Amazon Prime implica accesso gratuito a una mole significativa di contenuti video e musicali a costo zero: una vera chicca.

Amazon Instant Video – questo il nome – è la libreria di film e di TV Shows accessibili in formato digitale, la naturale evoluzione della vendita di videocassette una volta e di DVD o dischi Blu-Ray più recentemente. Ovviamente molto più conveniente e pratico ricorrere a un download digitale, salvo per chi – un collezionista – preferisce il possesso fisico di prodotti media. Mancando di questa qualità, l’acquisto di prodotti di intrattenimento in formato digitale ha da tempo preso il sopravvento qualificandosi come un’alternativa molto vantaggiosa. Il tutto è iniziato con la musica, proseguendo poi con TV Show e film con regole differenti in relazione al mezzo. Nell’abbonamento ad Amazon Prime negli USA (ora $99 all’anno) sono quindi compresi i tradizionali benefici legati alle spedizioni, l’accesso a una veramente ampia libreria di contenuti video e altri vantaggi collaterali come la disponibilità di musica in streaming – Prime Music – concettualmente equivalente a Spotify, Pandora, iTunes Radio, dei libri gratuiti ogni mese e altre variazioni sul tema. In pratica, molto, molto meglio.

Personalmente sono abbonato a questo servizio in Inghilterra e negli USA. Sebbene questa soluzione sia economicamente conveniente per Amazon, la sensazione è che come consumatore i £79 richiesti in UK siano comunque un investimento sostenibile e, per molti aspetti, logico e sensato. Rimanendo alla parte “fisica” dei servizi inclusi, la consegna in un giorno (One-Day-Delivery) di oltre 7 milioni di prodotti un plus apprezzabile. Inoltre, il costo mensile di Amazon Prime equivale a un paio di passaggi da Starbucks.

Attraverso Prime ho avuto modo di scoprire il TV Show Suits (quattro stagioni e la quinta prevista per il 2015) che mi ha intrattenuto questo inverno, Extant, Revolution, Under The Dome, Turn, oltre a prendere contatto con serie magari un po’ vecchie, ma comunque piacevoli (The OC, per esempio) non viste all’epoca.

L’aspetto che maggiormente apprezzo di questo modo di consumo di contenuto è, genericamente, la flessibilità. La visione preferenziale, ma non obbligata, su iPad la prima parte della risposta: qualsiasi momento, posto e intervallo di tempo si configura potenzialmente come un media-moment personalizzato e gratificante. Inutile da dirsi, la disponibilità di una o più serie complete offre una prospettiva allettantissima e relativamente nuova nel consumo di TV Shows. Invece di aspettare secondo una tradizionale distribuzione centellinata su base settimanale, nulla impedisce un consumo “bulimico” qualora se ne presentino le condizioni (weekend di brutto tempo, vacanza, …). È questa una variazione apprezzata dal consumatore? Il termine apprezzata non descrive a sufficienza quanto sta accadendo in ogni latitudine dove siano presenti servizi come Amazon Prime, Netflix o alternative sul tema. Il livello di apprezzamento è stato tale da indurre Amazon (ma anche Netflix) ad abbracciare un nuovo modello distributivo che prevede la disponibilità istantanea e contemporanea di tutti gli episodi di una serie (a volte anche 20+): spettacolare di per sé e un ulteriore elemento di divergenza rispetto al modello lineare imposto per decenni dalle televisioni. Il consumatore ha già svoltato.