La lezione di Twitter

Twitter layoffsAll’inizio della settimana Twitter ha ridotto significativamente il proprio organico (8%) procedendo a una serie di licenziamenti (336), soprattutto nell’area tecnica. Succede nelle aziende più blasonate e anche in rappresentati dell’innovazione tecnologica degli ultimi anni. Quindi non una sorpresa – indiscrezioni erano trapelate la settimana precedente – ma di sicuro la notizia sta nelle modalità seguite per comunicare il licenziamento ai diretti interessati. Si è trattato di un esercizio di RIF (Reduction in Force) eseguito in modo molto sistematico e repentino. Diversi diretti interessati hanno raccontato di aver ricevuto una comunicazione telefonica e quando ritornati al proprio laptop, l’account aziendale xxx@twitter.com era stato disabilitato. Una sorta si licenziamento in tempo reale esteso a tutte le manifestazioni dell’appartenere a un’azienda. E per una corporation che opera nel settore Internet forse l’elemento più impattante è proprio la recessione istantanea e totale delle credenziali aziendali con tutto quello che ne consegue.

La lezione da questa vicenda? Evito qualsiasi commento sullo stile e le modalità perché in realtà quanto appena successo è forse solo un’anomalia per chi è ancorato a concezioni aziendali alla Fantozzi. Il mondo gira così ed è bene saperlo ed essere pronti a ogni evenienza. Piuttosto voglio soffermarmi sulle implicazioni  digitali di una dismissione così netta e repentina. Perdere l’account di posta e le credenziali di autenticazione a qualsiasi risorsa aziendale (spazio cloud, share interne, intranet, …) significa trovarsi all’improvviso totalmente tagliati fuori dal mondo lavorativo al quale si apparteneva fino a qualche secondo prima. Cosa fare? Ecco alcuni consigli:

  • Contatti lavorativi. Mi riferisco principalmente agli interlocutori esterni incontrati e conosciuti nel tempo. Spesso tra questi nominativi potrebbe trovarsi il prossimo datore di lavoro o comunque un punto di riferimento utile e interessante per diversi motivi. Sebbene siano relazioni sviluppate in nome e per conto dell’azienda, in ultima battuta si tratta di interazioni interpersonali dove la componente umana svolge un ruolo chiave. Quindi le ritengo informazioni legittimamente di proprietà di entrambi i soggetti, dipendente ed azienda. Perdere questo insieme di relazioni un vero peccato. Consiglio quindi di aggiungere sistematicamente ogni nuovo contatto in un proprio address book, idealmente salvato in cloud e quindi sempre raggiungibile e da qualsiasi dispositivo.
  • Informazioni digitali personali. Avete usato il computer aziendale come se fosse vostro? Male, molto male. Bisogna tracciare una riga netta tra i dispositivi messi a disposizione dall’azienda e i propri, non potendo in alcun modo prescindere da questi ultimi. Anzi, sono proprio i dispositivi personali sui quali si deve fare affidamento e non quelli aziendali. Nulla di personale sta sul Mac aziendale che uso. Qualsiasi informazione digitale – come password e simili – è associata a un mio account personale che controllo e gestisco sempre e solo io. Inutile dire che nessun mio file fisico risiede sul disco fisso del computer che uso per lavoro.
  • Foto, video e musica. Immagino soprattuto foto. Se presenti sui computer aziendali, recuperarle non impossibile, ma nemmeno istantaneo. Non ho elementi per commentare in modo esplicito la situazione venutasi a creare in Twitter, ma non illogico ipotizzare la presenza di procedure software di gestione remota per provvedere al “freeze” del computer o anche alla cancellazione del contenuto (succede in casi di terminazioni per gravi violazioni di regole interne o anche per crimini di vario genere). Se fosse, tutto quanto risiede sul disco fisso (o SSD) del “vostro” laptop risulta inaccessibile e forse perso per sempre.

Rigore nella gestione di dati e file personali salvandoli sempre e solo in location remote. Evitare di usare un asset aziendale per qualsiasi cosa di personale. Questi i due principi da seguire.

In molte aziende americane è fatto espresso divieto di trasferire un file all’esterno attraverso porte di comunicazione (come USB) e appositi software controllano che ciò non avvenga. Molto semplicemente potrebbe trattarsi di una violazione del codice di condotta comportamentale, parte degli accordi in vigore tra azienda e dipendente. Stesso discorso per la WiFi.

L’augurio che chiunque possa sempre essere in controllo dei momenti in entrata e in uscita da un’azienda, ma non sempre è così. E considerando quanto digitali siano le nostre vite quotidiane, il rischio di confondere tra quanto sia personale e quanto aziendale forte e comune. Non fatelo: 336 dipendenti di Twitter si sono trovati fuori dall’azienda in “tempo reale” andando incontro ai problemi descritti in questo post. Il rischio giustifica un investimento in hardware e in cloud per stare al sicuro. Parte degli oneri e delle responsabilità del vivere in un’epoca digitale.

Nasce American, la più grande compagnia aerea USA. Come Twitter!

AmericanAltro esercizio di matematica finanziaria da non esperto. La valutazione di Twitter è stimata intorno ai $9 miliardi sulla base di recenti investimenti e scambi azionari (l’azienda è ancora privata e quindi non quotata). Il fatturato stimato di Twitter si aggira su qualche centinaia di milioni di dollari su base annua. In forte crescita, ma pur sempre importi contenuti e limitati se confrontati con altri big del settore. Insomma, grande blasone, diffusione e utilizzo, ma capacità di monetizzazione anche nella fase infantile.

La settimana che si è appena conclusa ha visto l’annuncio della fusione tra American Airlines e US Airways, due trai i principali carrier aerei americani per dare origine a una nuova entità denominata American a partire dal terzo trimestre 2013 dopo aver superato diversi passaggi procedurali indispensabili per attenere tutte le approvazioni del caso. Apparentemente formalità burocratiche visto che l’annuncio è stato dato e recepito come un done deal dai media e dai consumatori. Con la fantasia tipica dei consumatori americani, ieri nell’aeroporto di Tampa un titolare di un biglietto AA (American Airlines) pretendeva di accedere al lounge di US Airways “…visto che ormai le aziende si sono fuse…”. Un ulteriore esempio, se necessario, di come i consumatori diano tutto per acquisito e definitivo appena percepiscono una notizia: la realtà è sempre più complessa.

Alcuni numeri per capire il business della nuova compagnia:

  • 94mila dipendenti;
  • oltre 6.500 voli al giorno;
  • quasi $40 miliardi di fatturato complessivi;
  • una flotta di oltre 1400 aerei;
  • 200 milioni di passeggeri all’anno

Capitalizzazione di borsa stimata in $11 miliardi. Un business di una complessità incredibile, soggetto a stress di ogni genere – condizioni climatiche, fluttuazione dei prezzi del carburante, sicurezza a bordo e a terra, interazione fisica con diverse centinaia di migliaia di consumatori su base giornaliera, … – e sempre sotto pressione per quanto riguarda la bottom line molto, molto, molto risicata. Speriamo decolli. Ho volato American Airlines questo mese e l’esperienza è stata semplicemente notevole da tutti i punti di vista: a bordo, nei lounge e a terra. Magari sono stato semplicemente fortunato: mi auguro sia invece la norma da adesso in avanti grazie alla serie di innovazioni che l’azienda sta apportando rinnovando completamente la flotta, rendendo semplice la vita al viaggiatore grazie a una serie di semplici, ma efficaci accorgimenti. Go American!

Di chi sono i miei tweets?

twitter-follow-achieverAlcuni giorni fa ho avuto una piacevole conversazione con uno dei più preparati, competenti e aggiornati direttori del personale nel settore dell’editoria in Italia. Notavamo come fino a pochi anni fa chiunque volesse esercitare la professione del giornalista non avesse molte scelte se non intraprendere una carriera ad hoc, confluendo in ultima battuta in una Media Company, l’unica soluzione possibile. In quel contesto storico, non esistevano alternative. I giornalisti di maggior successo, credibilità e seguito trasferivano valore alla testata di appartenenza e beneficiavano del blasone della stessa in una sorta di naturale relazione simbiotica. Il pensiero e il lavoro del giornalista non poteva che essere canalizzato attraverso gli strumenti messi a disposizione dall’azienda, forse nulla di diverso da quanto succede per uno sportivo professionista. Sempre consentito cambiare casacca, ma indispensabile disporre di un “contenitore” per espletare la propria professione.

Con l’avvento e l’introduzione di nuove tecnologie di comunicazione le cose sono cambiate radicalmente, rendendo ancora più debole la posizione dell’editore costretto a combattere battaglie su più fronti. In primo luogo contro il business model in collasso permanente  e incapace di trasferire garanzie di continuità nel tempo. E già questo non sembrerebbe un problema di secondo ordine. Le alternative per accedere a notizie si sono moltiplicate, il valore economico della breaking news si è quasi liquefatto e le abitudini dei consumatori si sono velocemente adattate a nuovi modi di consumare contenuto. A complicare il tutto, la granularizzazione o atomizzazione della dimensione di una Media Company. Da organizzazioni aziendali con ampi organici fino – quasi paradossalmente – a entità singole capaci di attirare attorno a sé e al proprio operato una massa di utenti sufficientemente ampia da arrivare a competere di fatto contro l’establishment. Una sorta di Davide e Golia con il primo spesso messo molto bene e non nel ruolo di underdog per definizione. Quindi Media Companies che si trovano a dover fronteggiare una competizione che può partire addirittura dai suoi stessi dipendenti i giornalisti. Un paradosso?

Da tempo mi domando infatti se, almeno in alcuni casi, non possa esistere una specie di competizione tra la comunicazione svolta dal singolo giornalista attraverso il proprio blog o account Twitter e la redazione di appartenenza. O, se preferite, come si conciliano le due. I commenti, le notizie e le informazioni trasferite da un giornalista nel proprio blog sono un’estensione del modo di comunicare della testata o, in quanto personali, una cosa diversa? Come deve regolarsi il lettore che segue assiduamente i feed di un giornalista? Sviluppa una relazione diretta con il singolo, con la Media Company di appartenenza del giornalista o con entrambe le entità? Ma ancora, nel momento in cui un soggetto raggiunge un audience di alcune decine di migliaia di followers, quanto quella relazione include l’azienda editoriale e quanto la esclude?

Una prima conseguenza di tutto ciò è quasi un’assurdità: un giornalista dipendente di una struttura editoriale potrebbe essere percepito dal mercato come un competitor dello stesso datore di lavoro, banalmente catturando tempo media che viene sottratto alla lettura o visione di prodotti editoriali dove l’azienda applica una logica di monetizzazione attraverso la vendita di spazi pubblicitari. È un problema di tipo contrattuale e normativo di non facile soluzione perché nuovo, interpretabile in diversi modi e intricato come qualsiasi aspetto legato alla comunicazione e le informazioni, soprattutto in un paese politicizzato all’ennesima potenza come l’Italia. Ma si tratta di uno scenario concreto, reale e sotto gli occhi di tutti. A New York è al centro del dibattito dei media.

La redazione del New York Times ha deciso di sfoltire i ranghi della redazione riducendo lo staff di 30 giornalisti attraverso una proposta di uscita supportata da incentivi economici. Indirizzati i membri più senior dello staff, forse i più esperti, competenti e conosciuti, ma anche i più costosi. Fin qui nulla di nuovo. Tra questi Jim Roberts, assistant managing editor al NYT, e una storica firma della testata con i suoi 26 anni di presenza. Lasciando il posto di lavoro, Jim Roberts è intenzionato – come logico direi – di proseguire nella sua azione di comunicazione personale attraverso il proprio account Twitter con oltre 75.000 followers. Il focus nella frase precedente va su “personale”. Per il giornalista non c’è dubbio che quanto assemblato nel tempo in termini di credibilità e seguito sia un proprio asset. Per il NYT la prospettiva è differente.

Tweets 01

Notate come il nome del giornalista sia preceduto dall’acronimo NYT, l’abbreviazione della testata. Questo un primo elemento del contendere. L’account è un ibrido tra un elemento individuale e il nome dell’azienda, soluzione che ha inizialmente trovato entrambe le parti d’accordo perché aggiungeva blasone da un lato e permetteva all’editore di estendere la propria reputazione e brand verso un numero crescente e spesso incrementale di lettori. Concretamente, anche perché nessuno si è mai posto il problema fino a poco tempo fa. Per Jim Roberts cambiare il proprio nome su Twitter un non-problema sia tecnicamente che legalmente. Da parte dell’editore, la percezione di aver contribuito in misura non trascurabile alla costruzione del seguito media attraverso Twitter. Per alcuni il NYT si priverà non solo di un giornalista di successo, ma anche di 75.000 followers. La sensazione è che il legame tra i 75K e Jim sia indipendente dalla testata a questo punto e che possa proseguire nel tempo con lo stesso interesse e credibilità.

Due le domande/considerazioni sul tema in generale. La prima è in qualità di lettore: la decisione di seguire un giornalista attraverso i suoi tweets significa “ascoltare” il singolo o il singolo in qualità di rappresentante della testata? La sensazione è che sia molto più la prima che la seconda sia per mancanza di coordinamento interno alla redazione della strategia di informazioni attraverso canali alternativi rispetto al prodotto “core” dell’azienda che per la costruzione di un legame diretto tra individui, spesso interattivo.

La considerazione è che questo genere di confusione si estenda anche a un dipendente di un’azienda non editoriale. In questo caso con regole ribaltate. Il peso del brand aziendale è preponderante nel trasferire credibilità verso il pubblico e il flusso informativo generato può essere interpretato e confuso come equivalente alla posizione aziendale. Molto sbagliato e rischioso. Indispensabile quindi indicare in modo chiaro la distinzione tra quanto viene comunicato a titolo personale e i canali di comunicazione strutturati dell’azienda di appartenenza. Una sorta di codice di condotta utile per separare l’ambito personale da quello professionale. Vale anche per i giornalisti. Kara Swisher è un’apprezzata giornalista, blogger nota negli USA nel settore dell’Information Technology. Il suo Ethics statement un buon esempio di come tracciare questa linea.

Twitter non sfonda in Italia

Da tempo covavo questa impressione. Molto parlare di Twitter, ma poco utilizzo reale nella vita di tutti i giorni. E pensare invece che si tratta ormai di una delle forme più diffuse qui negli USA per condividere aggiornamenti flash e trasferire notizie in modo puntuale e veloce a un’audience sempre più ampia. Ma in Italia non sembra godere di grande credito. Almeno questo è quanto emerge dall’ultima ricerca condotta da comScore. Nella classifica delle prime venti nazioni al mondo per reach di Twitter mancano i maggiori paesi europei a eccezione di UK (come sempre) a indicare una mancanza di “trazione” nella forma di tweets utili e/o divertenti (l’attore Ashton Kutcher nell’aprile del 2009 ha sfidato CNN raggiungendo per primo il milione di followers). Non a caso in Venezuela da quando il presidente Chavez ha iniziato a inviare messaggi, l’adozione del servizio è cresciuta vertiginosamente. Che mi risulti, anche l’inclusione di tweets in prodotti media italiani è limitata o addirittura rara (se non inesistente), mancando uno dei pregi maggiori di questo servizio.

Stesse considerazioni per la penetrazione attraverso dispositivi mobili: apparentemente solo 200,000 utenti in Italia ne fanno uso da cellulare.