A pensarci bene, oggi non ho completato alcun acquisto. Considerando che ho trascorso tutta la giornata barricato in ufficio in una sequenza senza fine di riunioni, la cosa ha un suo senso e una sua logica. In realtà, è da qualche giorno che non sono molto attivo sul fronte dello shopping. Unica eccezione, una canzone e un film comprati su Apple iTunes durante il weekend. Tutto sommato, quindi, non sarei un utente ideale del sito www.blippy.com, una start-up californiana operante nel sempre più vasto spazio del social networking. caratteristica di questo sito, la condivisione degli acquisti sostenuti dai membri in attività di shopping di varia natura. Da un punto di vista tecnico, una vera chicca. Considerando gli impatti e le implicazioni sulla privacy, forse un’altra fonte di grattacapi e di riflessioni su quanto sta accadendo da quando Internet è diventata mainstream.

Il sito è salito alla ribalta delle cronache negli ultimi giorni per aver raccolto $11M in Round B condotto da due noti venture capital funds della Silicon Valley, August capital e Charles River Ventures (CRV). Una decina di dipendenti, un valore stimato di $46.2M, questa start-up propone una forma di aggregazione basata sulla condivisione delle proprie abitudini di spesa. Le modalità adottate per rendere il processo trasparente e immediato sono tecnicamente molto smart e sofisticate, ma pongono più di qualche interrogativo in termini di privacy e di buon senso. Questa la logica di fondo. Dopo una semplice registrazione, vengono richieste le combinazioni username e password utilizzate per accedere a negozi online quali Amazon.com, Zappos, Netflix o Apple iTunes, giusto per citarne alcuni. Una volta trasferiti questi dati, blippy provvede a interfacciarsi con questi stores sfruttando le API disponibili e impegnandosi ad analizzare il contenuto dei carrelli della spesa spinti oltre la cassa online e quindi contenenti articoli acquistati. Quanto recuperato dall’analisi dello storico dei carrelli viene poi esposto e condiviso con i membri di questo social network. Quindi, riprendendo la mia modesta sessione di shopping del weekend, qualora vessi aderito al servizio, sarei stato nella condizione di condividere con il resto del pianeta che ho comprato il brano Rogue Machine dei The Daylights (bellissimo!) e noleggiato il film Avatar in HD per i rispettivi importi di $.99 e $4.99 (avevo anticipato che non si è trattato di una sessione di shopping particolarmente selvaggia e intensa!).

Mi sono iscritto al sito, ma non ho avuto il coraggio di procedere oltre e condividere le varie combinazioni username/password usate nei siti di e-commerce dai quali compero abitualmente. Francamente mi è sembrato troppo, nonostante il rispetto e la stima che possa avere per i creatori di questo sito. Come avrete intuito, l’accesso a un account come quello di Amazon.com significa anche poter entrare in possesso di informazioni super riservate come il proprio indirizzo domestico e anche la carta di credito utilizzata per completare le transazioni. Non dettagli, onestamente.

A confortare i miei dubbi sui rischi implicati nell’uso di questo sito, una recente rivelazione che un errore nel codice ha esposto dati quali i numeri di carte di credito, immediatamente indicizzate dai motori di ricerca e quindi potenzialmente condivise con l’intero universo degli utenti Internet. Indipendentemente da questi rischi – peraltro non banali – rimane il dubbio di fondo: a chi interessa sapere e commentare dei miei acquisti?

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