FrontierDomenica scorsa ho volato Frontier, un piccolo carrier regionale con base a Denver, CO, e con voli principalmente concentrati in quella zona e nelle aree circostanti. Una piccola realtà passata nei giorni scorsi di proprietà da un gruppo di Denver a uno dell’Arizona, variazione che non avrà alcuna ripercussione sulle rotte coperte e sul DNA di questa azienda. Logica da linea aerea senza fronzoli e con elevato impiego degli aviogetti, Frontier si presenta bene all’esterno per la presenza sulla coda degli apparecchi di molti animali della fauna tipica delle Rockies ma non solo: elk, lupi, orsi, volpi, lepri, delfini, pinguini e molto altro ancora. All’interno, un servizio piacevole come la diretta TV, commercializzata a $3.99 grazie a una strisciata della carta di credito a lato dello schermo posto nel poggiatesta. Perfetta visione per quanto concerne il segnale, schermo di dimensioni ridotte e ovviamente non HD. Nel complesso però ottima esperienza. Ho potuto vedere in diretta parte di una delle partite più belle in assoluto della storia della NFL, vedendone la fine in albergo. Piacevole.
Poi leggo di Alitalia. E mi intristisco senza però farne un dramma, visto che è parte del copione quotidiano italiano. Questione seria. Molto. Sentiremo dire che sono in gioco migliaia di posti di lavoro, l’orgoglio nazionale, l’esigenza suprema di avere una compagnia di bandiera. Tutte baggianate, già sentite e prive di senso oggettivo. L’azienda non è cotta oggi: lo era trenta anni fa. Si è messa da solo fuori mercato per dabbenaggine di chi l’ha guidata, interferenze politiche continue, scelte organizzative penalizzanti, mancanza di visione e una strategia nella gestione delle rotte improntata solo al suicidio. Ancora più allucinante il recente salvataggio, un’operazione “italiana” in tutto e per tutto, avulsa da qualsiasi logica di mercato e strategia commerciale tanto per cambiare.
Ci racconteranno che va salvata, sciorinando il peggio del dejà vu. Se fosse, potrebbe essere l’occasione per assegnare qualche poltrona di prestigio a politici con trentennale esperienza di scalda poltrone alle spalle (siamo pieni), creare un canale – meglio due – di RAI totalmente dedicato e con contenuti ad hoc per spendere qualche soldino in più, puntare su Fiumicino come l’hub del futuro facendone il fulcro degli imminenti viaggi interplanetari per Marte, rinnovare la flotta puntando a dei McDonnell Douglas per dare un tocco vintage al volo, servire solo mozzarella di bufala, grana e pastasciutta e, a livello internazionale, siglare accordi di collaborazione con le linee aree della Colombia del sud e delle Antille olandesi. Ce la facciamo?

1 Commento. Nuovo commento

  • Sono d’accordo su molte delle cose che dici. E’ doveroso però aggiungere, tra i fattori che hanno provocato la catastrofe, la customer dis-orientation degli addetti. Io stesso sono stato testimone di tanti fatti e fatterelli di maleducazione sprezzante che hanno disamorato i clienti dalla compagnia e che li hanno spinti verso le alternative (prima Air One poi Freccia Rossa). I successi hanno tanti genitori e i fallimenti sono sempre orfani; qui invece in tanti dovrebbero ammettere l’appartenenza allo stato di famiglia.
    Inoltre a mio parere, tra tante ragioni della disfatta, una in particolare spiega una buona parte del disastro: se circa il 70% del traffico viene dal Nord, che senso mai avrà nella vita stabilire e pervicacemente mantenere l’hub a Fiumicino? Quante volte sono stato costretto a fare tappa a Amsterdam, Francoforte o Londra per evitare di fare il giro dell’Oca dal Leonardo da Vinci? “No parking no business” dicono gli americani e qui si applica la medesima logica: se sei un’azienda di trasporti ha senso insediarsi lontano da dove stano i clienti?

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